Dietro l’emorragia di posti di lavoro che dopo il 2009 proseguirà anche nel 2010 non c’è solo il calo della domanda mondiale, ma paradossalmente anche l’effetto imprevedibile del meccanismo per tutelare il potere d’acquisto inserito nell’accordo quadro sulle regole della contrattazione
I dati macroeconomici dicono che in Italia l’economia sta, sia pur molto timidamente, ripartendo. Non c’è da brindare con lo champagne, come fa improvvidamente qualcuno, ma la caduta libera che ci ha fatto tornare indietro di 100 trimestri sembra terminata. Eppure, l’occupazione
non dà segni di miglioramento, anzi. Questo fenomeno, per certi versi fisiologico – l’occupazione reagisce sempre con un po’ di ritardo alle variazioni congiunturali, positive e negative che siano – sembra però, secondo il CER, il Centro Europa Ricerche di Giorgio Ruffolo, frutto di un effetto perverso dell’applicazione del accordo quadro sulle regole della contrattazione sottoscritto da Confindustria, Cisl e Uil, sponsorizzato dal governo e in particolare da Maurizio Sacconi.
L’ACCORDO SULLA CONTRATTAZIONE – Come era stato spiegato qui, l’accordo istituisce due livelli di contrattazione: il primo, nazionale, dove si contratta la salvaguardia del potere di acquisto. Il secondo, aziendale (di “secondo livello”) dove si negoziano gli aumenti di produttività. L’idea è quella di una sostanziale invarianza delle quote distributive imprese/lavoratori, con una ripartizione dei guadagni “equa” ed uno stimolo all’efficienza. Per quel che riguarda la parte della retribuzione negoziata al livello nazionale, l’accordo istituisce un meccanismo di adeguamento dei minimi tabellari secondo un indice previsionale costruito sulla base dell’Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo), depurato dall’andamento dei prezzi energetici, con successivo conguaglio in sede di riscontro a posteriori del livello effettivo dell’inflazione. E’ stato uno dei punti di maggior contrasto: la Cgil riteneva infatti che questo nuovo sistema fosse meno in grado di coprire le perdite di potere di acquisto. Una stima di tale differenza è stata fatta qui da Lavoce.info.
GLI EFFETTI PERVERSI DELLA RECESSIONE – Questo schema, a parte le obiezioni della Cgil, si muove nell’ottica che il tasso d’inflazione reale sia sempre maggiore di quello “stimato”. Quindi, in una fase “normale” del ciclo economico, il problema è quello di un ritardato e –secondo la Cgil – troppo parziale adeguamento delle retribuzioni, legate all’indice previsionale del livello dei prezzi, all’inflazione effettiva. Ma in una fase come quella attuale, come spiega il CER, “nella transizione da un contesto recessivo ad uno deflazionistico”, qual è quello che stiamo vivendo, il meccanismo rischia di favorire un ulteriore aumento della disoccupazione. In presenza di un tasso d’inflazione molto basso ed inferiore a quello programmato, le imprese si troverebbero “costrette” a garantire
un aumento retributivo pari al tasso dell’inflazione programmata, che è ora superiore a quello effettivo. Imprese che vedono compromessi i margini di profitto a causa della crisi economica, si trovano ad avere da un lato margini di capacità produttiva inutilizzata e dall’altro un “costo” eccessivo delle retribuzioni dei loro lavoratori.



Cioè dopo essersi accorti che quello che dicevano erano solenni boierie adesso la CGIL dice che la disoccupazione è colpa dell’aumento delle retribuzioni causate dall’accordo? Facciamo che lavoriamo tutti in nero e a metà stipendio allora Carlo, scusami bene.
Lo scopo dell’accordo era proprio di sterilizzare i salari sia per le imprese che per i lavoratori dagli sbalzi congiunturali (con anche l’effetto di calmierarli) ed evitare che i contratti fossero sotto il giogo delle decisioni governative sull’inflazione programmata (non so se ti ricordi le previsioni “precisissime” di Mr. tremonti di qualche anno fa).
Adesso dobbiamo invece rincorrerli? Rimettiamo la Scala Mobile?
Il problema dei salari italiani è il fiscal drag e il cuneo fiscale, solo che a tanti imprenditori fa cmq comodo avere la tassazione spostata sui salari invece che su altri redditi e quindi non si lamentano più di tanto.
La vera sfida sarebbe riunire i sindacati e gli imprenditori veramente produttivi (quelli per cui il cuneo è veramente fastidioso) in un fronte unico di rivendicazione e di cambiamento dell’impianto fiscale sul lavoro dipendente.
Ciao Ale…
No, la Cgil non c’entra nulla, a parte essere stata contraria all’accordo a suo tempo.
Quello che ho cercato di mettere in evidenza è che – curiosamente – una delle 2 principali accusa fatte a suo tempo al nuovo modello contrattuale si è non solo rivelata infondata, ma ha un effetto perverso, in una fase del ciclo caratterizzata da recessione e bassa inflazione.
La conclusione del pezzo sono dei “rumors” che girano sulle possibili scelte che si potrebbero fare (congelamento TEMPORANEO dell’accordo) che scatenerebbero però (ed è solo una mia deduzione) la richiesta di rivedere l’accordo tout court da parte di chi (Cgil) l’ha sempre osteggiato. Forse, rileggendo il testo, è un punto che non è sufficientemente chiarito, ed eventualmente me ne scuso.
In ogni caso, immagino non se ne farà nulla, con conseguenze però perniciose sull’occupazione, almeno per un altro anno.
Infine, sono d’accordo – come sai – con l’ultima parte del tuo commento.
Un sorriso e un grazie
C.