Il “compagno” Guido Rossa, morto per aver giudicato e denunciato chi sbagliava, e la ferma condanna degli operai. Quelli “come lui”.
No, non è morto. È sempre vivo, più forte che mai. Dicono che sia finito ormai da trent’anni, invece è dietro ogni cosa. Si nasconde nei frigo nelle case, nelle televisioni e nei suoi programmi, nelle macchine che percorrono le città. La sua ideologia è onnipresente, mascherata da schermi translucidi, da uomini in giacca e cravatta che hanno sostituito uomini in divisa. Dopo trent’anni non resta altra scelta. Dopo trent’anni la svolta deve arrivare. Bisogna colpire il nemico, affondarlo, eliminarlo in modo definitivo. Potere al popolo e che venga il Sol dell’avvenire. Se sarà macchiato di sangue, la colpa ricadrà comunque su loro. Hanno voluto tutto questo. Ne pagheranno le conseguenze. Il Partito dice di non fare niente, di aspettare. Non c’è più quel tempo, ora bisogna agire.
TOUCHABLES - L’azione è dura. Abbatte muri, scardina porte, colpisce le gambe e i cuori. Il sistema vacilla, il fronte della lotta si rafforza, il Partito è scosso. I “fratelli” sono fra le sue fila, è da lì che provengono, lo sa, ma resta incapace di trovare una soluzione. Continua a interrogarsi sul da farsi, mentre loro continuano a colpire. Ogni giorno diventano più forti. Ogni
giorno trovano nuovi adepti. Le loro azioni si sono fatte sempre più eclatanti. Aldo Moro. Cazzo, Aldo Moro. Possono arrivare ovunque, a chiunque. Anche un intoccabile. Non c’è limite di casta che possa fermarli. I comitati di fabbrica mostrano le prime crepe. I “compagni che sbagliano” sono lì, al loro fianco ogni giorno. Sembra che nessuno riesca a trovare una soluzione. Le azioni dei molti sono dettate dai pochi. Dai gesti che questi compiono senza pensarci, convinti delle proprie convinzioni. L’uomo lo sa. Lo ha sempre saputo. Ha passato tutta la vita a cercare di costruire un mondo migliore di quello in cui è nato. Lo avrebbe fatto ovunque avesse lavorato. Continua a farlo ogni giorno. Non è facile, ne è cosciente, ma è un alpinista. Sa quanto è dura la montagna, la pazienza che ci vuole per affrontarla, il coraggio necessario per non abbandonare. Sa che vuol dire guardare la vetta da così lontano, essendo solo un piccolo punto lontano per essa. Sa tutto questo. Sa quello che deve fare e lo fa. Stavolta non è più tempo di voltarsi dall’altra parte. Prende i volantini nascosti dietro il distributore di bevande. Ha visto Francesco mentre li metteva là dietro. Ognuno deve essere cosciente delle proprie azioni, e deve essere pronto a pagarne le conseguenze. “Prigioniero politico”, così dice Francesco quando lo fermano. Così ripete quando il giudice lo interroga. L’uomo è lì, in quel momento, chiamato a descrivere ciò che ha visto. E lo fa, raccontando tutto. Non è più tempo di voltarsi dall’altra parte.
PUNIRE - La sua vita è in pericolo. Sa cosa lo aspetta. Lo sanno tutti. I suoi compagni lo accompagnano in ogni dove. Sono la sua ombra, la sua protezione, la sua scorta. Anche loro sono pronti ad affrontare le conseguenze dei propri gesti. Le azioni dei molti sono dettate dai pochi. Ma l’uomo non può sempre vivere così. Non può pensare che siano altri a pagare per le proprie scelte. Rinuncia alle sue ombre dopo pochi mesi. Genova o Torino, in questa mattina del 24 gennaio 1979 fa freddo ovunque. Scaldare la macchina serve a poco e niente. Il ferro è gelato, i vetri ghiacciati. Torino o Genova, ovunque alle 6,35 di questo 24 gennaio 1979 i brividi accolgono le persone come escono da casa. Ad accogliere lui, oggi, c’è anche altro. Sale in macchina e un secondo dopo lo sportello del passeggero si apre. Appena il tempo di voltarsi e capisce subito cosa sta accadendo. Il primo colpo dissipa ogni possibile dubbio. Il secondo lacera la carne delle gambe a fondo. Il terzo la riduce a brandelli. Il quarto penetra così in profondità che il dolore non aspetta il caldo per iniziare a farsi sentire. Gli uomini fuggono. A passo lento, senza fretta. L’uomo è ancora vivo. Volevano punirlo, lo hanno fatto. Nessuno si sognerà più di denunciare un “compagno”, uno di loro. Il capo non segue gli altri. Il capo, Riccardo, rimane dietro. Sa quello che deve fare, lo ha sempre saputo. Ha solo evitato di dirlo al resto del comando. Si gira, si avvicina alla macchina, guarda l’uomo un’ultima volta e spara dritto al cuore. Guido muore. Riccardo sale in macchina e agli altri che chiedono spiegazioni, risponde semplicemente: le spie vanno punite. Duramente.




In quella rimozione iniziale che porta a scrivere, nonostante ciò che è detto nell’articolo, “morto” piuttosto che “ucciso” o “assassinato” si trova una delle chiavi dell’attuale inutilità (nel senso di incapacità di immaginare e attuare) politiche sociali da parte della sinistra italiana.
in questa rimozione totale che porta a scrivere certi commenti, si comprende la clamorosa assenza di decenza e incapacità di comprendere le situazioni di certa gente.
“rimozione”? Guarda che i problemi della sinistra italiana non sono psichiatrici, nè si possono curare con questa retorica ammuffita anni ’70
Quanti ingenui continuano ancora a credere che Moro sia stato ammazzato dalle brigate rosse!