Anche da dietro le sbarre di un carcere. Uomini minacciati e coraggiosi, salvati dalle parole di un pentito e dalla tempestività di chi lo ha ascoltato
L’uomo si gira, con lo sguardo cerca di correre oltre quella finestra che lo separa dal resto del mondo, si volta ancora e si siede. Sa quello che sta per scrivere, le conseguenze che avrà. La decisione è stata presa, altro sangue si dovrà versare. Affinché tutto abbia fine. Affinché le cose si aggiustino. Il foglio vergato viene chiuso e nascosto nelle mutande. Da lì, poi, entra dentro un pacchetto di fazzoletti di carta e prosegue la sua strada fuori le mura. Tutto è stato tracciato, adesso bisogna solo saper aspettare. E anche questo
non è un problema: lì, dove il tempo è fermo, uno l’arte della pazienza deve impararla per forza.
COLPIRE UN GIUDICE - Fuori il foglio arriva a destinazione. In pochi si riuniscono. Parlano, discutono, studiano i dettagli, fino a decidere una data: il 22 gennaio. Quello sarà il giorno. Il bersaglio ancora non è chiaro, ma il messaggio in un modo o nell’altro arriverà a destinazione. Dall’altra parte anche le acque si agitano. Si capisce che qualcosa è in movimento. Del foglio non si sa nulla, ma che si cerca di fare qualcosa è palese. Le notizie faticano ad arrivare, all’inizio sono tanti frammenti diversi, tante frasi spezzate captate da orecchie in grado di riferirle. Poi le frasi iniziano ad avere un senso e la loro unione dà vita a un nome: Giovambattista Tona. Il giudice Giovambattista Tona. Tona è giovane, ha 39 anni, ma di esperienza ne ha maturata già tanta. E non perché sono ormai 14 anni che è entrato in magistratura, ma perché sono anni che dalla procura di Caltanissetta segue le gesta del clan di Gela. Anni che le sue decisioni vengono seguite da più parti. E al clan varie cose non sono andate giù: la decisione di permettere alla Confindustria locale di costituirsi parte civile in un processo contro il racket e il suo impegno profuso nel processo Genesis. Non è facile colpire un giudice e infatti scoprono che per lui è stata preparata una vendetta trasversale: a morire sarà sua cugina. La corsa contro il tempo parte. E il colpo di scena è dietro l’angolo.
SVENTATI - Andando avanti quello che si scopre è ben altro. Nel mirino non c’è solo Tona. Nel mirino del clan di Gela c’è anche Rosario Crocetta, l’ex sindaco della cittadina. Stavolta l’informazione è di prima mano. Arriva da Crocifisso Smorta, uno dei fedelissimi fratelli Emmanuello, Andrea e Davide: i boss del clan. Ormai per Smorta quella fatta fino a ottobre è vita passata: adesso è un collaboratore di giustizia. E in questo suo nuovo ruolo
racconta ciò che sa. «Dopo il giudice Tona», ha avvertito, «il clan di Gela ha il chiodo fisso dell’ex sindaco Rosario Crocetta. Pure lui continua a essere nel mirino». Le colpe dell’ex sindaco sono tante e diverse. Crocetta negli anni in cui era primo cittadino non si era limitato a lottare contro il racket e a introdurre la legalità negli appalti delle opere pubbliche. No, aveva fatto ben altro: aveva licenziato la moglie di Daniele Emmanuello da dipendente del Comune e aveva respinto la domanda per le case popolari presentata dai genitori. Per questo era diventato un bersaglio. Per questo il clan aveva già tentato di farlo fuori: una volta nel 2003, quando aveva assoldato un killer lituano, e nel 2006. Poi la fine del boss, morto durante la cattura, e l’ascesa dei fratelli. Ma la vendetta era rimasta la stessa: restava solo da compiere. Ed era tutta questione di giorni. Ma dall’altra parte hanno fatto in tempo a reagire. Hanno catturato i fedelissimi del clan che avrebbero dovuto realizzare gli attentati ieri. Così i due, Tona e Crocetta, oggi possono continuare a lottare contro il loro nemico: una volta tanto, la storia ha un lieto fine.



