Amo te e non la tua depressione

18 febbraio 2010

“Eri una persona allegra e solare quando ti ho conosciuto. Mi piaceva la tua risata e quel modo speciale che avevi di giocare con ogni cosa. Quando ti ho sposata non potevo guardarti, sull’altare, perché altrimenti scoppiavamo a ridere entrambi. Poi non so cosa ti è successo, nel tempo la vita ci ha sommersi di mille impegni e io non so darmi pace per non essermi accorto che lentamente tu stavi cambiando. Eri stanca, preoccupata. Sorridevi sempre meno, ridevi con meno gusto. Lavoravamo entrambi e spesso avevamo poco tempo per parlarci, per incontrarci davvero. La sera la stanchezza ci ubriacava di sonno e il tuo crollo mi ha colpito come una tegola caduto da un tetto.

Un giorno non ti sei alzata, non sei voluta andare al lavoro.  Sembravi influenzata ma non avevi febbre e questa benedetta influenza non passava mai. Il tuo viso è diventato vecchio e la tua espressione sempre uguale. Piangevi per ogni piccola cosa e io non riuscivo a consolarti perché non c’era nulla che potesse andar bene: non una parola, non la mia presenza ma neanche la solitudine. Ogni cosa, da allora, ti stanca, e la sera arrivi sfinita senza aver fatto praticamente nulla. Alla fine non ti restavano le forze neppure per lavarti, proprio a te, che eri una maniaca della doccia e che non uscivi di casa senza avere almeno un filo di rossetto.

Amore mio, tu ora non lavori più. Nessuno ha capito cosa avevi, non il tuo medico, non il tuo datore di lavoro che ha trovato il modo di licenziarti. Ma io purtroppo devo lavorare, e lo devo fare per entrambi giacché ora lo stipendio è uno solo ma le spese sono rimaste uguali. E parto la mattina sapendo che per buona parte della giornata ti lascerò da sola, immobile in quel grande letto, come una vecchia bambola. Ti lascio sola perché le tue sorelle non hanno tempo, perché non hai nessuno che possa stare con te, ma la mia testa rimane a casa, consapevole che non posso fare altro che pensare e pensare. E ogni volta che squilla il cellulare il mio cuore scoppia, vivo nella paura che ti succeda qualcosa, e non posso neppure restare a lungo al telefono come vorrei, per poterti rassicurare che ci sono ancora, che ti amo e voglio starti accanto.

E invece tu non mi vuoi vicino, ma non vuoi che me ne vada. A volte mi accusi di essere il responsabile di tutti i tuoi mali, a volte vorresti morire perché ti senti proprio tu la causa di tutti i mali  del mondo. Se parlo ti ferisco, se taccio mi dici che non ho alcuna considerazione di te. Ti ho portata da uno psichiatra dopo aver a lungo litigato con te e con i tuoi parenti, e mi son sentito rimproverare aspramente da quell’uomo perché ho aspettato tanto prima di farti curare. Ma come facevo a sapere cosa avevi nel cuore? Come potevo immaginare che la tua fosse una vera e propria malattia? Ora lo so, e mi dicono che abbiamo iniziato le cure troppo tardi, che potresti aver sviluppato una forma cronica di depressione. Mi hanno detto che se curata in tempo guarisce perfettamente ma ora non sanno dirmi che fine farai, non sanno prevedere se riuscirò a vedere il tuo bel sorriso, se potrò ancora ascoltare la tua risata contagiosa e argentina.

19 commenti a Amo te e non la tua depressione

  1. Bellissimo pezzo. Descrizione impeccabile di un dramma che, più o meno direttamente, colpisce molte nostre famiglie.

    Bravissima Donatella. :)

  2. lelith

    posso anche annoverare nella mia vita un episodio depressivo abbastanza rilevante, quindi ritengo di sapere di cosa si stia parlando e ritengo di potermi permettere un commento cinico ed insensibile (quantomeno autocritico):
    la depressione è un lusso da paese opulento, beati noi che ce la possiamo permettere perchè vuol dire che non abbiamo problemi di sopravvivenza.

    • SigPar

      sante parole lelith. Bell’articolo.

    • @lelith

      “la depressione è un lusso da paese opulento, beati noi che ce la possiamo permettere perchè vuol dire che non abbiamo problemi di sopravvivenza.”

      Avrai certamente i tuoi buoni motivi per considerare la depressione come un lusso, ma non lo è!
      La depressione è un mostro nascosto, è una malattia che ha voglia di urlare tutta la sua rabbia assopita da anni, ti porta via tutto, ti sbriciola il cervello come un vetro in mille frammenti, diventi astemio alle emozioni, ti cambia, ti stanca, ti annoia, e quasi sempre ti allontana dai tuoi affetti più cari, per il semplice motivo che chi soffre di depressione diventa aggressivo: “A volte questa battaglia viene persa” sacrosante parole! :)

      Complimenti per l’articolo!

    • Un tempo ci si ammalava di TBC, le polmoniti ti portavano via nell’arco di una notte, morire da giovani era molto più facile. La depressione toglie le forze e abbassa le difese immunitarie, non è strano che in tempi e in luoghi meno opulenti la depressione avesse (e abbia) come esito una malattia e la morte.
      Probabilmente è un lusso vivere la depressione così, restando a casa ed aspettando che le cure facciano effetto. In altre circostanze si muore o si viene rinchiusi in un manicomio. E si muore…

      Sai, ho conosciuto i familiari di 2 ragazze morte molti anni fa (parlo di circa 20 anni fa). In entrambi i casi la descrizione che mi è stata fatta era quella di una depressione molto grave, non riconosciuta. Tutt’e due le ragazze si sono lasciate morire di fame…

      In letteratura (parlo di romanzi, non di quella scientifica) trovi ogni tanto storie del genere. Mi vengono in mente 2 cose: uno è un romanzo vero e proprio: “Les liaisons dangereuses” (da cui hanno anche tratto il film “Le relazioni pericolose”), in cui Mme de Tourvel, respinta da Valmont, si lascia morire in convento; l’altra è nei “Fioretti di S. Francesco”, dove viene descritto in una forma religiosa un grave episodio di depressione psicotica in un frate, che vedeva il diavolo sotto forma di un falso crocifisso il quale gli diceva che per lui non esisteva salvezza.

      Chiaramente l’interpretazione che veniva data di questi problemi era molto diversa, ma se leggi fra le righe trovi nel passato le stesse cose che si presentano ora, con in più il fatto che allora non erano curabili (come non lo erano la TBC e la polmonite)

  3. Donato De Sena

    Complimenti

  4. Carissima Donatella,
    sono una redattrice di Abruzzo24ore, e vorrei pubblicare il tuo articolo nello spazio della mia rubrica (Anima e Società). Avevo intenzione di scrivere una breve intro sul fenomeno(che purtroppo e per fortuna conosco fin troppo bene)seguita dal tuo pezzo, ovviamente firmato e con qualche notizia su di te, in modo tale da poterti identificare.
    E’ possibile?
    Attendo tue, grazie e complimenti vivissimi per la profondità attraverso la quale hai dipinto il male oscuro.
    gdc

    • Giovanna
      Per me va anche bene, ma prima di tutto bisogna che tu chieda alla redazione di Giornalettismo il permesso. Quando scrivo tendo proprio a donare l’articolo al portale che mi ospita. Anche perché ci sono persone che sanno come stimolarmi e spesso scrivo grazie all’isporazione di alcuni di loro. Fammi sapere :-)

  5. AngelDevil

    Carissima Donatella, mentre leggevo il tuo articolo mi sono scese le lacrime inesorabilmente. Ho vissuto la depressione di riflesso tramite una persona a me molto cara e speravamo grazie anche ad un sostegno psichiatrico, essenziale in molti casi, di esserne usciti fuori ed invece è tornato a farci tristemente visita. Ho potuto notare che è uno stato morale che purtroppo ritorna ciclicamente e basta davvero poco a far sì che ritorni a togliere il sorriso ad una persona che è molto sensibile ed un po’ meno forte degli altri.
    E’ un male che annienta qualsiasi iniziativa, che fa dire no a cose che prima si amavano, che tende a farci isolare, a toglierci il sorriso che prima avevamo, che ci dà l’impressione che le nostre giornate non abbiano significato ed uno scopo e quindi che senso ha per una persona depressa alzarsi dal letto, lavarsi, vestirsi, uscire e parlare con gli altri?
    Una frase che mi spaventò molto fu “Io non lo so se riesco ad arrivare a domani”. Oltre a tutto l’affetto ed il tempo possibile che possiamo donare alle persone che amiamo che soffrono di questo male ancora un po’ oscuro, suggerisco di rivolgersi ad una figura conpetente, ad uno psichiatra, a volte anche un supporto medico e “chimico” è necessario.

    Grazie per il tuo articolo, Donatella.

    • …è molto difficile affrontare una malattia di questo genere. E’ difficile per chi se la ritrova incollata addosso, è difficile per chi ama la persona che si ammala. Sono due sofferenze complementari, entrambe molto poco comprese.Io penso a quei familiari che escono di casa col terrore di tornare e scoprire che il proprio amato si è fatto fuori. Magari questa non è una fine molto frequente ma purtroppo non è improbabile, e leggere il viso di chi ami, vedergli cucita addosso una maschera di morte, ti prende per le viscere 24 ore su 24…

  6. maria teresa

    Grazie Dona :)

  7. Io sono stata per un po’ “quella a letto”. Se ora non ci sono è per una persona così. Grazie.

    (E grazie di aver messo quell’accenno alle medicine. Che servono, oh se servono, checché se ne dica.)

  8. quasi l’ho vista, seduta nel letto, con un tazzone di latte in mano, gli occhi assorti a guardare nel vuoto. Brava Donatella

  9. Adriana

    @lelith. le cose non stanno proprio così, la depressione è una malattia, e la familiarità è già scritta nei nostri geni.
    Definirla una malattia da opulenza, che ci si può permettere quando non ci sono problemi di sopravvivenza, è ingiusto. Ci sono varie forme di gravità nella depressione, e le forme più leggere possono essere “curate” (per così dire) da grossi impegni famigliari o sociali….. quando non aggravati, però.
    Definirla,in pratica, un lusso da benestanti, è ingeneroso ed assolutorio nei confronti dell’ambiente circostante.
    Ma Franco Basaglia, per fortuna, non è passato invano.

    • Alessandro Abis

      Non sono certo l’avvocato difensore di Lelith, ma credo abbia un’attenuante perché è la percezione che normalmente si ha di questa malattia, considerata dai più una “finta” malattia.
      Tuttavia, da un certo punto di vista ha ragione: nel senso che credo la depressione sia più diffusa al crescere della ricchezza di una società. La nostra “civiltà occidentale” è frenetica, isterica, psicotica, disumanizzata: l’ambiente ideale per sviluppare questa malattia. Poi, nella mia ignoranza non so se anche nei villaggi indiani di 3000 anni fa o nelle tribù dei nativi nordamericani del 18° secolo ne soffrissero, ma dubito avesse una pari incidenza percentuale.

  10. stella

    Ho sofferto di depressione per 10 anni.
    “Smettendo di vivere”..

    Facendomi schiacciare dai pensieri negativi.. e non capivo che erano proprio quelli a tenermi schiacciata in fondo al tunnel nero.
    Poi ho riscoperto il perdono che per me era inconcepibile, piena di cattiveria e risentimento come ero diventata.
    Anche se sono atea, ho riscoperto la parola di Dio, non in quanto religione, ma in quanto insegnamento di vita.
    Quanto ti fa stare meglio abbandonare cattiveria e risentimento.. mettere una pietra sopra le cose brutte.. spingere il pulsante “reset” della tua vita…
    Allora ricominci… in modo naturale… e ciò che molli non è più la vita ma sono solo i sentimenti negativi che ti tormentavano facendoti dire “non ce la faccio più”…

    Auguro a tutte le ragazze come me che soffrono del famoso cancro dell’anima.. del male di vivere… di uscirne…provateci… odiare non serve..anche se vi sembra inconcepibile,provateci.
    Vi abbraccio

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