John Turturro&famiy, in una piece tratta dall’opera di Italo Calvino
“Quel diavolo della Christillin, se continua così, ce la ritroviamo come sindaco di Torino”. Così, sabato sera, rimuginavo tra me e me appena fuori dal Teatro Carignano, a Torino. Era appena terminato lo spettacolo Italian Folktales (Fiabe Italiane), diretto ed interpretato da John Turturro. Già, perchè l’idea di montare uno spettacolo partendo dal testo di Calvino, che a Turturro girava in testa da un po’ di tempo, gliel’hanno solleticata la coppia Salvatore Nastasi, (direttore generale per lo spettacolo dal vivo del Ministero delle Attività) ed Evelina Christillin
(presidente del teatro Stabile di Torino) durante un incontro in un ristorante newyorkese.
BUONA LA PRIMA - Lo spettacolo è un successo. Oltre a colpire per la cura di ogni dettaglio: luci, musiche, scene, movimenti e colpi di scena, la sensazione è quella di aver assistito ad un’opera stimolante ed innovativa. Le fiabe sono vere perchè sono scritte da qualcuno. Ma le storie che le fiabe narrano sono inventate. Nei personaggi, nelle ambientazioni, nel tempo. Rappresentano il modo con cui, chi le inventa, cerca di interpretare l’immaginario di chi le ascolta. Con le fiabe si smonta la vita nei suoi elementi fondanti: i sentimenti, i valori, le fasi biologiche. E si rimonta il tutto, in un piano i cui assi (spazio e tempo) non sono quelli che delimitano il nostro mondo. Ma un mondo diverso. Fiabesco appunto. Lì, quello che capita è per noi grottesco, per nulla familiare. Tutto è deformato, esagerato. Pieno di mostri, fate, draghi, tempeste, diavoli e diavolerie. Come Alice nel paese delle meraviglie. Gli asini cacano monete“ass dump”, i sacchi esaudiscono desideri. Ma quando la fiaba è finita, lo spettatore può trasporre quegli elementi e riportarli nel suo piano, nel suo mondo. E capire che è tutto vero. “Storie realistiche e storie fantastiche appaiono come due strade formalmente diverse, ma eticamente solidali per sfidare e disarmare”.
Pascoli lo chiamava fanciullino. Per alcuni è l’io fobico, ossessivo, per altri ancora l’immaginario, l’onirico è solo il prodotto della realtà circostante, della società in cui quell’io è immerso. Non importa. Nelle fiabe è possibile ammettere e negare tutto. Far incrociare il destino del ricco con quello del povero. Parlare di gelosia per bocca di un invidioso. Assistere a come un fanciullo si fa uomo attraverso le disgrazie o sapendo gestire la fortuna. E’ possibile far stridere come fossero due leghe metalliche la solidarietà e la codardia. John Turturro si deve essere proprio divertito. Il cast di Italian Folktales è una sorta di famiglia allargata. Oltre alla moglie Katherine Borowitz si è trovato a dover dirigere il figlioletto Diego di 9 anni e la cugina Aida. Bravissima. Come Aurora Quattrocchi, la nonna. L’equivalente della balia nel giardino dei ciliegi di Checov. Perfetta nelle pose, nel suo essere, veristicamente, un pezzo della scena. Qualche Cotiano in sala chiede i soprattitoli anche per lei. Vagli a ricordare che non è colpa della Quattrocchi se, tra gli attori sul palco, di americani di orgine Piemontese purtroppo non c’è ne sono.



Il fatto è che le favole sono sempre una trasposizione della realtà (di solito dei suoi aspetti più duri e truci), altrimenti non esisterebbero.
Sono daccordo su buona parte di quanto scritto (soprattutto sul fatto che prima o poi ci troveremo la Christillin sindaco di Torino).
Qui il mio pensiero su Fiabe Italiane: http://www.soloparolesparse.com/2010/01/john-turturro-e-le-fiabe-italiane-di-calvino/
p.s.
La paranza del geco… non la compagnia…