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Internidi Massimo Zamarion (zamax)
pubblicato il 5 febbraio 2010 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Lettera aperta al ministro dell’agricoltura. E ai panini Mc Donalds

Caro Luca, permettimi innanzitutto di chiarire la ragione di questo mio tono confidenziale: sono anch’io di razza Piave, ancorché della Destra Piave, mentre tu sei della Sinistra Piave. Certo, è noto come noi di Destra Piave siamo molto più in gamba di voi, ma non è il caso di fare gli schizzinosi. Io non lo faccio, e credo apprezzerai. Ora che stai per diventare Doge di tutte le Serenissime, è bene che ascolti la parola disinteressata di un tuo compatriota. Caro Luca, è ora di smetterla con queste panzane unilaterali sui prodotti tipici, e contro gli OGM, per il rispetto stesso della nostra tradizione veneta, prima ancora che italiana. Se la nostra penisola avesse difeso l’assoluta ortodossia dei prodotti della sua agricoltura neppure il pomodoro arrivato dalle Americhe e il caffè arrivato dall’Oriente sarebbero oggi quasi universalmente associati all’idea di italianità. Neanche la pizza. Pensa: a quei disgraziati di napoletani, poveretti, sarebbero rimasti solo la Camorra, il Vesuvio, il Golfo, San Gennaro, la mozzarella e la mistica  Caro Luca (Zaia) del Regno delle Due Sicilie, o quella della Magna Grecia. Non ti si stringe il cuore? Sulla novità, sulla moda del caffè, il nostro grande compatriota Carlo Goldoni scrisse pure una commedia ambientata a Venezia, “La Bottega del Caffè”; ma la scrisse in italiano, vista la globalità interregionale e internazionale del tema. E come la mettiamo coi semi di cacao portati da Cristoforo Colombo in Europa? Non avremmo neanche la Nutella! La nostra Nutella! E col baccalà alla vicentina? All’origine del più tipico fra i piatti tipici della cucina della Serenissima ci fu una delle nostre partite IVA, un padroncino che un giorno del XV secolo veleggiava bel bello con la sua barchetta – una caracca – e la sua ciurma di una settantina di uomini tra l’Atlantico e la Manica, fischiettando ignaro“La biondina in gondoeta”, quando una tempesta improvvisa sballottò e spinse il suo legno alla deriva al largo dell’Irlanda, per essere poi trascinato dalla Corrente del Golfo su nel Mare del Nord fino alle coste della Norvegia, dove il nostro antenato a bordo di una scialuppa fece naufragio con sedici superstiti sull’isola di Røst; e dove fu folgorato non solo dalle vichinghe dai capelli d’oro ma pure dallo stokkfisk che prendeva aria su delle specie di rastrelliere in legno e profumava i cortili delle casupole dei pescatori.

NOI ITALIANI - Siccome lo sciagurato era pio, o attaccato più all’oro degli zecchini che all’oro delle bellezze muliebri, cominciò un’attività di import-export centrata sullo stokkfisk, e non sulle vichinghe. Purtroppo. Ma, sia detto in suo onore e a sua scusante, con tale insulto a Venere e alla Natura fece la gloria della cucina nostrana. A maggior gloria provvide un secolo dopo la polenta fatta col mais proveniente dalle Americhe. Tutto facemmo nostro, caro Luca. L’abbiamo sempre fatto. Non lo sai che noi italiani siamo i primi produttori di kiwi nel mondo? Certo che lo sai. Ce l’abbiamo fatta in poco più di un trentennio. E saprai certamente che dopo il Lazio, il Veneto è nel gruppetto di testa delle grandi regioni produttrici dell’esotico frutto giunto dall’australe terra che l’Onnipotente ha posto agli esatti antipodi del Belpaese. Casomai l’unica cosa sorprendente è che siano stati i romani, gente che riposa le chiappe da duemila anni, i pionieri di quest’avventura: son cose che capitano, anche ai peggiori. E adesso perché mai allora ti incaponisci contro quei poveretti di maiscoltori, ossia dei coltivatori di mais, il meno tipico dei prodotti agricoli, che vorrebbero essere liberi, come quasi tutti gli zappaterra del primo, secondo, terzo e quarto mondo di sperimentare le coltivazioni OGM? Tu parli di sete di guadagni facili e di mancanza di lungimiranza, paventando l’abbandono delle nostre eccellenze agroalimentari, come se queste non potessero convivere con le superpannocchie OGM: dai, non fare il difficile!  Proprio in questi giorni hai fatto invece un bel passo in avanti sulla via della ragione con il lancio di McItaly, il nuovo superpanino della McDonald’s, da te sponsorizzato e fatto al 100% con prodotti italiani, soprattutto con la carne dei bovini e i formaggi derivati dal latte delle nostre belle mucche padane, tutte bestie coscienziosamente tirate su dai nostri allevatori con mangimi geneticamente modificati. “Sono grato a McDonald’s che si è prestata a questa grande operazione culturale”, hai detto, con gran dispetto degli adepti della bio-religione. E non potevi dir meglio: geniale. E’ venuto fuori in tutto il suo splendore il nostro senso pratico. Ti sei anche permesso il lusso di dare idealmente del bolscevico allo sconvolto critico gastronomico del Guardian. In questo hai tutto il mio appoggio: bravo!

NOI – Pensa, caro Luca, se gli altri avessero difeso fino alla morte i loro prodotti tipici, non solo quelli del settore agroalimentare, ma pure quelli 800px mc donalds toronto Caro Luca (Zaia) culturali, noi veneti non avremmo infettato l’Italia col nostro “ciao”, fino a cent’anni fa sconosciuto tra i paisà della penisola. Adesso stiamo andando alla conquista del mondo, e nessuno sembra in grado di fermarci. Ma noi in realtà abbiamo sempre avuto un gusto innato per la bastardaggine: cementata dai secoli, è diventata stile ed identità. Rifletti, siamo il solo popolo al mondo, noi veneti, che ha avuto il fegato di piazzare dei quadrupedi al centro della facciata di un tempio cristiano, e quale tempio! Ubbidienti e morigerati all’interno, sotto le cupole d’oro, e quasi soggiogati dalla bizantina e ieratica fissità delle figure dei santi, ci siamo scatenati per secoli all’esterno della Basilica di S. Marco con tutti i ghirigori del kitsch medievale. Il tremendo pastrocchio è conosciuto in tutto il mondo e passa per mirabile, tanto è onusto di storia! Ma l’obbrobrio equino è sicuramente il nostro capolavoro e la sua storia è la nostra storia. Che inizia con la quarta Crociata, quando conti, marescialli e baroni di Francia, della Borgogna e dintorni, tutta gente scioperata e danarosa, con la testa piena degli ideali della cavalleria, si diede appuntamento con la propria soldataglia a Venezia. Il nostro doge guercio e novantenne, Enrico Dandolo, li inquadrò subito, lesse dentro le loro anime leggere, offrì loro la flotta e l’organizzazione del viaggio. In cambio, tanto per cominciare, pretese la ripulita della costa dalmata fino allo Ionio. Le cose furono fatte con metodo e tranquillità. I baroni ci presero gusto. Arrivò pure, provvidenzialmente, a rivendicare i propri delusi diritti, il solito pretendente – che mai mancava – al trono di Bisanzio, ossia ai resti dell’Impero Romano. A quel punto Costantinopoli divenne la Gerusalemme da liberare. Fu liberata e conquistata. Nella spartizione, mentre conti e baroni si scambiavano titoli di re e imperatori, Venezia si attribuì tutte le isole e gli scali che servivano ai suoi commerci, o meglio, al monopolio dei suoi commerci. Il Doge, a scanso di equivoci, divenne “Podestà e despota dell’impero di Romania e dominatore della quarta parte e mezza dello stesso impero”. I Veneziani, che a quell’epoca erano artisticamente analfabeti come i Romani prima della conquista della Grecia, razziarono i cavalli in bronzo dorato del famoso Ippodromo e li posero, col gusto barbaro che era loro proprio, ma con molta soddisfazione, sopra il portale centrale della Basilica di S. Marco. E da lì, non si sono più mossi.  Caro Luca, sii fedele alla nostra storia.

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