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pubblicato il 22 gennaio 2010 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

La maggioranza sceglie di non approvare l’impopolare processo breve prima delle elezioni. Mentre prepara l’impunità celando i veri obiettivi: Lodo Alfano Costituzionale e legittimo impedimento. Caos regionali: gli alleati sbraitano. E gli ex forzisti raccolgono le briciole

L’indiscrezione trapelata ieri non è cosa di poco conto: il processo breve verrà approvato definitivamente dopo le elezioni regionali. La commissione Giustizia della Camera , infatti, tribunale 2 web  400x300 Giustizia, alleati e accordi: Silvio (forse) è nei guai ha convocato per la prossima settimana un ufficio di presidenza per calendarizzare l’esame del testo in commissione ed è molto probabile che il ddl potrebbe essere lasciato a riposare in un cassetto di Montecitorio almeno fino a dopo le regionali. Il tutto in attesa di capire anche cosa si riuscirà a far arrivare in porto nel frattempo: se mettere mano al Lodo Alfano costituzionale o puntare ad un ripristino delle immunità parlamentari. Non è il rinvio in sè, ovviamente, a fare notizia. Ma gli scenari.

IL PROCESSO BREVE E’ IL PIANO B – La voce che circola alla Camera, infatti, è che il ddl sia una pistola puntata contro giudici e Colle. E che arrivare nel momento clou dell’approvazione dopo una tornata elettorale che non si sa fino a che punto possa essere favorevole al Pdl costituisca un rischio troppo grosso. E certamente affrontare la campagna elettorale con un provvedimento così impopolare sulla coscienza non può essere d’aiuto. Perciò, la decisione di rinviare il processo breve, che sembra, così, destinato ad avere vita lunga. “In realtà – spiega qualcuno della maggioranza – il processo breve è un po’ la ruota di scorta, perché Berlusconi punta al legittimo impedimento. Si vuol mettere mano all’art. 68 della Costituzione con qualche punta di immunità. Insomma, solo se la Consulta bocciasse il legittimo impedimento, ritornerebbe di nuovo alla ribalta il processo breve”. “In campagna elettorale – aggiungono – non è certamente un argomento che aiuta, visto i danni che fa alla gente normale…”.

CLIMA INFUOCATO – Ma i problemi per il Premier non provengono solo dal versante giudiziario. Anche sul fronte regionali dalle parti della maggioranza non si respira una buona aria: il partito di Silvio non trova la quadra giusta e gli alleati non disdegnano di presentare il conto al capo. Se sui media hanno suscitato maggior clamore i distinguo interni all’opposizione, sicuramente – è questa la sensazione che si percepisce – non gode di migliore sintonia il Popolo delle Libertà, che presumibilmente ricorrerà a due indipendenti per sciogliere i nodi candidature in Basilicata e in Puglia. Mentre nel primo caso sarebbero le scarse probabilità di successo a condurre alla scelta di un esterno, nel caso della regione finora governata da Vendola sarebbero gli attriti tra ex forzisti ed ex An (favorevoli alla candidatura di Alfredo Mantovano o di Adriana Poli Bortone) ad orientare il centrodestra verso la scelta del giornalista del Tg1 Attilio Romita. “Silvio è schiacciato tra parlamento e aule giudiziarie, deve cedere per forza”, ci fanno sapere dalle parti del Cavaliere quando chiediamo di come mai il centrodestra, dopo cinque anni di opposizione nelle regioni e in una netta posizione di forza in parlamento, faccia fatica a convergere su un solo nome e Berlusconi fatica ad imporre dall’alto le sue soluzioni.

LA SCOMPARSA DI FI – A conclusione delle mediazioni raramente escono fuori candidati normal forza italia Giustizia, alleati e accordi: Silvio (forse) è nei guai governatore con soddisfacenti probabilità di vincere che siano espressione del suo ex partito. Al Nord, insieme al ciellino Formigoni, ci sono i leghisti Zaia e Cota, nel Lazio la finiana Polverini, in Campania il socialista Caldoro, in Calabria l’ex An Scopelliti, ora i due indipendenti, senza dimenticare che il Presidente della Regione siciliana è il leader dell’Mpa, il movimento che sull’isola governa senza l’appoggio di buona parte del Pdl e in Campania propone un proprio candidato alternativo ai due poli, Riccardo Villari. Dov’è finita Forza Italia? Gli uomini del Presidente si sono quasi estinti: i tempi di Ghigo, Galan e Fitto sembrano davvero lontani, quella in atto sembra essere la colonizzazione di un grande partito in cui il leader e fondatore non ha avuto tempo e modo di tener sufficientemente viva, con una degna rappresentanza, la propria fazione. Come si dice, la minoranza organizzata vince contro la maggioranza disorganizzata. E se qualcuno un anno fa credeva che l’annessione di qualche piccola forza al Popolo della Libertà valesse tanto quanto un inevitabile dissolvimento, oggi dovrà ricredersi. I piccoli pidiellini, inconsistenti a Roma, si rifanno sul campo: il Cavaliere, ora, forte dei numeri rassicuranti di Montecitorio e Palazzo Madama, cede il passo a tutti i soci sul terreno delle regionali. Senza sconti.

GLI ALLEATI INCALZANO – Anche sul fronte politico gli amici tendono ad imporgli la linea da seguire. Mentre Berlusconi è cauto della definizione delle alleanze coi centristi di Casini, gli alleati incalzano e gli danno pressa. “Non abbiamo bisogno dell’Udc, non ne abbiamo proprio bisogno”, ha fatto sapere ieri il leader della Lega Umberto Bossi, che insiste sulla necessità di non fare accordi. “Noi – ha ribadito ancora una volta – vinciamo dappertutto, non serve l’Udc”. Ma la sensazione, al di là delle affermazioni del Senatur, è che sia proprio il partito di Casini a trarre vantaggio dalla fase di stallo in cui si è trovato il Pdl. Il Cavaliere vorrebbe imporre l’aut aut come due anni fa, il suo istinto gli suggerisce uno scatto d’orgoglio, ma è costretto a temporeggiare, ben consapevole dei rischi che corre. Senza Casini, oltre alla Puglia e al Piemonte il centrosinistra rientrerebbe in gioco anche in Campania, Calabria e Lazio. E di subire una batosta senza aver prima risolto i suoi guai giudiziari, Silvio, non ne ha davvero voglia.

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