Barack sbaracca, o spariglia
21/01/2010
Un anno fa il primo presidente nero si insediava alla guida degli Stati Uniti. Una svolta epocale, il cui primo anniversario è festeggiato (dai repubblicani) con un altro cambiamento che abbatte una tradizione decennale. I democratici perdono il seggio dei Kennedy, conquistato nel 1952 da JFK e ceduto al fratellino Ted, che l’ha mantenuto per più di quarant’anni fino alla sua morte. La riforma sanitaria, la causa della vita di Ted Kennedy, e il progetto più importante del primo anno dell’Amministrazione Obama, è ora in pericolo.
I democratici hanno perso il 60esimo seggio che li garantiva dall’ostruzionismo repubblicano, ma la riduzione del causus al Senato è forse l’aspetto meno importante. Dall’esito dell’elezione speciale di martedì 19 gennaio il partito del presidente sa che può perdere dappertutto. Quasi ogni Stato e la gran parte dei distretti congressuali della Camera sono infatti meno liberal e votano meno democratico del Massachusetts. Con elezioni per il rinnovo dell’intera House e di 1/3 del Senato tra meno di 10 mesi, il panico è ormai diffuso nella formazione politica che esprime l’inquilino della Casa Bianca e la maggioranza del Congresso.
Con il 10% di disoccupazione ed un’economia che non riparte, la delusione per il peggioramento delle condizioni di vita si mischia alla rabbia per alcune scelte come i bailout finanziari percepiti come regali ai miliardari di Wall Street. Una miscela esplosiva che ha creato un clima tossico per i democratici, e che condurrà ad una sconfitta, più o meno netta, alle prossime midterm. Come d’altronde è sempre successo nel dopoguerra nelle prime consultazioni di metà mandato, con la sola eccezione del 2002. Obama si trova dunque al primo serio test della sua presidenza, e come era prevedibile in tempi di crisi economica ,ciò si è verificato in politica interna.
L’approvazione della riforma sanitaria è ad un passo dal traguardo, anche se l’analogia migliore sarebbe il ciglio del burrone, perché è stata già approvata dalle due Camere, e ora basterebbe che la House votasse il testo del Senato per portarla sulla scrivania del presidente. Un passaggio difficile, perché l’articolato passato alla Camera Alta è meno progressista di quello della Camera, ma è l’unico rimasto visto che al Senato un voto repubblicano non si troverà mai, almeno prima di novembre 2010. E una nuova riforma non partirebbe mai prima delle midterm. Il testo attuale è impopolare, perché piace poco a chi condivide gli obiettivi dell’Obamacare, mentre ha mobilitato come non accadeva da 5 anni l’elettorato repubblicano, granitico nella sua opposizione alla tenue svolta universalistica. Inoltre, gli oltre 6 mesi di dibattito interno hanno palesato le profonde divisioni dei democratici, dove un’anima socialdemocratica desiderosa di svolta si scontra contro un centrismo gradualista, terrorizzato da cambiamenti di sistema troppo radicali.
In più, si inizia a manifestare uno scollamento tra il ceto medio bianco residente nelle suburbie, un segnale pericoloso che si riflette nella percezione politica di Obama. A inizio mandato gli americani reputavano che il presidente ascoltasse più i moderati che i liberal del suo partito, mentre ora la sensazione è opposta secondo i dati Pew. Sullo sfondo c’è il peggiore degli scenari, un tasso di disoccupazione in doppia cifra che alimenta frustrazione e rabbia contro i democratici al potere. Obama deve, ad un solo anno dall’inizio del suo mandato, definire il destino della sua Amministrazione. L’errore più grande è stato già compiuto all’inizio, con una parziale sottovalutazione della crisi, e la sottostima dell’impatto occupazionale. A Obama tocca il compito di dare la linea al Congresso, decidendo lui stesso cosa diventare. Il nuovo Reagan che ridefinisce gli schemi della politica americana scommetterebbe tutto sull’approvazione della riforma sanitaria, e indicherebbe pochi capisaldi della sua agenda per contenere le inevitabili perdite delle midterm.
E’ necessario ritrovare il dialogo verso quei ceti moderati sempre più scettici sui democratici, con la consapevolezza che un ciclo economico favorevole trasformerebbe le presidenziali del 2012 in una facile cavalcata, ma rischiando il fallimento come spesso è capitato a chi ha tentato svolte significative. Altrimenti potrebbe invitare Bill Clinton alla Casa Bianca e chiedergli come aver successo pur rinunciando a ciò che si è dichiarato di voler fare. Ad un anno di distanza, il cambiamento tanto declamato può già essere seppellito , ma il becchino, se deciderà di esserlo, si chiamerà Barack Obama.













la sfiga di Obama è la crisi tra capo e collo. Il suo errore è come l’ha gestita
Troppo facile criticare quello di cui non abbiamo la minima conoscienza. Aveva innumerevoli alternative per affrontare la situazione disperata in cui si trovano gli USA. Le decisioni che ha preso, saranno state quelle che gli sono apparse le più ragionevoli. O pensate che andando a Puttane come berlusconi si risolveva comunque tutto?
Mi consola vedere che il “”POPOLO SCIOCCO”" popola gli USA così come da noi. La massa di nuovi votanti che a suo tempo permise il trionfo di Obama, dimostra di essere del tutto simile a quella di altri Paesi che, prima ti vota, eppoi se non vede risultati positivi “”IMMEDIATAMENTE”", non è che vota “”ALTRI”", ma non torna più a votare, dimostrando fondamentalmente, IGNORANZA. Obama non sarà sicuramente un FENOMENO, ma che una situazione degradata Economicamente, Moralmente, e Militarmente come quella lasciata dall’amministrazione Bush non poteva essere risolta, non in 12 mesi, ma nemmeno in 4 anni, era ed è una realtà che non poteva sfuggire a nessuno, se a questo aggiungiamo che la lotta di Obama contro le LOBBY più “”FEROCI”" del PIANETA gli sta procurando più nemici del “”Necessario”", abbiamo un quadro che sarà difficile modificare in poco tempo. Se coloro che l’hanno portato al Potere non lo sostengono cammin facendo con il LORO voto, verrà il momento che subiranno la “”Vendetta”" dei perdenti di ieri.