A single man

25/01/2010 - Ha un sapore vagamente italiano l’esordio di Tom Ford alla regia in uno dei film che più è riuscito a catturare l’attenzione allo scorso Festival di Venezia e uscito da poco nelle sale del bel paese. Un bellissimo esempio di

     
 

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Ha un sapore vagamente italiano l’esordio di Tom Ford alla regia in uno dei film che più è riuscito a catturare l’attenzione allo scorso Festival di Venezia e uscito da poco nelle sale del bel paese.

Un bellissimo esempio di come, quando si hanno delle idee per la testa, una rappresentazione tecnica all’avanguardia possa essere posta al servizio di queste idee. Che non sia obbligatorio, quindi, sacrificare le idee sull’altare della tecnica. Ci sono molte ingenuità nell’approccio di Ford al lungometraggio, le vedremo e vedremo quanto esse siano in una certa misura inevitabili. Tuttavia si può dire che questo sia uno degli esordi più interessanti che si siano visti negli ultimi anni. E che il buon Ford rappresenti un’ulteriore via alternativa del cinema americano. Slegato sia dalla spettacolarizzazione hollywoodiana per far cassa, sia dalle logiche indie alla moda del Sundance. Una via che, sorprendentemente, ha come suo faro proprio il cinema italiano contemporaneo, e non il tanto osannato cinema dell’Italia che non c’è più.

24 ORE – A single man ci pone di fronte una giornata tipo di George, un professore inglese che svolge il suo lavoro nella assolata Los Angeles durante la crisi missilistica tra gli Stati Uniti e Cuba. Ford non sta a girare attorno al punto nemmeno per un minuto e ci pone di fronte una scena iniziale mozzafiato, in cui veniamo subito a conoscenza delle caratteristiche principali del nostro George. E’ impeccabilmente inglese, è omosessuale ed è alle prese con l’elaborazione del lutto che riguarda il suo amante. La telecamera segue la buona prestazione da attore di Colin Firth lungo momenti di vita sempre diversi e sempre uguali un giorno dopo l’altro: il rapporto con la domestica, le cordialità di facciata tra vicini, il lavoro e la gestione degli studenti, il complesso di sentimenti col primo amore femminile di gioventù (che ha le forme di Julianne Moore). Sullo sfondo, importantissimi, tutti i ricordi dell’ormai perso Jim, che pitturano di grigio e insensatezza la vuota vita di George, nel suo trascinarsi stanca da un posto all’altro di Los Angeles.

PAURA – Anche per quanto riguarda la morale del suo film, Ford non gira tanto attorno a sottotesti. Cerca infatti di mettere in bocca al suo professore parole dure e pesanti. Questo è forse un primo indice di immaturità da parte del cineasta statunitense, che avrebbe forse dovuto cercare mezzi più affascinanti e indiretti. Ma non è fuori dalla natura del personaggio, un intellettuale che cerca di rivestire e dare un senso al mondo con la sovrastruttura della sua cultura. E allora George denuncia uno dei meccanismi più perversi con cui il potere cerca di tenere imbrigliati i propri sudditi. L’ambientazione nel 1962 statunitense non è infatti casuale. E’ la paura il mezzo con cui governare. Che la utilizzino i terroristi che il potere lo vogliono rivendicare o una strategia pensata a tavolino da chi è già seduto al vertice poco importa. Con la paura si può menare il naso di chiunque (vedi i miliardi fatti dalle aziende farmaceutiche su una paura completamente inventata). Il punto di George però è un altro: in un mondo in cui ha paura di non saper più trovare un significato non riesce a vivere. La sua vera paura è l’elaborazione di un lutto che sa di non poter raggiungere.

THIS FIRE – Questa triste consapevolezza, questa mancanza di speranza in un domani migliore rende più grigia la sua vita. E, con un magico parallelismo tecnico, rende grigia anche la visione dello spettatore, ovvero la fotografia del film. Ford è eccellente nel sottolineare il complesso di emozioni che mette in moto la testa di ognuno di noi in forma tangibile, con un utilizzo semantico della tecnica di ripresa da applausi. All’avvicinarsi di una forte emozione, infatti, lo schermo si satura progressivamente di colori: dal rosso rubino delle labbra all’azzurro profondo degli occhi di uno studente che riaccende in George la passione, dal rosa smog del cielo al tramonto al bruciato di una sigaretta. Certo, forse l’espediente non è originalissimo. Ma è molto efficace. Qui sta un’altra mancanza di Ford, ovvero il controllo. Questa tecnica viene usata forse troppe volte, per sottolineare quante volte in una singola giornata, è possibile trovare qualcosa che riaccenda in un attimo la nostra voglia di vivere anche quando intorno è tutto grigio. L’eccessivo utilizzo ne mina l’efficacia, così come un mancato accentuare alcune situazioni. Caro Ford: sulla scena madre verso il finale avresti dovuto darci fuoco a quella pellicola.

LE CONSEGUENZE DELL’AMORE – Si può notare nella tecnica di ripresa di Ford un certo gusto digitale, che lo rende molto simile all’avanguardia di Mann: A single man contribuisce ad entrare nel nuovo filone stilistico di Miami Vice e Nemico pubblico, introducendo lo spettatore ad abbattere alcuni pregiudizi sull’uso estremo di note fotografiche ritenute inusuali fino a pochi anni fa. Da questa tecnica, dall’utilizzo espressionista della fotografia, da un’interpretazione onesta di Firth che sa dare un vero corpo a un uomo che accetta tutte le passioni della vita, dalla più bella alla più brutta, si colgono i rimandi al cinema italiano. Firth trova il suo schietto parallelo nel Toni Servillo de Le conseguenze dell’amore, magistrale film di Sorrentino di qualche anno fa. Nelle inquadrature italiane vi è un punto di partenza diverso, ma deduzioni simili.

VA E VEDI - Alla fine Ford ci sprona ad essere onesti con noi stessi ed aperti al tempo in cui viviamo. Inutile reclamare il passato: ci può dare solo la via, ma non deve instillarci la falsa consapevolezza che mai niente sarà più come prima. Inutile guardare il futuro se non si è in grado di progettarlo partendo dal nostro presente: finiremmo per diventare delle marionette nelle mani di un altro, in grado di manipolarci con la paura. Bisogna aprirsi al nostro presente, alle miriadi di situazioni che accendono di colore, ogni giorno, la nostra vita. Bisogna aprirsi con onestà alle emozioni, belle o brutte che siano, perché la vita, come i bellissimi occhi di Nicholas Hoult, sa sorprenderci e ridarci bellezza e gioia quanto e più dei bellissimi ricordi del passato che ci portiamo dietro. Se il capolavoro di bellezza del passato ci porta tristezza nel presente perché sappiamo non potersi ripetere, allora non è mai stato bello ma solo dannoso. Se invece pittura la gioia della speranza di trovare qualcosa di nuovo e migliore allora ci ha donato quanto di più prezioso poteva: occhi nuovi per guardare il mondo. Il film di Ford, pur con tutti i suoi difetti, riesce a farlo.

     
 

1 Commento

  1. Maghetta scrive:

    La vita è ingiusta ;_;
    potrebbero sprecarsi a farlo anche a carrara o massa o sarzana o spezia
    ;_; e questa recensione aumenta solo la mia matta voglia di vederlo!
    E’ il profumo invitante di una torta che non ho ancora potuto assaggiare..
    La conclusione che hai scritto comunque è molto bella e da annotare.
    Devo assolutamente vederlo..

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