Zitto, Sofri!
17/09/2008 - Che Adriano Sofri abbia il diritto di dire la sua sull’omicidio Calabresi e sulla storia dell’Italia repubblicana va da sé: non è una questione di diritti. Certo, alcuni di noi potranno rimpiangere la pratica medioevale di tagliare la lingua agli
Che Adriano Sofri abbia il diritto di dire la sua sull’omicidio Calabresi e sulla storia dell’Italia repubblicana va da sé: non è una questione di diritti. Certo, alcuni di noi potranno rimpiangere la pratica medioevale di tagliare la lingua agli assassini…
Ma abbiamo tanto voluto, collettivamente, la civiltà, l’illuminismo e la rivoluzione scientifica. Quindi adesso ci attacchiamo. Potremmo volerne fare, alternativamente, una questione di sensibilità: ma sarebbe davvero ingenuo,
anche per uno che è stato comunista, aspettarsi che gli assassini abbiano una certa sensibilità. Quindi non è una questione di diritti, né una questione di sensibilità. Ma allora perché troviamo insopportabile il fatto che l’opinione di Sofri sul delitto Calabresi e sulla storia dell’Italia repubblicana rimbalzi da un giornale all’altro?
UCCIDERE TOGLIE – Proviamo con la distinzione tra i diritti personali (quelli che i non-animalisti chiamano diritti umani, per intenderci) e i diritti politici e/o civili: sarà forse che Sofri ha il diritto umano e/o personale di dire la sua sull’omicidio Calabresi di cui fu mandante, ma che il suddetto Sofri non ha il diritto politico e/o civile di dire la sua sull’omicidio del Commissario della Polizia di Stato Luigi Calabresi di cui fu egli stesso mandante? Potrebbe essere. Potrebbe essere che essere condannati in terzo grado per l’omicidio di un Commissario della Polizia di Stato ti tolga alcuni diritti politici e/o civili (badiamo bene: sto parlando a livello etico-politico-morale, non parlo della giustizia italiana né del diritto in genere). Potrebbe essere che tra questi diritti politici e/o civili cui si rinuncia, volontariamente e coscenziosamente, quando si uccide un Commissario della Polizia di Stato ci sia il diritto di influenzare, dall’alto, il dibattito politico italiano; di dettare la linea editoriale di alcuni dei quotidiani più influenti. Di avere ogni propria parola pubblicata e ripubblicata da un giorno all’altro.
DIRITTI MORBOSI – Che poi questi son diritti curiosi: non si parla qui del semplice diritto politico di votare o di presentarsi alle elezioni. Si parla bensì di cosidetti diritti che la stragrande maggioranza delle persone non ha. A me, per esempio, non è permesso di influenzare il dibattito politico né dall’alto né dal basso. Non mi è permesso di dettare la linea editoriale di Corriere, Repubblica, Foglio (da un po’ anche la Gazzetta, ho notato, sconfortato, questa estate). Viene forse quindi allora il dubbio che non si tratti di diritti, ma di privilegi. Frena: forse ci è scappato un fattore importante. L’Italia è piena di persone
che muoiono dalla voglia di leggere cosa ha da dire Adriano Sofri, mandante dell’omicidio Calabresi. Ma l’Italia è anche piena di persone che muoiono dalla voglia di leggere cosa abbia da dire l’Amanda di Meredith (e ancora più piena di gente cui non dispiacerebbe avere rapporti più intimi con lei). Potrebbe quindi essere che il grande interesse suscitato dalle opinioni di Adriano Sofri, mandante dell’omicidio Calabresi, non abbia a che fare con la mente – e penna – sopraffina del suddetto mandante. Ma semplicemente col famelico interesse del popolino per tutti coloro che hanno la sfacciataggine (non chiamatemelo, vi prego, coraggio) di uccidere un’altra persona.
DOMANDA E OFFERTA – Ma non è spiegare il successo mediatico di Sofri che mi interessa qui, bensì stabilire se sia giusto che egli conduca dall’alto il dibattito sull’omicidio Calabresi, di cui fu mandante. Eppure il successo mediatico di Sofri è importante: perché se abbiamo stabilito che il problema non sono i diritti personali di Adriano Sofri, né la sua sensibilità, allora molto dipende dalla scelta dell’opinione pubblica (leggi Corriere della Sera, Foglio, Repubblica – perché la cosidetta opinione pubblica è in fondo molto, molto privata) di dare sfogo alle opinioni e interpretazioni di Sofri sull’omicidio di cui fu mandante. E allora il Corriere della Sera potrebbe provare a cavarsela dicendo che – pretendendo di essere una società il cui unico fine è il suo stesso profitto – Sofri vende. Ma, ammesso anche che Sofri venda, il problema, evidentemente, è che se fosse ingiusto pubblicare le interpretazioni di un assassino sull’assassinio da lui commesso, allora non ci sarebbe profitto che tenga. Dovesse Novella 2000 pubblicare, per intenderci, il Papa che ha rapporti con un bambino di nove anni con il volto – del bambino – rivolto verso il fotografo, le vendite di Novella 2000 decollerebbero; ma siccome è illegale pubblicare le foto dei volti dei bambini, non c’è profitto che tenga.
THAT IS THE QUESTION – Quindi la questione rimane, semplicemente, se sia giusto pubblicare le interpretazioni di un assassino sul proprio assassinio. Avendo escluso l’ipotesi che l’assassino stesso non abbia il diritto di dire la sua, su che cosa potremmo fondare la tesi che il Corriere non dovrebbe pubblicare Sofri? Sul carattere eminentemente politico dell’assassinio in questione e della storia repubblicana in genere. Sofri, per intenderci, non pretende solamente di dire la sua su di una questione personale – come per esempio il fatto che egli ritenga di essere vittima di una ingiustizia giudiziaria. Sofri pretende di esprimere un giudizio politico e storico su di un evento politico e storico di cui egli è stato carnefice; e più in generale di esprimere un giudizio politico e storico sulle vicende dell’Italia repubblicana. Ma se accettiamo il principio che, quando si uccide un commissario della Polizia di Stato si perdono alcuni diritti politici, allora Sofri non ha il diritto politico e/o civile di esprimere il proprio pubblico giudizio sull’omicidio Calabresi del quale fu mandante, né di esprimere il proprio pubblico giudizio politico sulle vicende italiane. E di conseguenza il Corriere della Sera ha il dovere, verso i propri lettori e verso lo Stato, di non pubblicare tali interpretazioni.













Non sempre quello che emerge dai tribunali corrisponde alla verità.
Non mi sono piaciuti gli ultimi articoli di Sofri, ma è grazie al fatto che si può esprimere che ha potuto mettere in evidenza la scarsa persuasività della “testimonianza” di Leonardo Marino:
http://www.sofri.org/capra0399.html
Si riesce ancora a riconoscere una qualche responsabilità ai 756 firmatari (anche in questo arrotondar le cifre … quanta falsità) dell’appello contro Luigi Calabresi?
Fino a ieri non era nemmeno possibile conoscerne tutti i nomi: cercando sul web a malapena ne saltavano fuori 150 …
Ma grazie ad un archivista d’eccezione, ho rintracciato i numeri de l’Espresso con i nomi e i cognomi e li ho riportati nel blog
http://www.memore.splinder.com
Fra di loro ci sono due o tre che si sono “pentiti” uno che ha detto che qualcun altro firmò al posto suo, molti sconosciuti (alla faccia dell’appartenenza alla classe degli “intellettuali”) parecchi che han fatto carriera – anche, ohibò, a destra – e che ci ritroviamo a sputar sentenze tutt’oggi.
Prossimamente i documenti originali.