Poi dicono che gli sberloni non sono mezzi di correzione accettabili. Non sono passate neanche ventiquattr’ore dalla fine della baronia kennediana nel Massachussets che Hillary Clinton, in modo del tutto casuale, prenota il palco delle grandi occasioni per dichiarare rinnovato e sempiterno amore per la libertà nel web. Secondo qualcuno si tratta della risposta del governo americano alla crisi di coscienza della grande G di Mountain View, recentemente pentitasi di aver accettato di autoconfinarsi nel recinto impostole dal governo cinese e oggi pronta a fare le valigie per andarsene dal paese dei dragoni. Sarà.
O, forse, ha ragione di compiacersi Brett Solomon di Access Now secondo il quale la tecnologia sta dimostrando di avere il grande potere di cambiare l’agenda politica. Beato lui che, da bravo attivista col pedigree disposto a bersi d’un fiato qualsiasi cosa sgorghi dalla fonte amica, fa finta di non vedere che è la politica a mettere in agenda la tecnologia se e solo quando le serve. Ma lo si può capire: fare il cittadino del web è ancora un mestieraccio e ci si arrangia come si può.
Al netto degli entusiasmi dei tifosi e degli ingenui, la sparata demagogica della Clinton arriva con tempismo sospetto e in risposta ad un altro movimentismo, stavolta in carne e ossa e non in bytes, che cresce cibandosi della popolarità del suo comandante in capo. I membri dei “tea party” si stanno mangiando voracemente la popolarità di Obama e, ad ogni giorno che passa, spengono un monitor dopo l’altro facendo calare l’appeal di un uomo che la rivoluzione, fino ad ora, l’ha fatta più su Youtube che nella realtà.
Certo, c’è anche Google, ci sono i dissidenti iraniani e certi mezzi di comunicazione possono ben stare nel campionario dei canali di propaganda. Ma non si commetta l’errore di pensare che ad Hillary stia così a cuore la libertà del web o il successo di TOR o di Twitter. Hillary, oggi, non ha inteso parlare di internet, ma a internet, inteso come il luogo di residenza dell’esercito liberal che, poco più di un anno fa, ha accompagnato la cavalcata vincente di Barack Obama. Oggi, se ne sono accorti un po’ tutti, è un esercito stanco e demoralizzato che comincia a chiedersi se le promesse di allora non fossero piuttosto millanterie.
Brutto segno per i democratici. Obama, fino a ieri, si era abituato ad incassare senza bisogno di chiedere, dal consenso al Nobel per la pace. Tanta roba, tutta concessa credito e senza lo straccio di una garanzia. Adesso, come accade ai grandi comunicatori, inizia ad arrivare il conto. Nessuno ne ha parlato, ma solo un paio di settimane fa è stato proprio Obama a far imbestialire più di mezza America, ivi inclusi parecchi dei suoi fans, per aver oscurato alle telecamere il dibattito interno dei democratici sulla riforma sanitaria.
Qualcuno deve aver sentito puzza di bruciato: forse è stata lei, che il fiuto ce l’ha, o forse ce l’hanno mandata perché esporre il capo in persona sarebbe stato un po’ sfacciato. Sia come sia, la Cina non se l’è presa più di tanto. Un po’ perché non gliene frega niente, un po’ perché sa che la Clinton l’ha messa in mezzo anche per trovarsi un motivo di discussione. La chiamata è partita e ora non resta che aspettare la risposta. E se non arrivasse, o dovesse arrivare timida, c’è anche il caso che l’ora del tè si possa allungare parecchio.























eh, e figurati se non arrivava la risposta “discorso Clinton dannoso per rapporti” (Ansa delle 10,09)
Ah, allora non è parso solo a me… Obama.. non si è capito bene cosa dovesse fare di così “miracoloso”, ma io, tutti ’sti miracoli, devo ancora vederli!
Vale