Bamboccioni, un freno alla mobilità sociale

19 gennaio 2010

Il dibattito sui bamboccioni si riaccende a seguito delle recenti e provocatorie dichiarazioni di Brunetta. Le argomentazioni sono sempre le stesse: per gli uni i giovani devono svegliarsi, per gli altri grida vendetta invitare a uscire di casa chi ha bassi stipendi e prospettive precarie. Si discute intorno al senso di responsabilità, all’autonomia e al ruolo della famiglia negli schemi di welfare, ma troppo spesso viene ignorato un punto di grande importanza.

A prescindere da cosa pensiamo della flessibilità lavorativa, degli appartamenti per studenti e dello spirito di sacrificio, le lunghe permanenze nella casa paterna sono un grave freno alla mobilità sociale. La forza dell’abitudine è potente, i comportamenti e la sensibilità dei singoli sono molto legati all’esempio familiare. Prendiamo ad esempio un ragazzo intelligente e volenteroso che nasca in una famiglia di scarsa cultura e di limitati mezzi economici. In Italia la scuola è pubblica e l’università pure; non è impossibile che si laurei, anche se dovrà superare di certo ostacoli più alti rispetto ai suoi pari ben nati. Non è impossibile che arrivi a produrre lo stesso loro reddito, e talvolta capiterà anche che sia più alto.

Quello che invece è, se non impossibile, almeno molto molto molto difficile è che – vivendo a casa fino a trent’anni e oltre – assuma un registro linguistico, un modo di comportarsi e un senso delle situazioni simile a quello di chi proviene da ambienti più fortunati. Non c’è niente da fare, se tutte le sere uno torna ad una casa dove la bestemmia in dialetto è più frequente della conversazione su Platone qualcosa gli rimarrà. Anche se va al liceo, anche se diventa ricco, anche se si impegna il più possibile per superare i fardelli dell’eredità. E infatti la mobilità nel nostro paese si estrinseca più che altro in figure di parvenu stile Fabrizio Corona o il presidente del consiglio.

Confrontiamo questo con il caso, che so, dell’Inghilterra. Il paese non è noto per grande permeabilità tra le classi: persino ha ancora un ruolo importante l’aristocrazia. Esiste però tramite il sistema universitario, e in particolare quello residenziale dei college, una possibilità per un giovane di umili origini di saltare davvero la barriera. Se a 17 anni, finita la scuola superiore, vince una borsa di studio per Oxford va incontro ad un’immersione completa – lezioni, studio, pasti, intrattenimento – in un contesto dove non solo acquisisce una cultura professionale, ma impara a stare a tavola e al mondo, capisce quando parlare e quando no, si confronta molto da vicino con i docenti (che vivono alla porta accanto) e via di seguito. Alla fine a 21 anni, o a 25 se studia per un dottorato, è un prodotto di Christ Church o di Somerville più che di una famiglia operaia del Derbyshire. E questo aumenta in maniera notevole le sue chances non solo di trovare un buon impiego, ma anche di costruire una famiglia con una donna di origini diverse dalle sue.

In Italia una cosa del genere non c’è, se non su base estremamente informale. Se i tuoi genitori hanno la miniatura della Torre di Pisa sul centrino in salotto o hai buoni amici e una forza di volontà sovrumana o sei finito, perché nessuno ti prende in tempo, e quando finalmente esci di casa a trentadue anni è drammaticamente tardi. Il dramma è doppio: per te che non hai le opportunità e per la società che spreca il tuo talento sull’altare del familismo (stavolta sì un bel po’ amorale). Vogliamo parlarne o pensiamo ancora che non formare un’élite sia espressione di autentico spirito democratico?

11 commenti a Bamboccioni, un freno alla mobilità sociale

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  3. “In Italia la scuola è pubblica e l’università pure; non è impossibile che si laurei, anche se dovrà superare di certo ostacoli più alti rispetto ai suoi pari ben nati. Non è impossibile che arrivi a produrre lo stesso loro reddito, e talvolta capiterà anche che sia più alto”.

    Possibile ma anche altamente improbabile. Questo è un paese dove nel mondo del lavoro (e in particolare in quello delle professioni) si entra per cooptazione o per casta. Molti giovani avvocati che si avviano alla professione sono figli di altri avvocati. Così per tantissimi medici (per i notai non ne parliamo), per gli architetti, per gli ingegneri ecc. Inoltre, basta leggersi qualche studio del Censis o dell’Eurispes in proposito. Mai come è oggi è pressoché assodato che i figli hanno minori prospettive di benessere, di opportunità e, in poche parole, di miglioramento sociale, rispetto ai loro padri. Crescono poi le diseguaglianze: i ricchi risultano sempre più ricchi (per quanto diminuiscono in valore assoluto) ed i poveri (che sono in aumento) risultano sempre meno abbienti. E’ facile parlare di bamboccioni, specie quando ne discettano professori ed accademici che hanno svolto tutto la loro carriera a cavallo dello Stato e del “para-stato”, in tempi, peraltro, dove i concorsi pubblici si svolgevano un mese sì e l’altro pure (oggi, in molti campi, vige ancora il blocco delle assunzioni nella PPAA). Purtroppo, però, adesso la di f realtà è molto, molto diversa. Oggi per un giovane, l’unico appiglio di welfare in un paese dove il welfare (inteso come assistenza) non esiste, è solo la sua famiglia d’origine. Negarlo significa vivere sulla Luna e, soprattutto, ignorare la realtà.

  4. Idealismo o materialismo? Come tutte le dicotomie, è falsa.

    Le istituzioni influeznano la cultura e viceversa. La gente si difende dalla sclerosi sociale indotta dalla politica attraverso reti sociali come la famiglia. Il risultato si autorafforza, però il rapporto causale forte e DALLA staticità AL familismo e non viceversa. Questo significa che agire sul rapporto causale inverso ha poche probabilità di successo.

    D’altra parte, agire sulla staticità sociale significa agire sulla struttura politica e sulle conseguenze sociali delle politiche. SIgnifica abolire le rigidità del mercato del lavoro, significa ridurre la burocrazia per creare aziende, significa abolire le corporazioni, significa sviluppare mercati finanziari competitivi. Significa dare a tutti i cittadini le opportunità che la politica toglie: le opportunità di essere autonomi e indipendenti.

    Ma assumiamo (realisticamente) che la via politica sia impossibile: assumiamo che i problemi sociali di natura politica siano ineliminabili perché non esiste uno strumento politico per liberarsene. Allora sì, non resta che prendersela con il familismo. Ma a cosa servirebbe?

    Le persone non sono prive di opportunità perché stanno a casa. Lo sono perché fuori dalla casa c’è il nulla. Se poi le due cose, giustamente, si autorafforzano, rimane che fuori dalla casa c’è il nulla. “Mamma, vado a vivere da solo, nel deserto del Sahara”.

    Mi sa che la responsabilità non sia di chi compra le statuette delle torre di Pisa, ma di un assetto istituzionale iperstatico. Purtroppo per rimuovere questi ostacoli occorrerebbe depotenziare le corporazioni, i sindacati e i politici (che ci guadagnno sempre quando un individuo originariamente autonomo diventa un loro clientes per trovare lavoro).

    Ora, io dispero che l’Italia abbia delle speranze. Non credo ne abbiano in paesi più seri, figuriamoci in Italia. Quindi non ho nulla da proporre sul piano politico. Ma la domanda è: che c’è di interessante da fare nel Sahara sociale in cui vivono gli italiani?

  5. Non sono del tutto d’accordo. Nasco in una famiglia non benestante in un quartiere periferico e degradato di Napoli. Frequentando l’università, ho deciso di operare una netta censura con quello che era l’ambiente in cui sono cresciuto.
    Rimanere in casa – si spera per poco – è dovuto alla mancanza di disponibilità economica. Tuttavia, credo che il mio registro linguistico sia abbastanza completo.

  6. Torno su una cosa che forse non si è capita. Ogni battaglia è utile, anche quella contro il familismo, nel senso che una minore avversione al rischio è un’ottima cosa, e che l’autonomia sociale va ricercata anche quando è quasi impossibile, ma la battaglia vera è contro la fonte della staticità sociale, cioè contro la politica delle lobby dei sindacati e delle corporazioni.

  7. topinamburs

    Libertyfirst,

    io capisco che tu fai commenti seri (grazie mille!), ma vorrei sottolineare che hai dimenticato “pippoplutopaperinocratica” dopo “lobby”.

  8. topinamburs

    Alessio,

    non è che ami più di tanto fare questa partaccia, ma forse volevi dire “una netta cesura”. Invece hai detto “una netta censura” il che un po’ prova il punto originario.

  9. Nomenklatura

    Vedete qual’è il problema di noi italiesi? Abbiamo un debito pubblico assurdo(grazie Craxi), una classe politica incapace, un sistema economico corporativo, produciamo scienziati e li mandiamo all’estero, non contimao nulla a livello internazionale e fra poco la criminalità organizzata diventerà il quarto potere dello stato dopo le televisioni, la massoneria e la Chiesa Cattolica.

    Siamo nei liquami fino al collo e stiamo a discutere di una battuta fatta da un ministro di questo governo che come è noto è il miglior governo degli ultimi 150 anni se non altro in fatto di annunci clamorosi seguiti poi da zero fatti.

    Quello parla di bamboccioni e noi giu’ a discutere se si’, se no, se forse. Intanto approvano l’ammazza processi, poi approveranno il decreto delega ammazza internet, poi Zeus solo sa che cosa ci prepara mr B.

  10. Io che conosco la realtà nordamericana sarei d’accordo su quello che é scritto in questo post ( a parte, naturalmente, la battuta idiota sul Presidente del Consiglio), infatti i ragazzi italiani sono in gran parte dei bamboccioni e si privano di una molteplicità di esperienze a meno che siano di famiglie molto ricche che possono mandarli all’estero.
    I ragazzi italiani hanno difficoltà a spostarsi, a cambiare lavori ed orientamenti, ad aggiornarsi sulle esigenze del mercato…sono bloccati.
    Meglio che i genitori comincino a buttarli giu’ dal nido al piu’ presto, invece di dar loro paghette per sciare, uscire, divertirsi.

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