La troppa teatralità di una celebrazione che trascende nel religioso non farà più danno che bene alla causa della tolleranza?
La parola ebraica “Shoah” evoca trauma e distruzione, tragedia e catastrofe, ma non porta in sé la neanche troppo velata connotazione religiosa che caratterizza la parola “Olocausto”, la cui vaghezza allusiva è foriera di pericolose e comode mistificazioni. L’Olocausto è divenuto la pietra d’inciampo, per usare il linguaggio evangelico, o il “mito” fondante, per usare quello dei nostri giorni, di un’ambigua e straordinariamente malleabile filosofia o chiesa dei diritti umani: in breve, un articolo di fede. E allora perché stupirsi se fondata questa nuova fede un po’ alla volta spuntino fuori anche gli infedeli che le si oppongono? E’ molto più facile negare un dogma che un fatto storico. Voglio dire: quello che non la coscienza morale, e nemmeno il semplice buon senso, ma la pura e vile prudenza rispetto all’evidenza dei fatti non oserebbe contestare, ossia il massacro pianificato e condotto a termine di milioni di ebrei nel cuore dell’Europa durante la
seconda guerra mondiale, non comincia a diventare mostruosamente problematico, controverso, confutabile e infine “rinnegabile” nell’aria rarefatta dei dogmi parareligiosi o degli imperativi categorici? Ubbie, si capisce, da allontanare da sé col massimo zelo. Prestate orecchio al fuoco di fila delle stentoree professioni di fede, alle iperboli sempre più ingegnose usate dai politici per illustrare il loro specchiato anti-antisemitismo: se non si parlasse di immani tragedie verrebbe quasi da sorridere. E che dire della cerimoniosa esibizione della kippah, cui non riescono a sottrarsi né le teste più stabili né le più deficienti teste vuote dell’universo, specie se di qualche fama multimediale? Non vi annusate un che di frivolo, che in fondo offende tutti, chi professa la religione ebraica, chi ne professa un’altra, chi non ne professa alcuna? E sarà stato certamente più il frutto di una benintenzionata ingenuità che di un ossequio allo “spirito del mondo”, l’esibizione della stella gialla, al motto di “Anche io oggi sono un ebreo”, da parte del Presidente della Camera Schifani alla Risiera di San Sabba di Trieste nel Giorno della Memoria; ma non vi sembra che queste esagerazioni un po’ teatrali facciano lievitare ancor di più la melassa mistica che avvolge come da copione il dogma e contribuisce a mettere l’opinione pubblica davanti al falso dilemma di un No o un Sì? Un dilemma che dovrebbe semplicemente e banalmente non sussistere sul piano storico?
SI O NO - Su scala mondiale, o almeno su quello della civiltà cristiano-occidentale, la memoria dell’Olocausto rischia di produrre gli stessi effetti di quello che da noi è stato il culto laico Resistenza: un credo cui conformarsi con facilità e profitto, e insieme l’oblio delle colpe e della storia. Niente di strano allora che questa nuova teologia prêt-à-porter dei diritti umani abbia bisogno di un nuovo “male assoluto” e di un nuovo Satana, e che perciò il Nazismo sia in generale sentito dall’opinione pubblica come una categoria antropologica senza padre né madre né fratelli né sorelle, fuori della storia e soprattutto lontana da parentele scomode. Eppure basterebbe sottrarsi alle suggestioni della parola “nazista” ed accostarsi all’assai prosaica denominazione di Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori Tedeschi per entrare perplessi in una realtà politico-culturale ramificata, spesso contraddittoria, la cui dinamica subì un colpo d’acceleratore nell’ottocento uscito dalla Rivoluzione Francese. Per fare un esempio tra i mille riscontrabili in questo coacervo, Proudhon scriveva a metà del diciannovesimo secolo: “Ebrei. Fare un articolo contro questa razza, che infetta tutto, ficcandosi dappertutto, senza mai fondersi con alcun popolo. Chiedere la loro espulsione dalla Francia, con l’eccezione degli individui sposati con delle francesi; abolire le sinagoghe, escluderli da ogni impiego, perseguire infine l’abolizione di questo culto. Non per niente i cristiani li hanno chiamati deicidi. Gli ebrei sono il nemico del genere umano. Bisogna rispedire questa razza in Asia, o sterminarla… Col ferro o col fuoco, o con l’espulsione, bisogna che l’ebreo scompaia…Tollerare i vecchi che non fanno più figli. Lavoro da fare. Quello che i popoli del Medioevo odiavano d’istin
to, io l’odio dopo riflessione e irrevocabilmente. L’odio dell’ebreo come dell’inglese deve essere il nostro primo articolo di fede politica” (P.-J. Proudhon, Carnets, 26/12/1847), Non sarà che tutta questa liturgia serve appunto per nascondere all’uomo della strada una storia lunga, contorta e scomoda, di cui queste note di un nient’affatto isolato profeta tanto dell’anarchismo quanto del “socialismo comunitaristico” nella Francia ottocentesca dell’esprit républicain, costituiscono solo un “dettaglio”? Perciò, come tutta l’educazione veteroresistenziale col suo settarismo ha più danneggiato che stimolato il processo di maturità democratica in Italia (e non voglio nemmeno contare la colpa di aver perversamente alimentato oltre ogni ragionevolezza la popolarità della figura di Mussolini nella nostra storia: Minghetti, Crispi, Sonnino, Giolitti, tanto per fare alcuni nomi, chi se li ricorda ormai?), così la pompa metafisica della Memoria dell’Olocausto farà più danno che bene alla causa della tolleranza e della lotta al razzismo: ci troveremo con un’opinione pubblica perennemente allertata e perennemente poco consapevole, e quindi manovrabile.




Massimo, sul fatto che non bisogna fare della Shoah come di qualsiasi altra cosa (la resistenza, il 68, il risorgimento, il rinascimento, l’impero romano o quello carolingio, ecc…) un santino sono d’accordo.
Sul fatto che l’antisemitismo ha una storia purtroppo più antica del nazionalsocialismo anche.
E pure sul fatto che l’intolleranza, il non rispetto per le idee altrui, l’odio “razziale” non alberghi solo tra chi adorava le camice nere anche. Che non sia stata un esclusiva dei nazisti pure. Anzi, credo che sia proprio un virus che non si riesce ad estirpare dalla testa di molti uomini sin dalla notte dei tempi.
Ma mi spieghi perché vorresti cercare – più o meno velatamente – di attribuire queste “colpe” in via pressoché esclusiva alla sinistra mondiale, quando (tanto per fare un esempio) l’eredità del fascismo, che di quel nazional socialismo è stato alleato e complice, è stata orgogliosamente rivendicata fino a ieri da gente che – salvo prova contraria – è iscritta, cofondatrice e alta dirigente del Pdl?
Veder addossare le colpe dell’olocausto a un parte politica (al Prouhdon di turno e non, come sarebbe forse più banale, soprattutto al gruppo dirigente del nazismo che lo fece ed ai tanti complici che ebbe in giro per l’Europa, per esempio) mi lascia un po’perplesso, ecco.
Grazie.
Un caro saluto
Carlo
ormai sappiamo che qualsiasi male del mondo è direttamente o indirettamente ricondubile ai comunisti trinaricuiti mangiabambini.. “e più non dimandare”
e l’antisemitismo cattolico?
Ahahahahahah!Neanche un fake scriverebbe un articolo così. La panacea di tutti i mali? Il cattolicesimo. L’origine di tutti i mali? La sinistra, i comunisti, e vari altri. E tutti i santissimi argomenti che ti passano per la mente tu li declini secondo questi due comandamenti. Mi son detto appena visto il titolo: dove andrà a parare? E non mi hai deluso.
Ma un pochino di serietà? Non è il punto di vista diverso il problema, è la cecità.
Io ho scritto “una realtà politico-culturale ramificata, spesso contraddittoria, la cui dinamica subì un colpo d’acceleratore nell’ottocento uscito dalla Rivoluzione Francese”: “ramificata”, “contraddittoria”, e quindi una realtà in cui “destra” e “sinistra” si davano la mano e si confondevano. Fascismo e nazismo sono i frutti novecenteschi di una lunga evoluzione ottocentesca del vasto e variegato movimento socialista. La destra estrema, atea e xenofoba politicamente è un feniomeno novecentesco. Prima viveva solonel cerchio degli uomini di cultura. Nell’ottocento la “destra” era monarchica, reazionaria, nell’ultima parte del secolo anche “liberale”, e dentro di essa c’era anche sicuramente traccia del vecchio antisemitismo cristiano. Anche la Rivoluzione Francese conteneva in se stessa delle spinte contraddittorie. Napoleone liberò i ghetti, in nome dell’uguaglianza ecc. ecc. Ma la Rivoluzione portò pure ad idolatrare lo Stato e la Nazione, e ad incubare i semi del totalitarismo. E’ per questo che da essa (e da tutto il mondo culturale che le era connesso, non solo in Francia, naturalmente) vennero per gli ebrei giorni migliori, ma potenzialmente anche peggiori. Finì l’epoca dei progrom, ma fece capolino anche l’incubo delle “soluzioni finali”. Prima era il contrario.
si abbiamo capito è colpa dei comunisti ante litteram, in littera e post litteram. assodato questo dato certo ci sono altri argomenti che giustifichino ulteriori sprechi di pixels?
Un segno di quanto ingarbugliate siano le cose è, ad esempio, che perfino il Sionismo è figlio dell’accelerazione di cui parlavo. E’ figlio in parte dell’idea ottocentesca di “nazione”. E i suoi primi propulsori erano laici spesso in conflitto con i “religiosi”, e spesso di tendenza socialista. Bisogna dare un significato negativo a questo? No. Tutto è legato all’arrivo della democrazia e della modernità, e questo risponde ad una sollecitazione vera e non reprimibile. Mai tempi di “uguaglianza”, come pensava Tocqueville, portano con sé idee totalizzanti assai pericolose. Delle quali ormai in Occidente abbiamo pagato ormai la grossa parte del prezzo, ma non tutto.
oh mio dio non starai insinuando con la millenaristica chiosa finale che la nostra amata democrazia sia in realtà una sorta di dittatura comunista “soft”!
“Fascismo e nazismo sono i frutti novecenteschi di una lunga evoluzione ottocentesca del vasto e variegato movimento socialista”
Che fossi un tipo bizzarro,lo si era già capito da un pezzo,ma a pensare che potessi anche dare i numeri al lotto proprio non c’ero arrivata.
Un caso illuminante di antisemitismo – e del suo guazzabuglio – di fine ottocemto e primo nocevento fu il popolarissimo sindaco di Vienna, Karl Lueger. Costui era cristiano, ma non un classico cristiano “reazionario” e “monarchico”. Fu, per l’appunto il fondatore del partito cristiano-sociale: “sociale”. Era, a suo modo, ferocemente democratico e progressista.
“Erano sorti altri due partiti di massa. Victor Adler e Engelbert Pernerstorfer, che avevano compilato insieme il “Programma di Linz”, continuando a portare avanti l’anticapitalismo, coniavano la socialdemocrazia austriaca. Collegandosi all’antiliberalismo, Karl Lueger fondò il partito cristiano-sociale. (…) Nel 1975 il “Burgerklub” liberale fece nominare consigliere municipale l’intraprendente avvocato; ma dovette pentirsene perché costui – appena insediato – cominciò ad attaccare i notabili, i ricchi e gli ebrei. Lueger fece appello ai democratici dei sobborghi, agli artigiani e ai bottegai, a tutti i deboli minacciati dal capitalismo, a tutte le inteligeneze emarginate dal liberalismo, fossero cattolici di destra poi di sinistra, ai vecchi nobli ancora attaccati ai resti del feudalesimo, e ai nuovi corporativisti che pensavano ad una riforma sociale cristiana. Così nacque negli anni Ottanta il partito cristiano-sociale a Vienna, poi in tutta l’Austria di linguia austriaca, formato e coordinato da un uomo che non era più un tribuno del popolo del vecchio stampo, ma un demagogo dell’epoca delle masse. Con Shonerer, Lueger aveva in come l’antisemitismo, che per lui tuttavia era, più che un ideologia, uno strumento per attizzare gli ainimi del popolino contro i “giudeoliberali”: i grandi capitalisti e i baroni della stampa ebrei. Qyuesti cristiano-sociali non erano, ovviamente, contro la Chiesa, ma in un certo senso erano anticlericali, in particolare contro l’alto clero, al quale non garbava il “movimento dei cappellani”. Lueger cercava di tenere a freno i suoi seguaci tedesco-nazionali mediante prese di posizione germanistiche, ma non era unpagermanista, in parte perché a Vienna aveva bisogno anche dei suffragi dei portinai, dei cocchieri e dei sarti cechi (“Lasciate in pase i miei boemi!”), in parte perché non poteva immaginare un’Austria senza la casa imperiale sovrannazionale (“Fino a che nelle nostre vene scorre una goccia di sangue, ogni molecola di esso sarà giallonera!”) (FRANZ HERRE, Francesco Giuseppe)
“Fascismo e nazismo sono i frutti novecenteschi di una lunga evoluzione ottocentesca del vasto e variegato movimento socialista.”
Non direi: il fascismo, sia nella sua estrinsecazione italiana che in quella tedesca, era un’ideologia certamente ben diversa dalle vecchie destre liberali, conservatrici e reazionarie; un’ideologia che per certi aspetti disprezzava la borghesia, ma di certo non voleva annientare il sistema capitalistico di cui la borghesia era il principale propugnatore, dal punto di vista sociale e politico. Fascisti e nazisti anzi favorirono il capitalismo di stato, anche per superare le difficoltà e le umiliazioni del dopoguerra, in modo da avere una società che avesse le idee ed i numeri per portare avanti i propri ambiziosi progetti strategici. A tutto questo si univa un razzismo di tipo etnico, perverso frutto dello sviluppo di scienze di per sé neutre come biologia, antropologia ecc.; un razzismo peraltro ereditato dalle culture pre fasciste: Inghilterra USA Francia ecc. non erano esattamente modelli di antirazzismo, ANZI.
Le varie ideologie socialiste invece, in modo più o meno radicale, proponevano il sovvertimento della società capitalistica, o una sua radicale umanizzazione, ed il razzismo non era connaturato ad esse, anzi IN LINEA GENERALE era aborrito. Marx ad esempio, quando parla male degli Ebrei, li critica dal punto di vista culturale e sociologico, non certo dal punto di vista etnico. Purtroppo e per fortuna poi tanti socialisti erano figli del loro tempo, dunque non abbandonavano pregiudizi che non derivavano dalla loro ideologia politica, ma dal contesto socio-culturale.
Se poi come “frutto” intendi, Zamax, che il fascismo nacque e prese forza come reazione sociale, politica, culturale, ECONOMICA, ai socialismi, beh, è possibile, anche se secondo me gli elementi basilari e costitutivi del fascismo precedono il socialismo. Senza dubbio i fascismi presero forza dall’antisocialismo e dall’anticomunismo e si fecero così tollerare da certi liberali e conservatori che sottovalutarono la forza dirompente di questa nuova Destra.
Non a caso la campagna di sterminio di Russia fu inaugurata come la lotta finale al bolscevismo, non agli Slavi, peraltro giudicati Untermenschen, esseri umani inferiori, e destinati ad essere gli schiavi della razza superiore.
Croce ed Giolitti non amavano Mussolini, ma lo sottovalutarono; analogamente Hindeburgh non amava Hitler, e la gloriosa scuola liberista austriaca si diede alla fuga; i vecchi Junkers prussiani poi spesso non apprezzavano il nazismo, tanto che alcuni di essi alla fine parteciparono al famoso attentato fallito.
“Napoleone liberò i ghetti, in nome dell’uguaglianza ecc. ecc. Ma la Rivoluzione portò pure ad idolatrare lo Stato e la Nazione, e ad incubare i semi del totalitarismo.”
Lo Stato era idolatrato dall’assolutismo (espresso nel famoso L’Etat s’est moi, di Luigi XIV), che fu ferito mortalmente dalla Rivoluzione francese e dai moti liberali europei che su di essa si modellarono.
La Nazione era anch’essa in valore per la Rivoluzione, sono d’accordo, basta pensare all’eroica lotta di resistenza intrapresa dalla Francia contro mezza Europa, dalla Rivoluzione repubblicana alla prima fase napoleonica; ma il nazionalismo (cosa diversa dal patriottismo, ossia l’autodifesa e l’orgoglio nazionale), inteso come rapporto esclusivo, escludente ed “autarchico” fra patria (ossia la terra) ed il popolo (società che crede in certi valori ed ha una certa, rigida identità, anche etnica) mi sembra essere più un portato dell’Europa ottocentesca, l’Europa del colonialismo, che della Rivoluzione francese. Ossia mi sembra piuttosto conseguente alla progressiva crisi (dell’idea) dei superstati, gli Imperi, che certo non amavano Napoleone, anzi lo annientarono, e si opponevano all’Impero francese soprattutto perché rompeva i vecchi equilibri, oltre che per il pericolo di contagi “rivoluzionari”.
Sul totalitarismo, credo che esso sia stato il frutto dell’immenso potenziamento tecnologico novecentesco degli strumenti di massa, ossia sia un’evoluzione non necessaria delle ideologie autoritaria, senza dimenticarsi che ovviamente deve anche esserci una società poco interessata a mantenere poteri e diritti inalienabili. In effetti gli ideali rivoluzionari, da anti-stato (quello assoluto), si tramutarono nel “Terrore”, ossia in un apparato statale assassino, intenzionato a diffondere le idee che lo legittimavano col terrore, la delazione, la coercizione, fisica e non. In misura persino maggiore del regime precedente, forse. Ossia assunque quel carattere propagandistico massificato che è così basilare nei regimi totalitari.
Ma non so se per ciò il Terrore sia da considerarsi come un antenato del totalitarismo; tutte le nuove forme di governo si impongono con la propaganda e la coercizione, anche se ovviamente molti usano metodi più raffinati e (quasi) incruenti. Tanto per fare un esempio la Rivoluzione americana e la Repubblica Italiana non si sono imposte con mezzi analoghi al “Terrore”, quella Inglese (FONDAMENTALE E POCO CONSIDERATA IN AMBITO NON ACCADEMICO) e quella Russa, sì, tanto per fare due nomi. Se più per un maggior rispetto dell’individuo che per freddo calcolo è difficile dirlo, andrebbe studiato caso per caso.
PS Ops, più che un commento è un post; spero di essere intellegibile…
non importa che tu sia intelligibile o meno tanto è colpa dei comunisti
Beh, speriamo di no!
Ops, L’état C’est moi.
Accidenti all’omessa rilettura….
1) Mussolini stesso negava che il fascismo fosse un capitalismo di stato. Lui disse che il capitalismo di stato era un socialismo di stato rovesciato. Lui cercava la “terza via” e la cercava anche nelle sottigliezze lessicali. In realtà più o meno lo era, un capitalismo di stato, il fascismo, e quindi una specie di socialismo, per parlare a spanne. Mussolini fu un socialista massimalista, ed ebbe sempre una concezione totalizzante dello stato. Quando ideò il suo “stato organico” fascista non fece altro che rimodellare la sua concezione totalizzante.
2) Alexis de Tocqueville ha dimostrato – e oramai ben pochi lo contestano – che se la Rivoluzione scoppiò in Francia era proprio a causa della profondità dell’Assolutismo francese. Egli scrisse, per farla corta, che l’Assolutismo, con il secolare lavorio di centralizzazione e di “standardizzazione” della struttura statale, con l’indebolimento dell’aristocrazia (sempre un pericolo per il potere del re) ridotta ai suoi privilegi, ma sempre più fuori dal governo della nazione (i “prefetti” ebbero i loro predecessori negli “intendenti”, che erano gli agenti territoriali del Re), ecc, ecc. …. egli scrisse insomma che l’Assolutismo aveva già fatto il grosso del lavoro della Rivoluzione. La Rivoluzione, ritenendone l’impianto, si limitò a spazzare via i vecchi orpelli dello stato. La forma repubblicana, in un certo senso, perfezionò e sublimò uno concezione dello stato oramai matura. E’ per questo che in nome della libertà fu spesso la tomba della libertà.
3) Lo spirito totalizzante e universalistico della Rivoluzione la spingeva naturalmente a varcare i confini nazionali in una missione di civilizzazione. In questo fu feconda ma anche criminale, in quanto tendeva a schiacciare ed annichilire con ogni mezzo le tradizioni e i popoli che le si opponessero.
4) Quando questo spirito viene deluso nei suoi obbiettivi, esso tende non a morire, e non parlo solo del caso francese, ma a trasferirsi nell’idea di nazione. E’ stato detto spesso che mentre il comunismo è un socialismo internazionalista, il nazismo è un socialismo nazionalista. Il “revisionista” Ernst Nolte racconta di come molti dei giovani entusiasti hitleriani della prima ora fossero fino a qualche tempo prima dei fanatici ammiratori di Stalin. Crispi nacque politicamente garibaldino, rosso, francofilo: morì nazionalista e bismarkiano, e qualcuno vede nella sua figura quasi un proto-fascista.
5) Ora tutto questo, io dico, è figlio della modernità e dell’impulso democratico e del suo spirito universalistico, anche se può generare effetti perversi. Il vecchio antisemitismo, al suo contatto, può annullarsi, ma anche radicalizzarsi.
Eccomi qui! Mi scuso per il ritardo della risposta, ma ho avuto un week end “complicato”….
Dunque, hai ragione a segnare ai punti (1) e (5) che certi intellettuali di sinistra diventano di destra nel corso della loro vita: si possono aggiungere Richard Wagner, Ferdinando Adornato, Fiamma Nirenstein, Giulianone Ferrara ecc. Effettivamente certi aspetti del concetto di stato, incarnato e allo stesso tempo ispirato dal partito, hanno delle analogie sia nello stalinismo e nel maoismo che nel nazifascismo, anche se le finalità ed i poli ideali delle ideologie erano ben diversi.
Il nazifascismo non ha spazzato via le classi dominanti nei Paesi in cui si è insediato, anzi ne ha accresciuto il potere, pur eliminando o ostracizzando quei membri delle classi dirigenti che non accettavano il “nuovo corso”; lo stalinismo ed il maoismo sì. I Krupp, Agnelli & Co fecero affari d’oro, gli aristocratici e la borghesia agraria e burocratica russe, cinesi, vietnamite ecc. vennero letteralmente spazzate via.
Dorse certe analogie sono dettate da un comune sentimento che tramite il partito si possano realizzare i propri progetti politici, anche se le finalità possono essere ben diverse.
Dal punto di vista individuale, credo che molti passino da sinistra a destra, ossia in linea di massima da idee più innovative ad idee più conservatrici sostanzialmente perché è difficile conservare speranze ed alte aspettative di cambiamento in positivo (o ciò che si ritiene positivo); la vita fa maturare ma fa anche disilludere su tante cose e su tante persone, spingendo ad essere menon propositivi. Penso all’evoluzione del pensiero di Pirandello, sempre geniale e dall’ingegno analitico acu(mina)to.
Forse col passare della vita e l’approssimarsi della decadenza fisica e della morte si ha sempre più paura di certi cambiamenti, di non essere più in grado di adattarsi a certe circostanze, quindi si tende a conservare l’esistente, magari frutto di grandi progressi passati, ma pur sempre passati e magari diventati parzialmente o del tutto obsoleti ed anacronistici.
Un mutamento dettato dalla stanchezza di quella battaglia interiore che è la lotta fra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, fra ciò che è e ciò che si vorrebbe esistesse.
Sul punto (2) sono d’accordo sulla prima parte, la Rivoluzione fu in Francia soprattutto perché lì l’Assolutismo si era incarnato nella maniera meno imperfetta e più possente, anche se non va dimenticato che la maggior parte dei suoi fautori non volevano abbattere il Re, almeno all’inizio, ma essere trattati umanamente e non vivere di stenti nonostante che si ammazzassero di lavoro sui campi e nelle città. I cahiers de doléances, STRAORDINARIO DOCUMENTO STORICO, lo dimostrano, anche se poi l’ideale repubblicano prevalse.
Sulla seconda parte, la Rivoluzione rivoluzionò anche il sistema politico ed i lacci di trasmissione fra la società e lo stato, intendendo esso come una convenzione giuridica che si manifesta concretamente tramite istituzioni, leggi e poteri.
Dunque l’Assolutismo fu un’evoluzione del concetto di stato, che poi la Rivoluzione continuò, ovviamente partendo da ciò che era prima, ma mutando non poco. Allo stesso modo il Manifesto del Partito Comunista nella fase iniziale loda con forza la borghesia, per il suo ruolo dirompente ed innovativo, che ha distrutto lentamente ma inesorabilmente le basi del precedente sistema feudale retto dall’aristocrazia terriera; senza borghesia non ci sarebbe stato il comunismo, ma non per questo il comunismo avrebbe creato uno stato analogo a quello borghese.
Perché la Rivoluzione è un moto accellerato ed eversivo dell’evoluzione storica, che spesso è lenta, tutto cambia ma piuttosto lentamente, quasi impercettibilmente. L’evoluzione è continua, le rivoluzioni sono rare ed episodiche, anche se tutt’altro che casuali.
Sul punto (3), in realtà la Rivoluzione francese ebbe effetti più indiretti ed inconsapevoli che diretti e programmatici; essa si diffuse nelle menti al di fuori della Francia in parte tramite le notizie dei giornali e dei passaparola nei luoghi di incontro sociali (piazze osterie ecc.), in parte tramite gli eserciti napoleonici, che però facevano la guerra per motivi diversi dalla diffusione degli ideali rivoluzionari. L’appello alla liberazione degli altri popoli è di solito strumentale, uno specchietto per le allodole, atto a truffare sia i pretesi liberati che i pretesi liberatori, i primi da timori, i secondi da scrupoli di coscienza.
E’ un vecchio trucco molto antico, ben spiegato già da Tucidide, Polibio, Tacito…
Non so se Napoleone l’abbia impiegato, appellandosi alle libertà civili introdotte dalla Rivoluzione; se l’ha usato immagino che a un certo punto abbia moderato i termini, visto che divenne imperatore; comunque se lo impiegò non fu certo usato con la scientificità della “rivoluzione permanente” di Trotskij, che peraltro era un idealista, al contrario di Stalin, che impiegò il comunismo come uno strumento di potere, anche al di fuori dell’URSS.
“schiacciare ed annichilire con ogni mezzo le tradizioni e i popoli che le si opponessero.”
Sui crimini commessi dalle truppe francesi (saccheggi stupri assassini ecc.) e dai “rivoluzionari periferici” (in stati italiani austriaci tedeschi ecc.) non discuto, anche se bisognerebbe distinguere fra crimine in senso legale ed in senso morale. Ma questi sono legati più alla violenza intrinseca nella lotta che non nella forma storica contingente che essa ebbe. Comunque ti faccio notare che i moti scoppiati in Europa erano autonomi e talvolta indipendenti dalla Francia; erano moti interni ed endogeni, contestuali alle società in cui scoppiavano e si infiammavano.
I Francesi spesso favorirono e cooptarono certi sentimenti e certe fazioni, ma non mi risulta che abbiano imposto ex abrupto, senza tenere conto dei singoli contesti.
Sul punto (4), Nationalsozialismus è un termine ambiguo, che si richiama ad un concetto di politica sociale diverso da quello socialista: il popolo era al centro della visione e dell’interesse del socialismo, esso invece nella visione nazista era sì un protagonista della storia, ma non poteva non ssere guidato da leaders. Il popolo non decide, obbedisce.
I kovchoz ed i sovchoz sarebbero stati impensabili nei regimi fascisti, anche se va detto che le nuove classi dirigenti uscite dalle rivoluzioni comuniste avrebbero in seguito trasformato gli strumenti del socialismo in un instrumentum regni, stravolgendone le finalità anticlassiste.
Dunque il nazismo non fu affatto un socialismo nazionalista, se proprio si vuole usare una stessa parola per indicare due ideologie inconciliabili.
Sul punto (5), dunque, sicuramente tutti questi fenomeni sono in parte frutto degli enormi, rapidissimi cambiamenti degli ultimi secoli, quella che tu chiami “modernità”; ma l’”impulso democratico” è solo uno fra questi, e non è certo causa di tutto. Anche l’antisemitismo è cambiato (preferisco parlare di antiebraismo, ma vabbeh), in effetti; nessuno nel Medioevo avrebbe pensato a complotti mondiali dei banchieri ebrei ecc. ecc., ma francamente non so se si possa parlare di radicalizzazzione.
L’antiebraismo è diventato anche etnico, mentre prima era essenzialmente religioso, ma le teorie razziste, frutto certamente della modernità, ossia dello svilupparsi di alcune scienze, non hanno secondo me legami con l’umanesimo e l’egalitarismo politico-giuridico tipici dell’attuale pensiero democratico, anche se senza dubbio molti che dicono di essere democratici hanno anche sentimenti antiebraici ereditati da realtà precedenti.
Il solito Zamax elitario e snob col mito delle masse guidate dall’alto, la frase finale “ci troveremo con un’opinione pubblica perennemente allertata e perennemente poco consapevole, e quindi manovrabile” fa crollare miseramente un discorso in sè sensato.
Mi sembra la solita paranoia, per cui la sinistra è guidata da Repubblica, e le masse vanno come greggi di pecoroni a seguito dei leader.
Salvo poi alterarsi quando l’identico discorso viene fatto nei confronti dei sostenitori di Berlusconi, del Papa o della Lega.
Ma questa sopravvalutazione dei media, delle ideologie e delle fazioni è ciò che ha portato negli ultimi 40 anni gli Italiani ad accettare politici sempre più incompetenti e inetti, che non hanno affrontato i veri problemi di produttività dell’economia italiana e di peso insopportabile della burocrazia statale.
In fondo poi la frase “La troppa teatralità di una celebrazione che trascende nel religioso” è applicabile esattamente alla lettera anche a quei cretini che rompono le balle quotidianamente con la difesa delle radici cristiane e del crocifisso in una società i cui i valori cristiani sono considerati spazzatura dai loro stessi sostenitori.
Proudhon era notoriamente anche misogino e puritano, quindi deduco che lo vedremo ricomparire nei prossimi articoli di Zamax contro la celebrazione della festa della donna e del gay pride, allorché scopriremo che il socialismo fu la causa della caccia alle streghe e della prigionia di Oscar Wilde.
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