Due grandi geni venerabili, da cui c’è sempre da imparare
C’era un luogo, ai tempi di un grande cieco che scriveva i poemi, in cui alcuni pecorai inventarono la democrazia. Era Atene, la madre dei nostri pensieri (per quelli di alcuni la zia, per altri una cugina di quarto grado che non si frequenta da un bel pezzo). I suoi simboli erano la civetta, sagace rapace,
Athena, la dea della sapienza, e l’ulivo, che non si è mai capito cosa significhi di preciso. Pace o condimento per focaccia? Certo la democrazia non era proprio quella che intendiamo noi, gli ateniesi non erano proprio così pacifici e comunque si fecero conquistare prima dal papà di Alessandro e poi da Alessandro (chi più chi meno, ognuno infine ha un Alessandro che ama o che lo scoccia) perché erano troppo presi a litigare tra loro. Però ad Atene, quando c’era in programma una prima visione, era di Eschilo, Sofocle, Euripide, il che vuol dire molto. Se voi leggeste l’Edipo Re stamattina, vi sembrerebbe che sia stato scritto stamattina, tanto è attuale nei concetti, mentre invece ha quasi venticinque secoli (è del 425 a.C. circa). Parla di un monarca, Edipo, che ne ha fatte davvero di ogni, ma che a un bel punto, siccome la sua Tebe è devastata da una pestilenza orrenda, decide di scoprirne il motivo. Investiga, chiede e domanda, e infine scopre che la causa è lui, che ha ammazzato il padre, sposato la madre e non contento ha avuto da costei quattro figli legittimi. Da cui il complesso.
DUNQUE – Allora, quando Edipo comprende la sua colpa, prima cosa si acceca e poi scompare dalla faccia della terra greca. Nel sequel della tragedia (Edipo a Colono) egli sarà del tutto riabilitato, ma questo ci può pure stare, per farlo contento. Avranno fatto una via con il suo nome, o qualcosa del genere. La tragedia comunque dice chiaramente che, quando uno ha degli incarichi pubblici, se si scopre che ha una qualche responsabilità o è implicato in qualcosa di poco chiaro, se ne deve andare. Accecarsi magari è un po’ melodrammatico: basta che se ne vada, magari anche in un bel posto con la spiaggia e le palme, in attesa di essere assunto in cielo, che è proprio quello che alla fine dell’esilio accade a Edipo. Perché in realtà, a ben vedere, Edipo non ha commesso alcuna colpa, in quanto lui non sapeva, quando ammazzò Laio per strada, che quello era suo padre, né gli era noto che Giocasta, un po’ più vecchia di lui ma molto ben conservata la quale egli andava a prendere in moglie, fosse sua madre. Lo spiacevolissimo equivoco era stato perfidamente orchestrato dagli dei greci, che non sopportavano che un comune mortale avesse un successo planetario. Si chiamava tecnicamente fthònos theòn, invidia degli dei. E ci sta pure questo. Tu sei ricco, hai tutto, sei fantastico e meraviglioso ed è ovvio che tutti ti invidiano e ti vogliono male e complottano contro di te, pure gli dei dell’Olimpo. In certi casi si vede che l’odio è una forma perversa di devozione e rispetto. Però un po’ Edipo se l’era andata a cercare: “Ma se qualcuno in parole o fatti agisce con superbia senza temere la Giustizia, sventura lo colga per il suo scellerato agire, se ingiustamente cercherà guadagno, o folle oserà toccare ciò che non si deve.” E questo è Sofocle, che alla giustizia ci teneva moltissimo.
AGAMENNONE – Ancora di più ci teneva Eschilo. Agamennone torna vincitore da Troia con Cassandra, principessa, sacerdotessa e profetessa di sventure. Con tutte le troiane che c’erano, proprio Cassandra. Agamennone non è simpatico. Prima di partire aveva sacrificato agli dei la figlia Ifigenia, cosa che non aveva messo particolarmente di buonumore la
moglie Clitemnestra, poi, dopo aver tormentato per un decennio tutti gli eroi greci Achille compreso, torna a casa portandosi un’amante. Clitemnestra si è già organizzata e non vuole indietro il marito anche perché, se proprio vogliamo andare a vedere, il regno è suo di lei e per anni se l’è cavata benissimo senza quel beone. Infatti, siccome lui è odioso, assassino e fedifrago (come lei, peraltro) lo fa uccidere dal suo amante Egisto e, già che c’è, fa ammazzare anche Cassandra, la quale già se lo immaginava da un pezzo, essendo indovina. Insomma, eccetto Cassandra, si tratta di tutta un’accozzaglia di gente arrogante e presuntuosa, che fa come le pare e poi adduce come scusa che bisognava farlo, che l’altro era cattivo, che sono tutti traditori, che c’era dietro tutto un complotto eccetera eccetera. Cosa pensa Eschilo di tutto ciò? “Non v’è riparo alla degradazione per l’uomo che, reso tronfio dalle ricchezze, ha preso a calci il grande altare della Giustizia.” Con l’Orestea, la trilogia che si apre con questa tragedia, Eschilo vinse il suo ultimo premio da vivo, perché gli ateniesi ci tenevano molto, alla Giustizia. Era la primavera del 458 avanti Cristo.

un articolo interessante! complimenti!
Su Edipo non è proprio così. Edipo era un ottimo regnante, amato dal popolo e tutto quanto. Non c’era niente che non andava.
La vera colpa di Edipo è stata quella di credere di poter salvare Tebe grazie all’intelligenza umana, anziché ascoltare gli dei per bocca di Tiresia, l’indovino cieco. La colpa di Edipo non è né il parricidio né l’incesto, ma l’arroganza di ritenere l’intelligenza umana illimitata e portatrice di verità.
La filologia, per farsi un’idea delle cose, può essere utile, ma niente rischiara l’orizzonte della mente quanto l’ampliamento della prospettiva.
niente di più grande è stato scritto dopo la tragedia greca, almeno per me…..