Coma: una risposta oltre il muro del silenzio

04/02/2010 - Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riferisce di un uomo in stato vegetativo che è riuscito a replicare alle domande dei dottori grazie a uno scanner di ultima generazione. E’ riuscito a rispondere ad alcune semplici domande

     
 

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Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riferisce di un uomo in stato vegetativo che è riuscito a replicare alle domande dei dottori grazie a uno scanner di ultima generazione.

E’ riuscito a rispondere ad alcune semplici domande come “Tuo padre si chiama Alexander?“, attivando le stesse aree cerebrali di una persona sana, nonostante fosse in stato vegetativo. E il risultato delle ricerche sul suo caso, pubblicato sul New England Journal of Medicine e riportato oggi dal Times, potrebbe cambiare il modo di concepire le cure sui pazienti in coma.

UN CASO SPECIALE -Il 29enne belga in precedenza non aveva mai mostrato alcun segnale di coscienza dopo aver subito un grave trauma al cervello come conseguenza di un incidente stradale. Gli era stato allora diagnosticato lo stato vegetativo (VS), in cui i pazienti potrebbero risvegliarsi dal coma, ma sembrano non avere nessuna consapevolezza. I risultati notevoli raggiunti da ricercatori britannici e belgi, suggeriscono che almeno alcuni pazienti VS sono in grado non solo di sentire e capire le persone, ma anche di reagire mentalmente in modi che possono essere sfruttati per la comunicazione. Nel caso in osservazione,modificando l’ attività cerebrale del paziente, si è riusciti a leggere le sue risposte studiando le scansioni durante una risonanza magnetica funzionale (fMRI).

LA QUESTIONE ETICA -E’ molto probabile che entro dieci anni ci troveremo in una situazione dove i pazienti incapaci di qualsiasi reazione saranno in grado di comunicare usando il loro cervello giorno per giorno“, ha dichiarato Adrian Owen, del Medical Research Council ( MRC) Cognition and Brain Sciences Unit di Cambridge, uno dei leaders della ricerca. Immediate le reazioni che sollevano difficili questioni etiche, in primis l’utilizzo della tecnologia per esprimere il desiderio di morire. Pur essendo in grado di rispondere “sì” / “no”, il loro danno cerebrale potrebbe non dargli la piena capacità di dare un consenso informato alla decisione inerente il desiderio di vivere o di morire. “La domanda ovvia che si potrebbe porre è se si desidera essere tenuti in vita, ma ci sono ostacoli etici e legali che devono essere superati per determinare se un paziente ha i mezzi cognitivi per prendere decisioni come questa” ha detto il dottor Owen. “Non lo si può fare solo sulla base di questi risultati“. Egli ha anche aggiunto che i risultati, che sono stati pubblicati sul The New England Journal of Medicine, sono stati un conforto per i parenti del paziente. “Una delle cose più difficili in questa situazione è di non sapere se la persona che ami può comprendere le tue parole“, ma ha anche aggiunto che non tutti i pazienti in stato vegetativo hanno lo stesso tipo di risposta agli stimoli esterni e su 23 persone sottoposte allo scan fMRI finora, solo quattro hanno dimostrato di possedere chiari segni di coscienza.

SEI DOMANDE - La ricerca, che è stata guidato in collaborazione con Steven Laureys, dell’Università di Liegi, e Martin Monti, dell’unità MRC, si basa su uno studio pubblicato nel 2006 in cui il team aveva scoperto che una donna di 23 anni,che sembrava essere in uno stato vegetativo era risultata, invece,cosciente. Gli scienziati avevano effettuato scansioni sul suo cervello, mentre a lei era stato chiesto di immaginare una partita a tennis o lo spostamento da una stanza all’altra in casa sua. In questo modo erano riusciti a vedere un’attività in alcune zone del cervello.Così hanno cominciato a fare scansioni su una ventina di pazienti e di questi altri tre hanno mostrato un andamento simile dell’ attività cerebrale, che suggeriva la consapevolezza. Hanno poi cercato di usare questa scoperta per cercare di stabilire una comunicazione, facendo una scansione del cervello di persone sane. A questi volontari è stato chiesto di immaginare una partita a tennis, se la risposta a una domanda era “sì”, e di immaginare che si spostassero attraverso la loro casa per dire di “no”. La stessa tecnica è stata poi utilizzata per tentare di comunicare con l’uomo belga. “Gli sono state fatte sei domande, mentre il suo cervello veniva scannerizzato utilizzando la fMRI. Egli ha risposto alle prime cinque con successo, mentre non c’è stata nessuna risposta alla sesta domanda questo perché probabilmente il paziente si è addormentato o ha perso conoscenza”, ha detto il dottor Owen.

SVILUPPARE LA TECNICA - Il dottor Monti ha dichiarato: “Questa tecnica potrebbe essere utilizzata per affrontare importanti questioni cliniche. Per esempio, ai pazienti che capiscono, ma non possono muoversi o parlare, potrebbe essere chiesto se sentono dolore, consentendo ai medici di decidere quando somministrare analgesici “. Il team ha ora intenzione di ripetere l’esperimento. Il prossimo obiettivo sarà quello di perfezionare la tecnica, per stabilire se gli stessi risultati possono essere raggiunti con una tecnologia di scansione più semplice, come gli elettroencefalogrammi (EEG). Questo potrebbe permettere ai pazienti di comunicare regolarmente, e non solo quando sono sottoposti ad una risonanza magnetica – una procedura costosa e difficile, che può essere utilizzata solo di rado.”E’ importante mettere a punto una tecnologia che può essere utilizzata ragionevolmente di routine. Sarebbe eticamente molto dubbio aprire la porta a questa possibilità di comunicazione e richiuderla subito dopo“. Chris Frith, Professore Emerito di Neuropsicologia presso l’University College di Londra, ha dichiarato: “E’ difficile immaginare un’esperienza peggiore che avere una mente funzionante intrappolata in un corpo sul quale non si ha assolutamente alcun controllo. Ovviamente, è necessario un più ampio sviluppo della tecnica, ma ora abbiamo la concreta possibilità che, in futuro, grazie al lavoro del dott. Owen e dei suoi colleghi, saremo in grado di rilevare i casi di altri pazienti, che sono consapevoli e per di più, saremo in grado di poter comunicare con loro”.

     
 

2 Commenti

  1. Aioros scrive:

    Faccio un appunto, magari aspettando conferma da qualcuno più esperto: il soggetto in questione non era (per definizione, direi) in stato vegetativo, si credeva che lo fosse. Era invece un tipo di sindrome locked-in. Chi è in stato vegetativo è sveglio ma non cosciente, e non potrebbe rispondere ad alcun tipo di domanda.

  2. Tess scrive:

    probabile, anche se anche il NEJM nell’articolo originale fa rimerimento ad un VS, salvo individuare due livelli, diciamo così, di determinazione degli stati di coscienza. Credo che la differenza sia lì

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