di Cristian Corrini
postato alle 15:10 del 19 settembre 2008 in InterniTorna alla home

Risposta controcorrente all’articolo “Zitto, Sofri” pubblicato su questo giornale il 17 settembre. Di come il morbo di Travaglio possa colpire anche gente di indubbia lucidità.

L’errore di fondo dell’articolo “Zitto, Sofri” di Ezio Nullo, (Giornalettismo, 17 settembre) è una sorta di legalismo etico che fa da cornice. Ovvero il dare per scontato che una sentenza di un tribunale sia necessariamente una sentenza della Storia, sia cioè Verità, metafisica, di quelle con la maiuscola. Parallelamente c’è un equivoco abbastanza evidente: il discorso che fa Sofri è veramente formale. Dice Sofri: “nel libro del Quirinale dedicato alla memoria delle vittime italiane del terrorismo negli anni repubblicani, Luigi Calabresi compare,e anzi la sua figura ha avuto un ruolo primario nella volontà di commemorazione”. Ma prendendo per buoni i processi che ho subìto (discorso formale e del tutto teorico visto che da sempre Sofri e una miriade di storici, giornalisti e giuristi e gente comune che hanno seguito o studiato le carte processuali affermano l’assoluta insensatezza di tutto l’apparato processuale) “potrei fare appello all’imputazione che mi venne mossa, e che rinunciò del tutto all’addebito dell’associazione sovversiva o della finalità terroristica, trattando l’omicidio di Luigi Calabresi come un affare di diritto comune”.

IL MESTIERE DELLO STORICO - Inutile dire che affrontare temi legati agli anni ‘70 in Italia è complicato perché complicati sono i contesti, le situazioni e le contraddizioni all’interno delle quali maturano gli eventi storici. Ricominciare a parlare di quegli anni è importante, anche perché necessariamente saremo costretti a riprendere in mano uno dei periodi meno chiari, a livello storico e anche giudiziario, della storia d’Italia. Periodo di strategia della tensione, di stragismo, di servizi segreti deviati, di colpi di Stato (tentati in Italia e riusciti all’estero). In questo contesto ci sono personaggi che più di altri - vuoi perché certe cose le hannovissute in prima persona, vuoi perché l’attività che svolgevano li costringeva a occuparsene - possono raccontare a noi cosa è successo. Possono dare contributi storici a chi vuole vederci più chiaro. Adriano Sofri è senza dubbio uno di questi. Affermare che chi ha vissuto personalmente talune vicende storiche da “carnefice” non debba raccontarle “da storico” non significa niente. Significa che gli storici quando scrivono la storia della mafia devono eliminare le dichiarazioni di Buscetta o di Totuccio Contorno, significa che gli storici quando scrivono la storia delle Brigate Rosse devono dar fuoco ai libri di Franceschini, alle relazioni di Curcio o alle interviste di Moretti. Il contributo storico di chi quegli anni li ha vissuti è fondamentale. Gli storici le chiamano “fonti aperte”, e sono strumenti imprescindibili per qualunque studioso. Quindi, se una persona condannata per essere il mandante di un omicidio di un poliziotto, alla luce della sentenza che lo ha condannato, avesse da alzare il ditino e obiettare su come quell’omicidio viene presentato in un libro, ha tutto il diritto di poterlo fare. Chiunque sia.

PROCESSI CONTRA IURE - Questo è il principio generale. Nel caso di Sofri non possiamo sbrigarci con una formuletta. I processi subìti da Sofri, Bompressi e Pietrostefani per l’omicidio di Luigi Calabresi sono durati 8 anni, dal 1990 al 1997. Adriano Prosperi, storico, subito dopo la prima sentenza della corte d’assise di Milano che condannava Sofri, Bompressi e Pietrostefani a 22 anni, parlò di “processo di stregoneria”. Dice Carlo Ginzburg: “Siamo di fronte ad un processo in cui tutto si gioca sulla credibilità di Marino. Non esistono elementi di prova che siano venuti a confortare in maniera indipendente la credibilità di Marino, credibilità estremamente discutibile alla luce del processo e alle continue contraddizioni di Marino”. Chiunque abbia studiato il processo, letto gli atti processuali, gli interrogatori, le testimonianze… chiunque è a conoscenza delle marce indietro di Marino, delle sue bugie (la più clamorosa sul suo incontro coi carabinieri), di episodi apparentemente inspiegabili come la “distruzione” delle prove materiali (l’automobile degli attentatori che era stata conservata per quasi vent’anni è stata distrutta: perché “da 5 anni non è stato pagato il bollo di circolazione”, a istruttoria iniziata. La pallottola, trovata sul cadavere di Calabresi, su cui erano state compiute le perizie, è stata messa all’asta per “mancanza di spazio”. I vestiti di Calabresi sono scomparsi), chiunque sa di cosa si sta parlando quando si parla dei processi a Sofri, Bompressi e Pietrostefani insomma, non può usare una Travagliesca sicumera dando per scontato che siccome lo dice la sentenza allora sì, allora è vero (leggere per credere: Carlo Ginzburg, Il giudice e lo storico, Einaudi, 1991).

CONCLUSIONI - Molto coraggiosi sono i paragoni che l’autore del suddetto articolo propone. Tra l’opinione di un intellettuale, addentro al contesto nel quale si consumò il delitto Calabresi, proprio perchè uno dei leader del movimento politico che più di tutti si occupò della vicenda Pinelli, anche con una dura campagna stampa contro Calabresi che il giornale Lotta Continua realizzò dopo il “malore attivo” (sentenza D’Ambrosio, -verità storica?-) di Pinelli, con le eventuali opinioni di un delitto “privato” e dalla inesistente rilevanza pubblica, di cui sicuramente c’è tanta gente che vorrebbe saperne di più, gente colpita, direbbe Bergonzoni, dal morbo di Cronic, il morbo della cronaca. Adriano Sofri è uno degli intellettuali più brillanti e colti d’Italia, i suoi contributi giornalistici e i suoi saggi sono fonte continua di spunti di ricerca, di idee, di strumenti interpretativi per decifrare la realtà. Parlare degli spazi che i giornali gli offrono come di “privilegio” manifesta un palese deficit di notorietà e un rancore irragionevole. Chiunque può scrivere, chiunque sia e qualunque cosa abbia fatto. Nel caso, gli risponderemo nel merito dei suoi argomenti, e non per etichette.

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