Porci senza ali: c’è l’Italia tra i grandi malati d’Europa

12/02/2010 - Per alcuni facciamo parte dei PIIGS, per altri dei GIPSI. In entrambi i casi siamo “soci” del poco esclusivo club dei cinque paesi europei con i problemi economici più gravi.Intanto la Banca d’Italia segnala che le famiglie italiane sono sempre

     
 

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Per alcuni facciamo parte dei PIIGS, per altri dei GIPSI. In entrambi i casi siamo “soci” del poco esclusivo club dei cinque paesi europei con i problemi economici più gravi.Intanto la Banca d’Italia segnala che le famiglie italiane sono sempre più povere.

Sui grandi giornali economici internazionali come il Financial Times o il Wall Street Journal, un nuovo acronimo sta facendo rapidamente strada: PIIGS sigla composta dalle iniziali dei seguenti cinque paesi europei: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna che, secondo molti osservatori economici internazionali, presentano i problemi più seri nei loro fondamentali economici, a cominciare dal loro debito pubblico. Non solo, l’acronimo fa il verso al termine inglese “pigs” ovvero maiali, quasi a volerne evidenziare i limiti, le lentezze e, soprattutto, le pesantezze che ne impediscono una rapida reazione all’attuale difficile congiuntura economica mondiale.

MAIALI D’EUROPA - Va detto subito che i cinque paesi pur versando in condizioni serie, sono afflitti da mali, almeno in origine, diversi. Inoltre, il loro status di paesi fondatori dell’Unione europea, con peraltro la stessa moneta: l’Euro, impedisce di vagliarne la loro debolezza congiunturale usando gli stessi criteri che si applicano, per esempio, alle economie dei paesi emergenti. In caso contrario, tutti e cinque, sarebbero da considerare a rischio di “default”. Proprio l’Euro e la presenza di una struttura intergovernativa di controllo come la Bce, di fatto, rende molto improbabile, almeno per ora, i rischi di insolvenza. Questo, tuttavia, non vuol dire che conti pesantemente sotto pressione non possano determinare gravi ripercussioni sulle singole economie nazionali e, più in generale, nei mercati finanziari continentali e non. Quando i mercati finanziari vanno sotto pressione, specie per la sistematica presenza della speculazione internazionale, la prima conseguenza evidente si riflette sui differenziali d’interesse pagati sul debito di questi Stati, diciamo così a rischio, rispetto ai titoli di stato tedeschi (considerati quelli più stabili e sicuri). Si pensi, ad esempio, che per l’ultima crisi del mercato finanziario europeo, l’Euro si è indebolito di quasi 10 punti percentuale rispetto al Dollaro nel breve volgere di appena due mesi. In questo frangente, i differenziali sono cresciuti di quasi 350 punti per la Grecia, e di oltre i 150 punti per Irlanda sui premi per assicurarsi contro l’insolvenza di questi Stati. Si tratta dei famosi Spread dei Cds. I contraccolpi ci sono stati sui mercati azionari europei (ma anche Wall Street e Tokio hanno avvertito lo scossone) ed in particolare, in quelli di quei paesi dove risultano esserci diverse banche esposte nei confronti dei governi, a cominciare dalla Spagna.

SIAMO A RISCHIO? - Facciamo, per prima cosa, una rapida disamina della situazione macroeconomica così come riporta una precisa analisi del sito di informazione economica lavoce.info dei 5 “maiali” d’Europa. Chi probabilmente sta peggio di tutti è l’Irlanda. A dircelo è la seguente tabella ricavata dall’ultimo World economic outlook database del FMI, che mette sotto osservazione proprio la vulnerabilità dei PIIGS. Curiosamente, il Fondo monetario, magari per non urtare la suscettibilità dei cinque paesi, anziché PIIGS li definisce GIPSI, sigla che ricorda il termine l’inglese “gipsy”, ovvero zingari. Tra i vari fattori di rischio (riportati tutti nella prima colonna) due assumono un fattore fondamentale. La crisi di solvibilità e quella della liquidità. Dalla tabella risulta che il debito estero irlandese è 9,28 volte il prodotto interno lordo. Gli altri PIIGS ad eccezione del Portogallo (2.33 volte) sono più o meno allineati. Il debito pubblico irlandese sull’estero è 2.55 volte le entrate, le riserve della Banca d’Irlanda coprono solo 1/461mo del debito a breve. Il tasso di cambio irlande si è rivalutato del 13% dal 2005 mentre il Pil è sceso del 7,5% nel 2009. Analogamente si può notare come l’Italia, tra questi paesi, è quella messa meglio. In sostanza, siamo primi tra gli ultimi, se vogliamo guardare il bicchiere mezzo pieno. L’impatto della recessione è evidente. la Spagna nel 2007 aveva un avanzo di bilancio pari a circa il’2% del suo Pil, mentre nel 2009, con l’avvento della crisi che in Spagna ha colpito particolarmente duro, si ritrova con un deficit del 12%!

E ALLORA FESTEGGIAMO? - Ovviamente il fatto che non stiamo “inguaiati” come altri non può essere, di per sé, un motivo per farci rallegrare. Anzi, il fatto che i principali organi europei d’informazione economica ci mettano tra “zingari o maiali” che dir si voglia, dovrebbe farci riflettere non solo sullo stato della nostra economia ma, anche, su quello della nostra informazione che, spesso e volentieri, certe notizie le cestina o le occulta, magari al solo scopo di non disturbare il disinteressato manovratore. E’ proprio di ieri la notizia che L’Istat ha rilevato che nel 2009 la produzione industriale è scesa del 17,4% rispetto al 2008, il peggior risultato segnato dal 1991. La Banca d’Italia, a sua volta, ha invece diffuso i dati relativi alla ricchezza delle famiglie italiane e, pure in questo caso, c’è stato un peggioramento. Nel 2008 il reddito familiare medio è stato di 2.679 euro, al netto delle tasse sul reddito e dei contributi sociali. Rispetto al reddito medio registrato nel precedente biennio 2006-2008 si è avuta una diminuzione del 4% del potere d’acquisto delle famiglie. Secondo i dati di Via Nazionale, il 20% delle famiglie ha un reddito inferiore a 1.281 euro, mentre solo il 10% supera i 4.860 euro. Inoltre, il 10% delle famiglie italiane detiene il 45% circa della ricchezza, un dato rimasto invariato negli ultimi tre lustri. Ciò nonostante le disuguaglianze sociali in termini di distribuzione del reddito sono aumentate. L’indebitamento delle famiglie continua a crescere, seppur a ritmi meno sostenuti. In media lo è una su tre, anche se il dato è inferiore a quello registrato negli altri paesi industrializzati, soprattutto per quanto concerne il livello di diffusione dei mutui sulla casa. Ma come sappiamo, il credito a consumo nel nostro paese è meno diffuso, storicamente, che altrove. Secondo Bankitalia, infine, i più penalizzati dalla crisi sono stati i lavoratori autonomi rispetto a quelli dipendenti e gli individui con età inferiore ai 55 anni rispetto a quelli con maggiore età. Particolarmente penalizzata risulta la fascia d’età dai 45 anni in giù.

     
 

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