Ore 15.11: Parma, Palazzo Soragna. Inizia Strategie per la Comunicazione Globale- Enterprise 2.0 & Social Media Marketing. La sala è già piena. Ha appena preso parola Cesare Azzali, direttore dell’Unione Parmense degli Industriali, che introduce l’incontro. Nel corso del dibattito, tra gli altri, sono previsti interventi di Luca Sartoni, Marco Massarotto, Marco Camisani Calzolari, Marco Zamperini, Pepe Moder e Mirko Pallera.
Ore 15.30: “Oggi non si parla più di digital divide, cioè di chi ha la tecnologia e di chi non ce l’ha. Oggi la differenza è tra chi la sa usare e chi non la sa usare. La risorsa finanziaria non è più un limite. Il limite è la creatività, la visione“, Giorgio Triani, docente in Scienze della comunicazione degli Studi di Parma, che continua: “l’unica risorsa che scarseggia, oggi, è l’”attenzione“, perché le persone sono multitasking, fanno mille cose in contemporanea…Dicendo delle grandi potenzialità del web, però, direi di non cedere alla retorica del web, a chi dice che ci si può fare qualunque cosa. La rete è un mezzo. Se vado su twitter, su friendfeed devo farci qualcosa. Devo chiedermi che tipo di atteggiamento sviluppo rispetto alle innovazione. Occorre essere aperti. Dall’uno contro tutti si passa all’uno per tutti. L’essere assieme non vuol dire che dobbiamo annullarci, ma che dobbiamo profilarci bene come persone e sfruttare questa grande opportunità collaborativa offerta dal web.”
Ore 15.45: È’ la volta di Marco Camisani Calzolari, docente in Tecniche della Comunicazione digitale all’Università Statale di Milano, amministratore delegato e fondatore di Speakage Srl: “quello che impara uno studente che inizi un corso di studi oggi-dice-tra tre anni sarà obsoleto. Questo è un mondo che cambia velocemente, e non lo si può conoscere affondo se non vivendolo. Poi parla di Facebook e della comunicazione aziendale su internet. Il social network -suggerisce-non è necessariamente il luogo adatto per gestire le comunicazioni con i propri clienti, però si fa. Ci si illude. Le mail di Facebook non sono vostre, sono di un’altra azienda. Non gliele regalate. Ho visto politici che scrivono solo su FB, praticamente gli fanno pubblicità. Idem per le aziende che lo scelgono come unico canale di comunicazione con i propri clienti che finiscono per sostare sul social network senza spostarsi sul sito dell’azienda stessa. Le regole del marketing son rimaste le stesse…” Dopo passa in rassegna alcuni dati: solo il 60% delle aziende italiane ha una connessione internet, e , fra queste, solo il 20% ha un sito web…Cosa devono fare dunque i direttori d’azienda che vogliano usare al meglio la rete? Esplorarla, diventare, essi stessi, utenti, aprirsi, dialogare. Si posso creare grandi business sulla conversazione digitale con i clienti. Non è pura filantropia. Il mondo digitale è fatto prevalentemente di persone, non di tecnologia. Ricordatelo”.
Ore 15.50: “L’innovazione non può essere gestita a tratti. L’innovazione ha bisogno di un contesto creativo, “innovativo”, appunto. C’è poi bisogno di un filtraggio delle informazioni, si condivisione delle stesse. La capacità di sviluppare e sintetizzare una conoscenza, a quella è che si deve mirare”. Ha preso parola Graziano Ciarlini, dottore commercialista e revisore contabile, Temporary managere e consulente nei processi finanziari, che parla di innovazione e sviluppo all’interno dei Social Network. Dopo essersi portandosi a parlare degli usi della rete da parte delle aziende, ma, soprattutto, di sostenibilità e ambiente, introduce il concetto di “rispetto delle regole come opportunità, per generare nuovo valore” che alcune multinazionali stanno iniziando a condividere e mettere in pratica. Fa un esempio, quello dell’HP.
16.10: È la volta di Marco Massarotto, fondatore di hagakure, Pepe Moder ed Eugenio Perrier del team digitale di Barilla. Roberto Buratti dell’Unione Parmense degli Industriali fa loro una domanda:“Come sta cambiando il mondo del food con l’online?” Dopo qualche anticipazione e qualche citazione , Pepe Moder, head digital di Barilla, passa la parola a Marco Massarotto. Ascoltiamolo. “Tanto grano nei silos vale poco, tante informazioni su internet valgono tantissimo”. Adoperando anche qualche metafora Massarotto parla delle sfide che devono porsi le aziende: “non avere paura delle conversazioni. La gente, del resto, ha sempre parlato delle marche, solo che non ne resisteva traccia su internet. Conquistarne la fiducia. E di chi si fidano le persone? Di se stesse. Dunque, conoscerle, immedesimarsi, guardare dal loro punto di vista”- Poi passa in rassegna alcuni video virali di food user generated, involontariamente (?) divenuti un caso, tentativi digitali di marketing da parte delle aziende di food, progetti interessanti, e ci dà dei numeri per spiegare quanto sia importante per un’azienda l’essere in rete, l’ usare il web come strumento per conoscere i propri consumatori ed ascoltarli. “I food blogger in Italia sono almeno 700. Ce ne sono più di 2000 nel mondo, senza contare tutti coloro che parlano di cibo in modo discontinuo… La rete consente all’azienda di avere i migliori testimonial che può permettersi: i propri consumatori, di raccoglierne le opinioni”. Di costruirci insieme qualcosa, aggiungo io…
16.26 “Il Marketing 2.0 è come il sesso per i ragazzini. Tutti ne parlano ma nessuno sa come fare”. Ecco, per capire, occorre fare pratica. La parola è passata ad Eugenio Perrier, responsabile marketing dell’ultimo progetto di Barilla digitale: “il mulino che vorrei”. Parla di “fiducia”, di “brand” e della necessità di ricostituire un rapporto di fiducia tra l’azienda ed i propri clienti, anche in rete. “Ci vuole umiltà per dire: ditemi voi come possiamo fare per sviluppare questo progetto. Umiltà”, dice. “È l’atteggiamento che ha avuto la Barilla nell’intraprendere l’idea de ” Il Mulino che vorrei” , al momento alla fase 1 di sviluppo (un social network di affezionati alla casetta del Mulino Bianco che propongono idee al brand. Le migliori vengono premiate. Non vincono le persone, vincono le idee)
16.40: Pepe Moder, head digital di Barilla e blogger, parla di quando arrivato in Barilla-quasi due anni fa- catapultato da Milano per il progetto: “il mulino che vorrei” scopre che c’erano tantissimi consumatori che chiedevano alla Barilla di rifare il “soldino“…una ricetta di venticinque anni fa, un prodotto cui forse siamo rimasti legati perché è un insieme di sensazioni, perché ha vissuto con noi, fa parte della nostra storia”. Stiamo lavorando sul “soldino”, che non può essere più lo stesso, perché son passati più di vent’anni, lo stiamo facendo ascoltando la gente…”Il Mulino che vorrei” ascolta le persone e restituisce loro quello che chiedono. Ci prova. È un luogo nel quale ciascun cliente può esprimere le proprie idee. Non sono progetti. Sono idee destrutturate, che l’azienda deve sintetizzare, farle diventare dei progetti, appunto, svilupparne il business. È difficilissimo, ma con questo progetto la Barilla si è riavvicinata alla gente. Alle persone occorre non regalare la “macchina”, ma farle sentire loro parte del team, farla PARTECIPARE. Così, davvero, le si premia. Un utente ci ha suggerito il nome per un nuovo biscotto: il “girotondo”, in produzione. In sintesi sono le persone che cambiano l’azienda” . Poi Moder raccoglie le domanda dal pubblico. Una ragazza in sala è convinta che ad animare la community dell’ultimo progetto digitale di Barilla siano i soliti blogger. E invece no, il ritratto tipico di un utente di “il mulino che vorrei” è quello di una madre giovane che vuole per i propri figli il meglio, anche dal punto di vista alimentare-le racconta, stupendola.
“Ascolto, partecipazione, innovazione”. I tre fari, per un’azienda che voglia rinnovarsi nel digitale, secondo Marco Massarotto, che ha ripreso a parlare. Traiani , dal pubblico fa una domanda: “non è che la Barilla non c’ha più voglia di far nulla e lascia fare agli utenti? ” Non deve aver ascoltato quando si diceva le idee, ne “Il mulino che vorrei”, arrivano” destrutturate”. Pepe Moder allora spiega:”perché le persone partecipano? Nonostante noi non li si paghi? Perché sanno che così contribuiscono a costruire qualcosa di buono per loro e per tutti! Il concetto è semplice, ma abituati come siamo ad una società individualistica che premia chi persegue il proprio interesse, spesso in solitario, forse, non riusciamo a comprenderla appieno. Si dovrebbe dare per scontato che un utente sottoponga una propria idea alla community non per vincere qualcosa d’altro rispetto alla passione che lo porta a frequentare quel SN, ma per far vincere proprio quell’idea, perché ci crede, perché pensa sia il “bene”. E invece no. Peccato. Più di qualcuno, in sala, non sembra persuaso.
17. 15: “Per noi è prioritario dare VOCE alla gente. Avevamo anche pensato di aprire un’area professional ma l’abbiamo messa da parte. A noi interessa quello che vuole dirci la gente. Se ho bisogno di professionisti li chiamo”, Perrier cerca ancora di spiegare la filosofia di partecipazione e di CO-GENERAZIONE delle idee e delle “cose buone” de “Il mulino che vorrei” ( diversa rispetto ad altre realtà di buzzmarketing e user generated advertising cui ci siamo abituati) ma la platea sembra ancora perplessa. Si scalda. Per qualcuno così si sfruttano gli utenti. “Se domani mettiamo questo video su youtube, se sentono quello che avete detto, nel giro di una settiman la Barilla perde tutti i clienti”…ha detto più o meno così, in proposito, Triani, il docente di Parma. “Siamo già in videostream, gli è stato risposto “… Alessio Jacona, the webobserver, prende il microfono e suggerisce: “occorre trovare un punto di equilibrio”. Poi ci si calma. Tutti. Pausa. Breve, brevissima.
Ore 17.24. Mi son assentata mentalmente. La sala è tornata serena, ma fa un caldo boia:) In questo momento sta parlando Marco Zamperini, the funky professor: “la tecnologia non basta. Occorre la cultura. La cultura (del management) è un obiettivo, non è un prerequisito. Se lo fosse tu saresti il numero uno, supereresti tutti i tuoi competitors. L’attitudine all’ascolto della maggior parte dei manager è ridicola. Non ascoltano, non solo il mercato, ma nemmeno i propri stretti collaboratori. Molti manager non capiscono che il fatto che un loro collaboratore faccia bene prima di loro è un successo, non qualcosa per cui preoccuparsi” Non una sconfitta, una vittoria per il team, dunque.
Ore 17.35: circa:( arrivano un paio di giornalisti. Li riconosco dal blocknotes e dalla penna in mano. Puntuali, al solito. Ma sono andati già via? Mentre scrivevo?)
Ore 17.43: Parla Luigi Grimaldi: “la qualità ora non è una questione esclusiva. Possono permetterselo anche piccole piccole. Ora si investe sul valore della persona, la sua cretivià, la sua storia, le sue emozioni, l’unico tipo di qualità che non è più clonabile. Può ancora una grande azienda, nei prossimi anni, evitare di farlo? Per quanto, ancora?“
Ore 17.55: Zamperini ha ripreso la parola e riesce a far sorridere la platea. Intanto, su friendfeed, si sviluppa qualche piccola discussione. Quella sulla “bacheca” di Luca Sartoni, ad esempio, che ancora deve relazionare. Cito: “Ancora con sta storia che “se internet serve a questo e quello allora possiamo usare un nuovo linguaggio”. Ma quale nuovo linguaggio? avete delle aziende che devono fare prodotti eccellenti e invece per il momento fate robaccia mediocre e la volete dipingere. Iniziate a far roba fatta bene e a comportarvi bene e allora non avrete neanche”
Ore 18.02: Ricordate di donare per Haiti e, prima: “io rispondo anche off line. Chiedetemi quello che volete. Mi interessa sentire la vostra opinione”. Così Zamperini chiude il terzo giro di relazioni. Applauso. Tra un po’ è la volta di Mirko Pallera di Ninja Marketing, Luca Sartoni di 123people Alessio Jacona (the webobserver) e, ancora, Emanuele Quintarelli. Inizia Iacona, con questa citazione: “chi conosce i vostri prodotti non è nella vostra busta paga”. Poi una domanda alla platea: “alzi la mano chi di voi ha paura” E chi non ce l’ha? Tutti indecisi, salvo una piccola manciata di coraggiosi, forse.
18.15: È ancora la volta di Emanuele Quintarelli, che ha parlato a lungo anche nel precedente giro di relazioni. Ci racconta, tra le altre cose, dei risultati di un progetto intranet: miglioramento del 90% dei tempi sulle riunioni, ogni ciclo di di sviluppo si è abbreviato del 70 % …Quello che sta emergendo, dice, è che l‘enterprise 2.0 dà veramente degli ottimi risultati all’interno delle aziende, che sanno fare buon uso, dunque, dell’intelligenza collettiva.
18.26: Reputazione. Si parla di reputazione, ancora. È’ la volta di Luca Sartoni, che, appunto, lavora per un’azienda tedesca che si occupa di reputazione 123people.com “Quando navighiamo lasciamo delle traccie. Non siamo più padroni esclusivi di quello che si dice di noi. Chiunque, su internet, può mettere in discussione ciò che diciamo di noi”. Ad esempio, se io, talentosprecato, ora scrivessi sul mio friendfeed che son alta e con gli occhi azzurri, tutti i presenti in sala potrebbero venire a commentare, smentendomi.
18.40: Talentosprecato ringrazia Roberto di upi.pr per i ringraziamenti: faccio quello che posso. Per fortuna c’è lo streaming video;)
18,44 Mirko Pallera attende le slides per la sua presentazione. Intanto parla un altro relatore, Ferdinando Vighi, account executive e social media marketer di “Sport Munit”. A suo parere occorre non solo che le aziende conversino con i clienti ma anche, soprattutto, tra di loro. “Occorre fare sistema”-dice. Le piccole medie imprese non si rendono conto dell’importanza dell’enterprise 2.0. Occorre sensibilizzarsi a vicenda, andare ad ascoltare il mercato, fuori dal proprio sito.
18.55: È finalmente la volta del ninja Mirco Pallera che introduce subito il concetto di DNA virale e di seeding nella pubblicità, ofcourse, le due variabili della VIRALITÀ. Per spiegare ci “porta” su Mom’s revenge-la vendetta delle mamme- un progetto web, un giochino made in casa ninjamarketing-sembra di capire. Ce lo illustra per cercare di farci intendere il concetto del “viral dna”, qualcosa che viene progettato per essere RILEVANTE per le persone. Virale. È’ importante, dice, creare qualcosa di pieno di significato, non necessariamente stupido o che abbia a che fare con il sesso. “Il video della Dove, ad esempio” , dice. I video non diventano virali da soli. La distribuzione è importante. Spesso avviene su una serie di piccoli media. I blogger, spesso, possono darci una mano a distribuirli, se il contenuto è rilevante per loro. Altrimenti nulla.
19.15: Mentre l’ultimo relatore parla facendo una sintesi della giornata la gente inizia ad andare via. Io devo staccare, per motivi tecnici. Mi scuso per l’estrema sintesi e per le imprecisioni. Aggiornerò ed editerò, se possibile ed opportuno. Grazie.
























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