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Esteridi Alessandro Bernardini
pubblicato il 6 maggio 2008 alle 09:05 dallo stesso autore - torna alla home

“Perché mentre a fine anni Settanta la strategia della sua amministrazione era di ostracizzare l’OLP per convincerla a riconoscere Israele, ora con Hamas ha deciso di dialogare?” – questa è la domanda che si sente fare Jimmy Carter, ex presidente USA, intervistato dalla televisione israeliana durante il suo ultimo viaggio in Israele e Palestina di fine aprile.

Jimmy Carter - Peace, not apartheidBELLA DOMANDA – Perché mai un ex presidente americano arriva a scrivere un libro intitolato Palestine: Peace Not Apartheid? E a parlare della politica d’Israele come una politica di Apartheid facendo un parallelismo neanche tanto sottile con la situazione del Sudafrica di Nelson Mandela. Perché mai dire “L’assedio della Striscia di Gaza è un crimine e un atto selvaggio“? Il premio nobel per la pace 2002. Il negoziatore del trattato di pace tra Israele ed Egitto nel 1978 che normalizzò le relazioni tra i due stati dopo le guerre del ‘67 e del ‘73 e portò al ritiro israeliano dal Sinai. È impazzito? “Hamas – ma anche la Siria – deve essere coinvolta in qualsiasi tentativo di soluzione del conflitto mediorientale” e ancora “La strategia attuale, che esclude Hamas e Siria, non sta funzionando. Sta esacerbando il ciclo di violenza, creando equivoci e animosità“, dice. Che fa allora Jimmy Carter? Se ne va in giro in Cisgiordania, Egitto, Arabia Saudita e Giordania, tentando addirittura di entrare a Gaza. Partecipa ad una riunione segreta a Damasco con Khaled Meshaal, leader di Hamas in esilio in Siria.

VISITE SGRADITE – Arriva in Medio Oriente in qualità di presidente del Carter Center, fondazione umanitaria nata nel 1982. L’amministrazione Bush non approva, da sempre contraria a qualsiasi tipo di relazione con quella che ritiene solo una formazione terroristica. Anche il governo israeliano non vede di buon occhio il tour mediorientale dell’ex presidente e osteggia i suoi tentativi di incontrare i leader di Hamas, tanto che lo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano gli nega il visto per Gaza e l’assistenza dovuta e delega gli agenti della CIA venuti con lui da Washington di provvedere alla sua sicurezza, mentre è costume che presidenti in carica ed ex-presidenti americani in visita in Israele siano protetti dai servizi locali. Il vecchio Jimmy in tutta risposta gira i tacchi e incontra i dirigenti di Hamas in Egitto. Jimmy Carter CenterNé il premier Olmert né il ministro della Difesa Barak trovano il tempo di riceverlo e anche il leader del Likud, Benjamin Netanyahu non lo vuole vedere. Alla fine incontra solo il presidente Shimon Peres. Sarà la vecchiaia (84 anni suonati) oppure è malato? Oppure questo vecchietto ha capito una cosa che l’amministrazione americana, quella israeliana e buona parte della comunità internazionale rifiutano di capire?

LE COSE COME STANNO – Ha capito che Hamas è ben oltre un gruppo jihadsita e che è ben lontano anche da Al Qaeda. E’ un movimento che ha trovato la sua legittimazione popolare non perché ha dichiarato la guerra santa ad Israele, ma perché ha fatto delle promesse elettorali ben precise ai palestinesi: benessere, ordine sociale, trasparenza nella gestione della “cosa pubblica”. Rispettare le promesse elettorali è cosa ben diversa, ma il risultato delle elezioni è stato molto chiaro. Elezioni certificate nella loro correttezza democratica dallo stesso Jimmy Carter, all’epoca (2006) a capo degli osservatori internazionali. Carter ha capito che è utile dialogare con Hamas perché, può piacere o non piacere, rappresenta politicamente una grande fetta del popolo palestinese. Ha capito anche che inasprire le condizioni di vita dei palestinesi di Gaza serve soltanto a radicalizzare l’odio verso Israele. Ha cercato di spiegare la sua volontà di incontrare i leader di Hamas anche e soprattutto per “verificarne la flessibilità per tentare di convincerli a cessare gli attacchi contro civili innocenti in Israele e a cooperare con Al Fatah per unire i palestinesi”.

Invece la politica con Hamas è una sola: la via militare. Via che continua a non funzionare, eppure ha subito colpi durissimi: eliminato il fondatore di Hamas (lo sheikh Ahmed Yassin), fatto fuori anche il suo successore (Abelaziz Rantisi), arresti di ministri e parlamentari. Che cosa è successo? Hamas è cresciuta nel consenso della popolazione palestinese.

RISULTATI – Dopo il suo giro Carter torna a Gerusalemme e comunica all’opinione pubblica internazionale i risultati di otto giorni di colloqui. Legge una dichiarazione del movimento islamico che si impegna “all’autodeterminazione nazionale” e alla costruzione di “uno Stato palestinese entro i confini del 1967″. Muro GerusalemmeChe significa? Hamas, afferma Carter, “Accetterà qualsiasi accordo negoziato da Abbas e dal primo ministro israeliano Ehud Olmert a condizione che sia preventivamente approvato da un referendum palestinese o da un governo eletto. Khaled Mehal, lo ha riconfermato e ribadito, malgrado alcuni subalterni ne abbiano dato notizia contraria alla stampa“. Il movimento islamico accetterà un reciproco cessate il fuoco e il controllo internazionale del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto a patto che la chiusura sia affidata agli egiziani. Inoltre “Permetterà al soldato israeliano Caporale Gilad Shalit, catturato dai militanti palestinesi nel 2006, di dare informazioni dirette con una lettera ai suoi genitori. Se Israele acconsentirà ad uno scambio di prigionieri e ne libererà un primo gruppo, Shalit sarà inviato in Egitto“.

Mediazione. Jimmy Carter l’ha capito.

3 commentistampa - fallo leggere