Il paradosso di Silvio sulla par condicio

13/02/2010 - Berlusconi vorrebbe “presenze televisive proporzionali al voto”. Ma fa cancellare i talk show, le trasmissioni dove i tempi destinati ad ogni lista si avvicinano di più ai risultati dei voti, con le forze parlamentari che la fanno da padrone e

     
 

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Berlusconi vorrebbe “presenze televisive proporzionali al voto”. Ma fa cancellare i talk show, le trasmissioni dove i tempi destinati ad ogni lista si avvicinano di più ai risultati dei voti, con le forze parlamentari che la fanno da padrone e i piccoli che vengono quasi del tutto ignorati.

Su come debbano essere gestiti gli spazi televisivi in tempi di campagna elettorale Silvio Berlusconi mantiene la linea di sempre: “Continuo a ritenere – afferma il Presidente del Consiglio – che si deve abolire la par condicio reintroducendo quella norma che stabilisce presenze televisive proporzionali ai voti”. La coalizione lo segue: erano stati critici dieci anni fa nel momento dell’approvazione della legge e continuano coerentemente ad esserlo oggi. Eppure la norma approvata dalla maggioranza berlusconiana in Commissione Vigilanza Rai va nella direzione nettamente opposta rispetto alla posizione che sostengono il Cavaliere e i suoi. L’annullamento dai palinsesti di talk show come Annozero, Porta a Porta e Ballarò nell’ultimo mese di campagna elettorale, non fa altro che ridurre il gap che esiste tra grandi e piccole forze politiche in termini di apparizioni sul grande schermo. Più che di raggiro delle norme, o di scappatoia dalle stesse, si tratta piuttosto di una efficace e rigida applicazione del principio alla base della legge, un danno per lo stesso Pdl.

IL PLAUSO DEI RADICALI - Mentre è comprensibile l’apprezzamento per la decisione della commissione espresso dai Radicali (ieri si è detta soddisfatta anche Emma Bonino), favorevoli alle nuove norme che sono in sintonia con quanto vanno professando da sempre, anche attraverso radio radicale (comunicazione politica senza alcun filtro e visibilità per tutti i partiti e le liste minori), risulta più difficile comprendere come mai chi gode della maggioranza politica nel parlamento e nel paese, del potere esecutivo, nonché di una forte influenza su tutte le principali reti televisive nazionali, sia pubbliche (Rai) che private (Mediaset), sia propenso ad oscurare trasmissioni che avrebbero sicuramente dato maggiore spazio ai principali partiti, a quelli rappresentanti in parlamento, su tutti Pd e Pdl, piuttosto che a quelli che “godono” di consensi “da prefisso telefonico”.

NIENTE PIU’ SALOTTI - Perché il Cavaliere, insieme alle camicie verdi, oggi preferisce rinunciare a quelle comode vetrine televisive? Il timore di affrontare quella che è una prassi molto consolidata lascia di stucco. Incalzati dagli oppositori del Pd, dell’Idv e dell’Udc i rappresentanti della maggioranza avrebbero semplicemente partecipato ad uno di quei consueti dibattiti ai quali partecipano quasi tutto l’anno ed ogni anno, dibattiti, tra l’altro, che in passato non sono mai serviti per mettere discussione nessuna delle prevedibili vittorie elettorali del centrodestra. Anzi, semmai si è verificato il contrario. Se consideriamo, ad esempio, l’evento della firma del contratto con gli italiani a pochi giorni dalle Politiche, nel 2001, nel salotto di Bruno Vespa, possiamo con cognizione di causa sostenere che sia stato il Presidente del Consiglio più dei suoi avversari a trarre giovamento dalle tribune politiche in prima e seconda serata a ridosso del voto.

NESSUN CONFRONTO - E c’è di più. Con l’annullamento delle principali trasmissioni si approfondimento politico e col conseguente azzeramento di ogni divario tra grandi e piccoli (e per piccoli si intendono tutte le forze politiche presenti alle regionali ma fuori da Montecitorio e Palazzo Madama, come l’estrema destra, il Partito socialista, la sinistra radicale, i Verdi), il Pdl rischia di dar maggior peso ad un elemento notoriamente e storicamente meno favorevole alla compagine berlusconiana, il territorio, privandosi, oltretutto, della possibilità di giocare la partita in chiave politica nazionale (la condizione più favorevole al centrodestra). Insomma, coloro che hanno amato così tanto gli annunci dall’alto, i discorsi a reti unificate, le campagne pubblicitarie martellanti, i grandi effetti via telegiornale (da Fede a Minzolini), i comizi alle grandi platee pronte ad eleggere per acclamazione il proprio presidente, le trasmissioni cucite su misura, ora rinunciano a quel prezioso strumento al quale, indubbiamente, devono una buona parte del loro successo (si ricordino gli esordi del ’94). Ma si sa, davanti alla paura di compromettere un buon risultato elettorale, è sempre meglio percorrere la strada meno rischiosa. E troncare preventivamente il confronto. Anche a costo di contraddirsi, facendo in modo che le presenze in tv siano meno vicine alle proporzioni che gradirebbe Berlusconi.

     
 

5 Commenti

  1. Michele scrive:

    Forse può interessare per ulteriori approfondimenti.

    Regole per i talk show: domande & risposte:
    http://boninopannella.it/content/regole-i-talk-show-domande-risposte

    con tanto di video esplicativo che mette a confronto il metodo di informazione elettorale italiano e statunitense…

    Michele.

  2. nicola scrive:

    NON DIMENTICHIAMOCI CHE BERLUSCONI HA SEMPRE MEDIASET!!!!!!!!!!!!
    MA POI, VUOI METTERE DILIBERTO CHE PARLA DEL PROGRAMMA DEL SUO PARTITO, CON SANTORO CHE RICORDA LE “RIPASSATE” DI BERTOLASO???MOLTO MEGLIO DILIBERTO, PER IL PALAZZINARO DI ARCORE

  3. elisa scrive:

    Altra espressione di una visione molto personalistica della democrazia (mah! Forse di secondo nome farà démos). Ma non dovrebbero, costoro, essere attuatori di istanze di massa, anzichè impositori di vantaggi per singoli?

  4. Rokko scrive:

    E’ ovvio che la par condicio non c’entra nulla. Questi vogliono che non si parli del governo in nessuna trasmissione; o meglio, vogliono che non si spari sulla croce rossa.

  5. stefania scrive:

    non dimentichiamo che quasi tutti i tg sono a sua disposizione per tutta la campagna elettorale e che sanno parlare molto meglio e senza contradditorio, dei suoi fedelissimi “galli” che urlano e smaniano nei salotti o meglio nei “pollai”.

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