Quanto può essere interessante il nome di un regista nel cinema? Tanto. Ma il nome di un esordiente? Ancora di più se costui è il figlio di David Bowie.
La fantascienza è un genere decisamente molto affascinante. Per le sue caratteristiche intrinseche, infatti, è in grado di porre lo spettatore di fronte a delle realizzazioni concrete di situazioni difficili, impensabili e altamente simboliche. Non è un caso se il genere fantascientifico è, più che un vero capitolo stilistico stagno nel mondo del cinema, un terreno di base su cui si possono realizzare tutti gli altri generi. Ci possono essere declinazioni horror (Punto di non ritorno), aspirazioni intellettuali e filosoficamente intriganti (2001: Odissea nello spazio), vuota azione che sia male o ben realizzata (Transformers 2 o lo Star Trek di J. J. Abrams per citare due
esempi recentissimi), perfino il giallo (Blade runner) o film generazionale (Donnie Darko). Questo ne sancisce la netta superiorità su altri generi che adoro quali ad esempio l’horror: quest’ultimo porta con se, nelle sue migliori interpretazioni, uno sguardo critico sulla realtà che fa cadere le finte sovrastrutture della società civile, riportando l’uomo di fronte alla sua vera natura. Ma per quanto potente e versatile, nulla può contro la fantascienza. Il novellino Duncan Jones, che sulle spalle porta un padre pesantissimo, ha deciso di regalarci come opera prima questo Moon, in grado di ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto nel panorama della fantascienza di questo inizio secolo.
LUNAR INDUSTRIES – Protagonista assoluto della pellicola è Sam Bell, che nell’immaginario collettivo dovrebbe essere un astronauta, ma scoprendo le sue mansioni non sembra molto diverso da un bovaro o un minatore. Il suo compito infatti è quello di accudire la base lunare che fa da testa di ponte per l’estrazione dell‘Elio3: un fantomatico combustibile in grado di soddisfare il 70% dei bisogni energetici del pianeta Terra, come presentato dai minuti iniziali del film, girati su uno stile che ricalca lo spot pubblicitario. Un piccolo dettaglio che rende più traumatica la sua esperienza lavorativa: è l’unico inquilino umano della base lunare (la sua sola compagnia è l’intelligenza artificiale GERTY, il cui corpo pare essere una cabina telefonica semovente anni 60) e il suo turno di lavoro dura la bellezza di tre anni. Lo spettatore lo raggiunge quando mancano appena tre settimane alla fine di questo lungo periodo di solitudine. L’agognata meta del ritorno sulla Terra è vicina, e Sam porta sulla sua pelle i segni indelebili di questo isolamento. Ma un incidente improvviso cambia radicalmente le sue prospettive per il futuro.
EOLOMEA – Moon sceglie di interpretare la fantascienza con una firma stilistica molto precisa. Si costruisce su un tema unico e ben preciso, irrisolvibile data la sua assurdità, sul quale non monta un apparato di fantasie, ma punta alla descrizione di una vita quotidiana sconvolta. Se si vuole trovare un compagno di giochi a questo Moon, lo si dovrebbe cercare nel recente Sunshine di Danny Boyle. Come in Sunshine, e come nel vecchio e tedesco Eolomea, abbiamo un’umanità normale in condizioni eccezionali, ma dettate semplicemente dal fronteggiare qualcosa di più grande di quanto l’uomo sia abituato ad affrontare. Se in Sunshine il problema era una stella morente, se in Eolomea era una sorta di triangolo delle Bermuda dello spazio, in Moon il malcapitato Sam Bell deve fronteggiare il decadimento improvviso di tutto il mondo intimo e personale che aveva dato per scontato fino a quel momento. Intuire tutti gli aspetti dell’intreccio nei pochi minuti iniziali non è affatto difficile anche con un medio grado di attenzione. Così come i concetti più prettamente filosofici, che sono decisamente tritati e masticati ad uso e consumo di chi guarda, e non presentati nella loro completa complessità come in 2001 o nell’originale Solyaris. Ma non è infatti nel sorprendere lo spettatore con gli effetti speciali (visivi, sebbene ben fatti, o filosofico-sceneggiativi) che punta questo Moon.




Questo film è fantastico, tanto quanto il modo come lo hai recensito