di Mauro Senzaterra (Mthrandir)
postato alle 16:23 del 6 Maggio 2008 in EconomiaTorna alla home

Straparlano di settore strategico, evocano gli alti valori dell’italianità, paventano irrisolvibili crisi familiari per le migliaia di dipendenti, ma l’unica vera ragione che ispira tutti i salvatori della patria alata si chiama, ora e sempre, difesa di un privilegio.

Con tutta la politica fuori porta per il ponte lungo, sull’agonia di Alitalia veglia lo studio legale Privitera al quale non si sa chi ha affidato il compito di consultare i sindacati tanto per capire che aria tira. Il fiore dell’imprenditoria nostrana, intanto, resta cautamente mimetizzato all‘ombra di un Passera che ogni giorno rilascia la stessa identica dichiarazione, cioè l’ossessivo ritornello del “salvare si può, noi siamo qua”. Siccome vuol vedere i conti, eccone alcuni di quelli riportati dal Sole 24 Ore di domenica.

Due conti – Perdere un milione di euro al giorno non è facile, ma si può fare. Basta dotarsi di un Loghi Alitaliamanagement all’altezza, tipo quello che ha deciso di rifare il marchio della compagnia di bandiera. Operazione doverosa, perché quello vecchio risaliva al 1969. La Saatchi & Saaatchi, per la modica cifra di 520 mila euro, l’ha ridisegnato uguale a prima, ma col testo inclinato leggermente a destra. Secondo il Presidente Libonati (Assemblea 2007), i passeggeri hanno gradito moltissimo e si può ben dire che siano clienti soddisfatti. E’ probabile che su tanta soddisfazione abbia influito anche l’impegno pubblicitario della compagnia che, sempre la Saatchi & Saatchi, ha affidato il compito di spendere altri 22 milioni di euro in giro per i media. La stessa notevole magnanimità è stata dimostrata ad altre due società di consulenza manageriale il cui fondamentale contributo al miglioramento della situazione appare assai evidente. La McKinsey ha portato a casa 42 milioni di euro (più IVA) tra il 2004 e il 2006, Accenture (2006) “solo” 30 milioni.

Vip volanti – E, sempre a proposito di sprechi, c’è da dire che il club di “aficionados” di Alitalia è uno deifreccia alata più numeroso del mondo. Non i frequent flyers, circa 50.000, ma il “ristretto” gruppo di membri onorari del Club “Freccia Alata. I momenti d’oro in cui erano 5.000 sono passati, ma ne restano altri 1.300 e la riduzione non ha placato gli appetiti di chi del piccolo privilegio fa una ragione di vita. L’élite comprende membri della corte costituzionale, collaboratori di mammasantissima della politica, giudici della corte dei conti (che sono quelli che fanno le pulci agli altri), soubrettes, cantanti, giornalisti, nani, ballerine e via discorrendo. Vantaggi della tesserina? Salette riservate, prime file e ammennicoli vari: niente di economicamente rilevante, più che altro la soddisfazione di sentirsi gente che conta.

Casta aerea – E, infatti, l’autentica casta dell’Italia volante sono i dipendenti della compagnia e i loro padrini sindacali. Alitalia, nella gestione del personale, è un caso clinico. Se il sindacato più piccolo dell’Enav altra casta(7 iscritti) può far cancellare 320 voli in un giorno, non ci si deve meravigliare se, per contratto, piloti, hostess e stewards hanno diritto a giornate di riposo che durano 33 ore offrendo in cambio giornate lavorative di volo che, di rado, superano i 98 minuti. Sempre 33, numero magico, sono i giorni di riposo per ogni trimestre. Accade che volino, ogni tanto, e quando succede è previsto che vengano nutriti ogni sei ore per evitare decrementi nelle prestazioni. Siccome hanno stipendi che superano di gran lunga la media di quelli pagati dalla concorrenza, ogni stupore sul fatto che siano iscritti al sindacato l’80% degli assistenti e quasi il 90% dei piloti è del tutto fuori luogo. Mica si può mandare a casa tanti affezionati lavoratori così, senza farsi uno scrupolo.

Vendesi e comprasi – Insomma, considerando le mani in cui sta Alitalia, dal management piazzato lì dalla politica che poi pretende voli su aeroporti come Albenga o Lamezia Terme a sindacati che considerano un diritto non andare a dormire a Stresa perché “triste d’inverno”, da molto presunti Vip che esigono salette ovattate per ingannare l’attesa ai dipendenti che volano al posto dei passeggeri paganti per arrivare in ritardo sul luogo di lavoro, c’è da stupirsi che qualcuno serio un’offerta l’abbia fatta. Meno, invece, che abbia alzato i tacchi quando ha capito cosa si sarebbe portato in casa. E ancora meno sorprende che anche Berlusconi, ricevute le osservazioni della UE sul prestito ponte, abbia solennemente minacciato di comprarsela da solo una volta vestiti i panni dello Stato. E di darla alle Ferrovie, altra azienda gioiello del panorama dell’impresa pubblica italiana, altro parcheggio per paraculi finanziato gentilmente dalla cittadinanza. E forse andrà a finire così comunque, perché l’unico luogo veramente adatto per decidere il futuro di Alitalia non è un tavolo con questo o con quello, ma l’aula di un tribunale fallimentare.

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