Un bicchiere di troppo, il piede sull’acceleratore e due vite che volano via.
‘Sta serata scorre via come l’olio. Le birre si susseguono una all’altra. Così i gin tonic, che presto vengono seguiti da Negroni e cicchetti vari. Dalle sette dell’aperitivo ad arrivare alle due il tempo è scandito dai bicchieri lasciati vuoti sul bancone. Parlo, rido, faccio battute. Incrocio lo sguardo con diverse tipe. Una viene a sedersi vicino a me. Le offro qualcosa, cosa non so. Della sua conversazione con il barman ho captato solo “sauer”. Ciò che lo ha preceduto è rimasto oscuro. Come rimane avvolto in una nebbia quello che continua a dirmi. Mi sforzo di starla sentire, ma la mente è altrove. Vaga fra lo spazio dei suoi occhi e la sua bocca. Le fantasie che mi suscitano si
intrappolano in vortici senza senso. Del suo parlare colgo solo sfumature lontane. Non so come, ma so che le sto rispondendo. In questo momento è come se riuscissi a guardarmi dall’esterno, come se fossi seduto di fronte a me sul quel divano rosso e da lì fissassi tutta la scena: mi vedo, ma non riesco ad ascoltare ciò che gli dico. Lei comunque ride. Si tocca i capelli e li sposta di lato. Flirta con me. Poi una amica le si avvicina, lei mi sussurra qualcosa, scrive qualcosa su un tovagliolo di carta e me lo dà. Quando va via lo apro e mi sembra di intravedere un numero, ma gli occhi sono coperti da una patina di nebbia. Lo metto in tasca. Meglio così: stasera non sarei stato in grado di combinare un granché.
CASA – Fuor la serata è gelida. Cade una pioggia leggera. Chiudo il giacchetto e alzo il bavero. Il berretto in testa riesci a coprirmi solo un po’. Cerco la macchina, ma per quanto mi sforzi non ricordo dove l’abbia parcheggiata. Vago per strade che mi sembrano tutte uguali, spingendo frenetico il pulsante del telecomando. Il rumore dell’apertura delle porte e le frecce che si illuminano mi offrono il segnale che cercavo. Salgo, metto in moto e aspetto che si scaldi. Parto e cerco di arrivare il più in fretta possibile a casa: l’unica cosa che desidero adesso è un letto. Il mio letto. Beata abitudine. Adesso è lei a guidare. Non devo fare nessuno sforzo. Anche perché non ne sarei capace. Non so che cosa indichi il contachilometri, ma non credo di andare fortissimo. Anzi, per i miei standard mi sembra di essere praticamente fermo. Mi sforzo di guardare il cruscotto, ma non decifro i numeri. Mi perdo in chissà quali fantasticherie. Poi sento un boato. Un urto fortissimo, un urlo, qualcosa che sbatte sul parabrezza. La macchina sbanda, l’adrenalina affluisce nelle vene come una scossa, sterzo bruscamente, riprendo il controllo della macchina e di me. Lucido. Sono lucido in men che non si dica. Freno e mi volto indietro. Dal lunotto posteriore riesco a scorgere solo una sagoma scura sull’asfalto. Potrebbe essere qualunque cosa. Un cartone, un cane, un gatto o peggio… chi è stato ad urlare? Io o la “cosa” che ho colpito? Le gambe diventano di ghiaccio. Il corpo si paralizza. La mano è sullo sportello: non riesco ad aprirlo. La paura mi attanaglia. Sento una fitta allo stomaco, un’ulcera che mi trapassa. Compio uno sforzo immane ed esco. Sarò a un centinaio di metri dalla sagoma. L’adrenalina mi ha schiarito anche la vista. Le dimensioni della “cosa” non sono quelle di un cartone, né di un cane o un gatto. Cazzo, che cazzo ho fatto! Mi hanno sempre detto che se mi fosse successa una cosa del genere dovevo sempre e solo fare una cosa: soccorrere la persona, mai scappare. Mai scappare. Mai scappare. Queste due parole mi rimbombano in testa come un jingle che non riesci più a dimenticare. Mai scappare. Mai scappare. Mi volto e mi guardo intorno, in cerca di aiuto, di un segnale di qualsiasi cosa. Niente, nessuna forma di vita. Rimonto in macchina, sgommo e fuggo via.
CAPIRE – Casa mi appare come un miraggio nel deserto. Benedico mio padre e la sua spesa di centomila euro per compare un box. Scendo dall’auto e vedo i danni. A parte un’ammaccatura e una freccia rotta è a posto. Un fremito mi gela quando vedo la striscia lasciata sul parabrezza. È sangue. Non può che essere sangue. Cerco qualcosa, uno straccio, una pelle di daino, qualunque cosa e inizio a pulirlo. Adesso ho ancora la sensazione di guardarmi dal di fuori. Mi vedo mentre con forza cerco di cancellare le tracce di ciò che ho fatto. Le tracce del mio misfatto. Le tracce della mia colpevolezza. Le tracce del mio…oddio non voglio nemmeno pronunciare quella parola. Non andavo così forte. Quaranta, cinquanta, a quanto andavo? Si può sopravvivere a un urto del genere? Si può? Si può? Il panico mi assale mentre con più forza strofino la macchina. La stanchezza mi sovrasta. L’adrenalina ha esaurito il suo effetto. Sono esausto. Prendo gli stracci, esco dal box, li getto nel primo cassonetto, torno a casa, mi spoglio, mi infilo nel letto in cerca di una pace che so di non poter trovare e, invece, crollo. La mattina è una scena che non ricordo. Vedo la faccia di mio padre. È serio. Nei suoi occhi c’è rabbia. Lo guardo e non capisco. È la sagoma del maresciallo dietro di lui che mi fa tornare alla mente tutto. Cazzo, come hanno fatto ad arrivare già a me? Saranno passate sì e no due ore. Una rapida occhiata all’orologio mi fa capire che di ore ne sono passate circa dieci, ma prima che riesca a cogliere questo mi ritrovo a terra. Qualcuno o qualcosa deve avermi colpito. Alzo gli occhi e vedo il pugno chiuso di mio padre, i suoi occhi sono gonfi di odio. E di lacrime. Non ho mai visto mio padre piangere. Il maresciallo dietro lui è rimasto immobile quando mi ha colpito. Ora lo vedo abbassarsi, prendermi per un braccio e portarmi via. Sento che parlano, parlano a me, la casa è piena di gente. Ma non capisco nulla. Quando esco di casa mi accorgo che dei flash mi colpiscono in viso. Cerco di capire cosa stia succedendo, non ci riesco, tutto avviene troppo velocemente: le sirene, le macchine, la stazione dei carabinieri, qualcuno che mi preleva un campione di sangue ed esce, l’uomo che mi fa le domande. Resto muto, su una sedia scomoda e gelida. Di tutto quello che accade afferro solo le parole dell’uomo: “Se eri ubriaco farò di tutto per processarti per omicidio volontario”. Come un’idiota penso che non potrò più chiamare quella ragazza di ieri sera. Poi la mente inizia a lavorare e decifra i suoni ricevuti. Solo la parola omicidio mi rimane in testa. Omicidio. Ho ucciso qualcuno. Sono un assassino. Sono un criminale. Il peggiore. Le lacrime mi scendono copiose. Penso a tutti i miei sogni che si stanno infrangendo. Penso che la mia vita sta per cambiare per sempre. Omicidio. Omicidio volontario. Non so cosa voglia dire. La faccia dell’uomo non fa sperare niente di buono. Mi sbattono in una cella. Ho freddo, ho voglia di fumare, vorrei mio padre qui.



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