Economia

Acqua e nucleare: il mercato può fallire, la politica di più

18 febbraio 2010

Sfatiamo qualche mito su due argomenti destinati a diventare caldissimi nella prossima campgna elettorale e sui quali sentiremole solite fesserie

Inizia la campagna elettorale e sparisce il buon senso. I due argomenti principali di questa tornata amministrativa sono per ora la privatizzazione del servizio idrico e la localizzazione delle centrali nucleari. Sono argomenti perfetti, nel senso che l’interesse pubblico è di certo rilevante rispetto a qualsiasi altro aspetto, a cominciare da quello economico. Si può facilmente calcolare il valore e il costo dei servizi connessi, ma la sicurezza dell’approvvigionamento, la qualità minima da garantire e la necessaria universalità di accesso all’energia e all’acqua (specie in un paese occidentale) sono ben più importanti. Sono i classici “beni pubblici” classificati della stessa teoria economica come ambiti in cui le leggi di mercato di solito falliscono. Ecco l’occasione per i politici di prendere finalmente il centro della scena senza cedere ai soliti tecnocrati supplenti e saccenti. Missione ovviamente fallita, i candidati alle regionali di entrambi gli schieramenti si sono ribellati alla debole disciplina di partito o schieramento. Mentre dal centro non si riesce a definire una posizione definita e ponderata, i candidati locali “fiutano l’aria” e seguono le reazioni dei cittadini, i quali ovviamente non sanno assolutamente nulla sugli argomenti in questione, un “circolo dell’ignoranza” che è la parodia della democrazia liberale. Per chi, come noi, fa parte di quella frustrante minoranza che cerca dati e argomenti prima di decidere: ecco una mappa delle argomentazioni strumentali e illogiche che faranno vincere i prossimi governatori regionali.

ACQUA ALTA - È assolutamente privo di fondamento il pericolo della privatizzazione dell’acqua agitato a sinistra (molto a sinistra), non esiste norma di legge o anche solo intenzione di partito politico di trovare proprietari per il prezioso oro blu, e neanche per le strutture (invasi, acquedotti, i tubi). Ne avevamo parlato in tempi non sospetti e da allora, nonostante l’approvazione della legge, il decreto Ronchi, sia arrivata solo a fine 2009, non è cambiato nulla. Insomma sul tema che agita la campagna di Lazio e Puglia, ma non solo, destra e sinistra sono d’accordo e non si capisce contro chi si fa polemica. La legge comunitaria vuole eliminare la situazione assurda dove molti comuni italiani danno in gestione una rete e un servizio ad una società municipalizzata, rendendo inconsistente ogni controllo tra l’ente politico e l’azienda chiamata a erogare il servizio.  Appena più sofisticato il dibattito: “Ma siamo sicuri che con gli acquedotti in mano ai privati la qualità migliora?”. Se ne è parlato con un minimo di cognizione di causa in novembre, riporto qui e qui l’inchiesta apparsa su Affari & Finanza in cui si sottolinea come con la prima tentata liberalizzazione della Legge Galli ha fatto aumentare le tariffe, ma non gli investimenti. Rimane sullo sfondo un altro equivoco: quello delle dispersioni. Si stima che il 35% dell’acqua in rete non arriva a destinazione, si parla erroneamente di “sprechi”, ma l’acqua non è il petrolio, bensì una fonte semirinnovabile, perdere il 35% per strada non ne diminuisce la disponibilità complessiva nel lungo periodo, quindi il problema non è lo spreco, ma il fatto che una rete così fatiscente costringe i cittadini (come utenti o come contribuenti) a pagare il 35% in più il servizio e l’incuria fa peggiorare il servizio (qualità dell’acqua, interruzioni delle forniture) e espone sempre più la rete al collasso. Ma se gli investimenti necessari a rattoppare i tubi rendessero necessario un aumento delle tariffe molto alto il cliente “razionale” preferirebbe non farli (ad esempio ridurre le dispersioni grazie ad un raddoppio delle tariffe). In quel caso il gestore privato sarebbe saggio ad adeguarsi . Qui interviene la politica, che considerando la necessità dell’interesse pubblico di mantenere il servizio efficiente nel tempo e un livello di equità accettabile dovrebbe imporre comunque gli investimenti, ma spalmando la spesa e tenendo sotto controllo i margini dei gestori. È chiaro che serve un meccanismo di mezzo per sfruttare l’ossessione del taglio dei costi tipico dei privati con gli obiettivi del pubblico. Si chiama Autorità indipendente: fissa le tariffe, instaura un meccanismo di premi e di penalità per gli investimenti sulla rete e i miglioramenti nel servizio, punisce i gestori incapaci. Ha funzionato in Francia, ma anche in Italia nel mercato dell’elettricità. La proposta dell’autorità indipendente nazionale non è in cima ai programmi di nessuno schieramento, per quanto abbia fatto capolino in qualche emendamento della maggioranza l’anno scorso. Nell’attesa nulla vieta ai candidati regionali di proporre la nascita di uffici locali con compiti di regolazione e controllo. Naturalmente è più facile urlare “l’Acqua è un bene pubblico”.

14 commenti a Acqua e nucleare: il mercato può fallire, la politica di più

  1. “Per chi, come noi, fa parte di quella frustrante minoranza che cerca dati e argomenti prima di decidere”

    Visto l’incipit dell’articolo mi aspettavo una analisi seria del problema, non di leggere la solita barzelletta del nucleare amico dell’ambiente, come se fosse l’unica, o più efficiente, risposta possibile di fronte ad una paventata crisi (?) energetica…

  2. Acqua pesante

    Acqua:
    la privatizzazione di un bene pubblico come l’acqua, nel merito si prevede già a priori che le bollette saliranno invece di abbassarsi, probabilmente si ridurrà a mero affare per i lacchè della classe politica attuale.
    Privatizzare la gestione dell’acqua non migliorerà il servizio al cittadino perché non essendoci una concorrenza chiara e leale (e non ci sarà perché l’imprenditoria italiana è cialtrona e fraudolenta) ed un controllo terzo indipendente si finirà come è finito il mercato della telecomunicazioni (pochi gestori e tariffe alte), dell’energia (pochi gestori e tariffe rigide ed alte), dei trasporti su rotaia (pochi gestori e tariffe rigide, alte e servizi pessimi). In più come per l’energia anche l’acqua è un bene primario ma ciò non impedisce il gestore di tagliare l’erogazione in caso di mancato pagamento (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/10/20/sanita-muore-anni-ucciso-da-freddo-miseria.html) il tutto perché il profitto del gestore è superiore al diritto al bene primario del beneficiario.
    Stando così le cose meglio non privatizzare.

    Nucleare:
    costruire 10 centrali nucleari (finite tra 10anni e quando a regime?) che mi coprono un 10% di fabbisogno nazionale di energia non è conveniente neanche se fosse nel quadro di investimenti delle rinnovabili (ed il nucleare non è rinnovabile).
    Non serve neanche a renderci indipendenti (vedi fabbisogno sopra) dato che l’uranio lo dovremo comprare da qualcuno. Per cui conti alla mano l’investimento non conviene.

    “Dal punto di vista del bilancio energetico e ambientale sostituire a Montalto quel rudere con una centrale nucleare sarebbe un miglioramento, da tutti i punti di vista”
    No perché tra “gli altri punti di vista” c’è quello dei costi di smaltimento dei residui di fissione e questi neanche lei che è un ottimo commentatore riesce a valutare (gli altri si permettono di non considerarli proprio). Chieda alla Sogin.

    • L. Conforti

      Acqua: l’acqua non è in via di privatizzazione, sulla gestione praticamente diciamo la stessa cosa: i privati non sono garanzia di miglioramento del servizio se non c’è “un controllo terzo e indipendente” e finora nessuno lo ha proposto. Non sono solo gli italiani ad essere cialtroni e fraudolenti visto che sia nell’energia che nelle Tlc gli stranieri ci sono e contano parecchio.

      Nucleare: veramente le 10 centrali non coprirebbero il 10% di fabbisogno di energia, ma il 25% dei consumi elettrici. Se invece parliamo dei consumi energetici primari (elettricità + trasporto + riscaldamento) la cifra è più vicina. Peccato che anche per le alternative i prezzi sono simili, anche per le rinnovabili che, come il nucleare, producono solo elettricità. I dieci reattori ( ma ne faranno molti meno) costano 45 miliardi sulla carta (più concretamente diciamo 55-60) per coprire il fabbisogno che abbiamo definito.
      In Germania sul fotovoltaico hanno speso 35 miliardi di euro, interamente a spese dei consumatori-contribuenti per ottenere solo lo 0,5% dell’energia consumata.
      Non mi sembra che le cifre siano tanto diverse. Sono sicuro che la ricerca migliorerà la resa dei pannelli, ma il fiume di denaro sarà equivalente.

      Su Montalto: ripeto la frase “dal punto di vista energetico e ambientale”. Che c’entrano i costi, per di più dei futuri rifiuti? Sottoscrivo, se a Montalto ci fosse una centrale nucleare al posto di quella a petrolio la qualità dell’aria sarebbe migliore, il contributo alle emissioni di Co2 sarabbe minore così come il rapporto materie prime consumate/energia prodotta.

      Quello del nucleare che conviene o no rispetto alle fonti fossili è un falso problema, perché nessuno lo sa. Dunque non deve essere il politico a decidere, ma fare una legge per cui gli operatori che vogliono prendersi il rischio di aprire una centrale nucleare lo possano fare senza poter scaricare le perdite sulle bollette se si scopre che hanno sbagliato i conti.

      • quarta generazione

        i costi che riporti sono comprensivi di smaltimento scorie e chiusura centrale alla fine del suo ciclo vitale? credo di no.
        L’ente USA pe l’enrgia, qualche anno fa parlava di un costo alla centrale per KWh di 7 centesimi di euro. Quindi senza i costi di cui ho parlato sopra. Yucca Mt. è fermo per i costi esorbitanti (oltre che per problematiche di sicurezza). L’eolico costa 12-13 centesimi a Kwh “chiavi in mano”.

        • L. Conforti

          Parlando di costruzione non ho previsto i costi del decommissioning. Yucca non è una centrale ma “un tentativo” di deposito. Gli Usa hanno una gestione statalizzata dei rifiuti per motivi di sicurezza (ci sono quelli militari da smaltire). In Italia i privati che si costruiscono le centrali dovranno (secondo la legge) costituire un fondo che poi pagherà il decommissioning, ma non l’immagazzinamento dei rifiuti. Ripeto nel momento in cui è chiaro che i costi sono a carico di chi costruisce cercare di definire se è conveniente non è un problema dei cittadini o del governo.

          Il confronto con l’eolico è fuorviante perché:
          a) funziona circa un quarto del tempo rispetto ad una centrale nucleare (in italia meno di 2000 ore all’anno) e quindi devi costruire quattro volte le pale per avere la stessa produzione ( e quadriplicare il prezzo).
          b) non ci sono abbastanza posti ventosi in Italia a meno di andare a mettere le pale sul mare (off shore) cosa che da noi non si può fare.

          • quarta generazione

            Yucca Mt. è un deposito che ad oggi senza esser operativo è già costato una decina di miliardi di $, il costo stimato del suo ciclo di vita è sui 100 mld di $, che saranno pagati in tasse e aumenti di bolletta.
            Anche se ci fossero privati in Italia,che si sobbarcassero la costruzione (ne dubito fortemente dati gli elevati costi iniziali) e lo smaltimento delle scorie, il tutto verrebbe ribaltato sul costo unitario che paga il cliente finale.
            Se lo scopo è risparmiare, gas e carbone sono migliori, se lo scopo è ridurre i gas serra l’eolico è paragonabile al nucleare e non presenta le sue problematiche.
            Come eolico mi riferivo ad installazioni off-shore (perchè da noi non si possono fare?) e ai kite-gen che sfruttando venti a quote più alte, possono funzionare praticamente in continuo.

      • acqua pesante

        “Che c’entrano i costi, per di più dei futuri rifiuti?”

        c’entrano perché nessun imprenditore (come dice Z) si accollerà i costi di smaltimento ed immagazzinamento che sono enormi e quindi la comunità dovrà pagare, non solo in termini economici, molto di più a parità di altre condizioni in confronto alle rinnovabili.

        Personalmente considero i 55-60 miliardi per il nucleare semplicemente sottratti alla ricerca in ambito rinnovabile e penso anche che enormi centrali sprechino molta energia prima di farla arrivare all’utente.
        Le chiedo, vale lo stesso per centrali più piccole?

        • l.conforti

          @quarta generazione
          L’eolico off shore in Italia non si riesce a fare perché non esiste una normativa nazionale chiara che lo permette (distanza dalla costa, intralcio alle imbarcazioni). Esistono delle proposte di progetti, un paio anche finanziati nel bando Industria 2015 ma sono fortemente intralciati dalle regioni e sono rimasti lettera morta. Famoso il caso del progetto davanti a Montenero di Bisaccia (Paese di Di Pietro) bloccato dalla giunta regionale con il sostegno della stessa Idv. Sui Kite gen dico solo che attenti a confondere soluzioni che danno tra dieci anni assicurano il 5% dell’energia ( e dite che è poco) e quelle che ne garantiscono lo 0,0000000005 ( non ho messo gli zeri a caso, sono 9)

          @acqua pesante
          l’imprenditore si accolla i costi che gli impone la legge, e questo fa sì che non tutti i produttori di energia vogliano assumersi il rischio. A legislazione vigente se ne deve accollare una grossa parte, succede lo stesso in Inghilterra dove il decommissioning alimenta un mercato tutto privato. Non escludo che possano arrivare dei favori per Enel e compari, ma non è certo colpa della tecnologia in sè ma delle scelte di questo o quel governo

          la sua opinione personale è rispettabile, ma di difficile applicazione: il budget nucleare di Enel (la metà di quei 55-60 miliardi in dieci anni ) non finirà mai alle rinnovabili. O fanno le centrali in Italia o le costruiranno in Francia, Spagna e Slovacchia, o compreranno quote in centrali già esistenti, il loro obiettivo è costruirsi un mix produttivo di gruppo simile a quello di E.on e EDF, il che significa aggiungere un 10-15% della potenza installata prodotta dall’atomo. Per imporre la sua opinione personale deve fondare un partito che ha nel programma di governo ha quello di impedire all’Enel di investire nel nucleare, vincere le elezioni e trovare un manager che l’accontenti. Quando ci riesce scriverò un libro su di lei :-)

          Le centrali, a seconda della materia prima che usano, hanno una taglia ottimale, l’efficienza dipende dal combustibile e dalla tecnologia più che dalla grandezza. Le più efficienti, vale a dire quelle con il miglior rapporto quantità di combustibile energia prodotta è il gas.

  3. Simo

    Mai sentito che una centrale termoelettrica vada poche ore all’anno.
    Mi sa che sul discorso del nucleare, in questo articolo, c’è qualche toppa.
    Mentre invece mi pare ragionato sull’acqua.

    • L. Conforti

      il termoelettrico è molto cambiato in un decennio, ormai si fa tutto con il gas

      ecco le percentuali dell’energia elettrica prodotta da olio combustibile (fonte Terna e Autorità energia)

      2001 26,4% sul totale dell’energia termoelettrica e 26,9% sul totale della produzione italiana

      2008 7,2% sul totale dell’energia termoelettrica e 5,7% sul totale della produzione italiana

  4. quarta generazione

    sbaglio o il decreto sul nucleare è “spirato” da tre giorni senza esser stato convertito?

  5. Z

    Ancora questa manfrina dell’autarchia energetica?
    Delle due l’una: o l’energia è un bene collettivo nazionale o è un mercato internazionale sottoposto alle logiche di profitto.
    Nel primo caso che si nazionalizzino le aziende energetiche e si fissi un costo politico per l’energia, si costruiscano pure centrali nucleari, col vincolo di abbattere i costi in bolletta.
    Nel secondo caso che l’Enel costruisca pure tra quindici anni centrali nucleari che saranno già obsolete al momento stesso del loro varo, ma che lo faccia interamente con capitali propri, assumendosi tutti i costi assicurativi e di smaltimento, senza chiedere una lira allo stato; vedremo quante ne sorgeranno.
    La logica in base alla quale i cittadini debbano finanziare profitti privati in ambiti perlomeno discutibili per quanto riguarda l’interesse collettivo, assumendosi pure i rischi connessi e non traendone alcun beneficio è quantomeno assurda.

    Per quanto riguarda il discorso dell’autarchia energetica, qualche riflessione.
    1. L’Enel partecipa in altre aziende energetiche europee e possiede pro quota o direttamente un numero cospicuo di centrali, anche nucleari in giro per l’Europa. Dato che l’Enel è italiana, l’energia prodotta in queste centrali è italiana o no? E che senso ha in questo contesto trattare il tema in termini nazionali?
    2. Le previsioni di crescita del fabbisogno energetico nazionale sono ancora attuali alla luce della recente crisi e della delocalizzazione incessante proprio delle produzioni manifatturiere più inquinanti ed energivore?
    3. L’Italia non è autosufficiente in un numero sterminato di settori economici: dobbiamo finanziare allora anche la nascita di industrie nel campo, ad esempio, dei microchip?
    4. Perché in nessun altro paese occidentale ad economia avanzata che non abbia interessi riferibili agli armamenti atomici si sta proponendo una politica energetica espansiva in ambito nucleare paragonabile a quella proposta in Italia, se è vero che questo nucleare è così redditizio?
    Forse perché l’economicità di una centrale nucleare si calcola su un periodo temporale di circa 80 anni? Quale soggetto privato costruirebbe una centrale nucleare senza garanzie esplicite di acquisto a tariffe fisse da parte dello Stato? Quale soggetto privato si esporrebbe al rischio di innovazioni tecnologiche che pongano fuori mercato l’energia prodotta a fronte di un investimento iniziale tanto oneroso? Quale soggetto privato si esporrebbe a variabili incalcolabili su un arco temporale tanto ampio?

    • L. Conforti

      sono completamente d’accordo sui punti 1-2-3, il pezzo serviva a dichiarare l’idiozia dell’autarchia regionale, ma presto lo diventerà anche quelle nazionale.

      Sul quattro direi che Finlandia, Svezia, Corea, Giappone non hanno interessi a militari ma si costruiscono nuove centrali. Tra gli emergenti da segnalare Brasile e Emirati arabi. Inoltre visto che la legge italiana non prevede un sostegno pubblico per le centrali atomiche (nemmeno per il decommissioning che dovrebbe essere alimentato dai proventi del normale funzionamento) direi che il privato c’è e si chiama Enel. Si può “sospettare” che gli aiuti arriveranno, ma al momento non ci sono.

  6. Pingback: Acqua e nucleare: il mercato può fallire, la politica di più

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>