Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Archivio Chi siamo Contatti Pubblicità
di Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 6 febbraio 2010 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Montezemolo e Marchionne sono padronissimi di chiudere tutte le fabbriche vogliono in Italia e di spostare la produzione di 500 in Azerbaijan, se proprio ci tengono: la Fabbrica Italiana Automobili Torino è proprietà privata, e i proprietari (così come i loro rappresentanti) sono liberi di farne ciò che vogliono.

Quello che però bisognerebbe che i due evitassero è la protervia con la quale insistono nel raccontare bugie su cosa è stata la Fiat dal dopoguerra in poi. Dice Luca Cordero che la Fiat non incassa soldi dallo Stato, visto che gli incentivi vanno ai consumatori, e non alle aziende. Vero, formalmente. Sostanzialmente, nel momento in cui lo Stato decide di foraggiare il consumo di un determinato bene rispetto ad un altro, compie una scelta di allocazione di risorse che va a tutto vantaggio dei produttori del determinato bene. I governi, negli ultimi anni, hanno deciso di puntare sulle automobili rispetto ai televisori a cristalli liquidi e agli stuzzicadenti, e non l’hanno fatto perché le macchine sono più belle dei tv color. Lo hanno fatto per tutto quello che rappresenta Fiat in Italia: potere economico e occupazione. D’altro canto, era lo stesso Marchionne alla fine di dicembre che andava in giro dicendo che gli incentivi avevano avuto effetto sui conti Fiat per 600 milioni di euro. Scherzava?

Se poi oggi Fiat dice il vero quando fa sapere che non ha intenzione di investire più nell’auto, per lo meno in Italia, forse bisognerebbe ricordare come ha fatto a prendere questa decisione. Lo scorso anno, la Cig e gli incentivi hanno costituito una parte dell’aiuto che l’anno scorso lo Stato italiano, con i soldi dei contribuenti, ha fornito alla Fabbrica Italiana Automobili Torino. Questo le ha consentito, come diceva Scajola, di crescere in Italia e nel mondo. Una scelta antica quanto lo slogan “Ciò che è bene per Fiat è bene per l’Italia” che ci ha fatto ingoiare negli anni di tutto: dai soldi delle tasse finiti nelle rottamazioni o per aprire stabilimenti Fiat nel Mezzogiorno, fino all’obbligo “nazionale” di tifare Ferrari. E le ha permesso di perseguire il piano di diventare “too big to fail” con l’acquisizione di Chrysler all’inizio dell’anno scorso, quando si sono gettate le basi per la situazione che si vive oggi.

All’epoca Fiat, particolarmente esposta sulle auto piccole e con mercati limitati (gli utili arrivano praticamente solo da Italia e Brasile), era una vittima designata, ma ha sfruttato al massimo la forza relativa di cui godeva in questo momento. Il Lingotto non aveva un modello di gestione diverso dalle sue prede, né risentiva meno della crisi, né possedeva qualche ritrovato tecnologico che le fornisse un duraturo vantaggio competitivo, ma non aveva tanti debiti, né urgenza di trovare aiuto all’esterno, per cui trattava da una posizione di forza. Di qui la fretta di Marchionne: il rischio era che la situazione si ribaltasse e che il Lingotto potesse finire inglobato in un gruppo più ampio. Fiat si stava giocando l’unica carta per la propria sopravvivenza, gestendo i soldi che i vari governi gli hanno dato per salvare sé stessa e i loro campioni in disarmo. Per questo oggi si può permettere di gestire la situazione da una posizione di forza: è cresciuta ed è diventata una multinazionale vera. Come? Al tempo delle trattative con Opel e Chrysler, sulla rete si ironizzava suggerendo un nuovo acronimo per la casa torinese : “Funded (by) Italian (and) American Taxpayers“. Si sa, nell’ironia e nel sarcasmo c’è sempre un fondo di verità.

Fiat ragiona da grande, e poco conta che per diventarlo si è sfamata con i soldi dei governi: ormai lo è. Continuare a pretendere attenzione alla realtà locale è un pio desiderio, nei rapporti con una multinazionale. Anzi: gli esecutivi farebbero bene, invece, a prendere atto della mutata situazione e a trarne le legittime conseguenze. Smettendo di drogare il mercato e favorendo invece la libera concorrenza nel settore automobilistico, e utilizzando i denari per investire in campi dove i risvolti per l’occupazione, in occidente, hanno ancora dei margini, oppure aiutando direttamente chi perderà un lavoro senza futuro a trovarne uno con l’avvenire assicurato. In una parola, prendere atto che i tempi del motto “Ciò che è buono per Fiat, è buono per il paese” sono ormai finiti. Sempre che siano veramente esistiti.