Aveva promesso di cambiare il mondo, ma la realtà sta presentando il conto. Tempi di crisi, soprattutto di consenso, per un presidente in cerca di battaglie facili da vincere. Ma il rischio di perdere la guerra aumenta.
Tassare, rimpicciolire e irreggimentare le grandi banche. Il popolo americano lo chiede, il suo presidente sembra disposto ad accontentarli, anche per recuperare un po’ del consenso perso. La maggioranza otterrà una vendetta, per lo più morale, contro i “fat cats” di Wall Street, ma non fa i propri interessi, anzi nel lungo periodo sta minando la competitività a stelle e strisce. Vediamo perché.
RITORNO AL PASSATO - Se i propositi di Barack Obama si tramuteranno in realtà ci sarà una vera rivoluzione nel settore: le banche non potranno più utilizzare i soldi dei loro correntisti per investire nei mercati azionari e obbligazionari. Queste attività a “maggior rischio” (che poi sono la normalità per un istituto finanziario) saranno molto più limitate e regolate, anche perché la quantità di denaro da mantenere come patrimonio di “garanzia” sarà una percentuale maggiore dell’attuale. In gergo significa ridurre la leva (l’indebitamento) possibile per aumentare la quantità di capitale in corso. Infine le 50 banche più grandi dovranno pagare una tassa speciale, una sorta di polizza di assicurazione che dia al governo i fondi necessari per salvarle in caso di una nuova crisi. La proposta amplia la riforma già in discussione da giugno. Dal punto di vista politico è la seconda puntata di un dibattito già cominciato ad ottobre e che peraltro vede ribaltati i favori di Obama tra il suo ministro del Tesoro, Tim Geithner, e il consulente, ex presidente della Fed, Paul Volker. Il vecchio banchiere sembra averla vinta sul ministro (che le voci vorrebbero addirittura in uscita), da sempre sostenitore di una tassa per le grandi banche e un ritorno della legge degli anni 30, il Glass Steagall act, che divideva le banche in commerciali (raccolgono il risparmio e danno credito al dettaglio) e le banche d’investimenti (rischiano in borsa e concedono prestiti di medio termine alle imprese).
RIFORMA INUTILE - Se queste norme fossero già in vigore, non sarebbero state di alcun aiuto nel prevenire la recessione attuale. La divisione serve ad evitare che le eventuali
perdite delle banche d’investimento si scarichino sugli asset garantiti dai conti correnti. Nel caso dei subprime sono state proprio le banche commerciali a creare i “titoli tossici” cioè sopravvalutando mutui rivelatasi per lo più inesigibili e vendendoli attraverso le cartolarizzazioni. Né il fondo per le too big to fail si sarebbe rivelato sufficiente per sostenere le varie Citigroup, Aig e tutte le altre banche che hanno ricevuto soldi pubblici. La divisione è stata formalmente abolita, ma nei fatti il trattamento differenziato non è mai completamente sparito. Le banche commerciali, hanno requisiti patrimoniali più stringenti, ma godono della protezione statale almeno dei conti correnti (attraverso la Fdic), mentre le grandi firm di Wall Street (Goldman, Lehman) erano libere di prendere i loro rischi e fallire. Chi è sopravvissuto nel corso del 2008 e del 2009 ha chiesto di diventare banca commerciale (o si e fusa con una di esse) per accedere agli aiuti. Lasciar fallire Lehman Brothers doveva dimostrare sul campo la diversità dei due tipi d’istituto, l’effetto domino risultante ha dimostrato il sistema è interconnesso in maniera inestricabile e quindi andava salvato o lasciato crollare tutto insieme. Una maggior regolazione è benvenuta e sicuramente necessaria, ma è scorretto venderla come un antidoto alla crisi o al ripetersi di crisi analoghe. Non avrebbe evitato la crisi subprime, né avrebbe evitato l’esborso pubblico per il “bail out”.




Analisi molto interessante.
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