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Culturadi Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 17 gennaio 2010 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Dietro un paio di occhiali scuri c’è sempre la speranza.

No, non fate caso ai miei occhiali da sole. Non è per darmi un tono, per mostrare a voi una importanza che non sento, per carpirvi una attenzione che non credo di meritare. E’ che queste giornate di sole mi mettono tristezza, tutta questa luce che volge al buon umore mi butta nello sconforto, mi spezza in due come un pugile che si abbatte senza pietà sul suo avversario ormai cotto, cotto da troppo tempo. Un avversario che non si è mai ripreso dal più forte dei pugni, dal più vigliacco dei colpi, da quella botta in piena luce, arrivata in una splendida ed orrenda giornata d’estate. Ma scusatemi, ora con gli occhiali mi sento stupidamente più protetto e posso parlarvi del mio mestiere.  Sono un impiegato statale, ma non un mesto guardiano di un museo cittadino in cui non c’è nessun visitatore, né uno sfaccendato che passa il tempo ad ingegnarsi a come arrivare alla fine dell’orario o non venire il giorno dopo. No, io ho fatto carriera fino a diventare dirigente.  E pensare che, quando ho cominciato questo lavoro, clownterapia minori Il dirigente statalevedendo l’auto di lusso di un capo, pensavo che l’avesse guadagnata con l’imbroglio, con qualche malaffare di quelli che ti danno tanti soldi da poterli buttare via in un inutile pezzo di ferro. Non pensavo che un giorno proprio io, onestamente, potessi meritarla diventando dirigente.  Ed invece è successo; a ripensarci è stata una avventura meravigliosa, una serie di fortunate opportunità e coincidenze che mi hanno portato dove nessuno pensava di poter mai arrivare.  Ricordo i primi tempi, quando nessuno aveva mai sentito parlare di contributi pubblici alle aziende che investivano. L’Europa cominciava a fornire soldi e se da altre parti questi venivano girati tramite tangenti e favori al solito gruppo dei soliti noti, da noi si selezionavano seriamente i progetti e le aziende rifiutando regali e regalie: dicendo no a ricchi e potenti che dopo un po’ preferivano migrare verso ruote più facile da oliare. Ebbi la fortuna di avere un capo eccentrico, burbero e incomprensibile, ma incredibilmente onesto, intento a farsi perdonare la parentela con un ministro che lo aveva piazzato lì per far proliferare voti in un collegio così sicuro da non richiedere ulteriori sforzi.
Così in questo clima di inattesa libertà potei scegliere i miei collaboratori tra quelli che consideravo più onesti e determinati. Nacque così un gruppo affiatato e compatto che confondeva le notti con il giorno, che girava per le aziende e suggeriva idee e soluzioni. Un gruppo che, nella indifferenza della politica e nel sospetto dei sindacati (che poco tollerava gente che lavorava senza protestare), gioiva dei risultati che vedeva crescere intorno a se.  Io, che di quel gruppo ero il responsabile, ero al settimo cielo. In pochi anni avevo fatto nascere un’attività che prima non esisteva e l’avevo portata ad essere produttiva e in attivo. Né andava peggio nel campo sentimentale, dove il matrimonio aveva dato, dopo la prima bimba nata prestissimo, un maschietto che era diventato subito la mascotte di tutti quanti noi.
Sembrava allora la vita come una chiara giornata di sole, un sole caldo e confortante come quello di oggi, che pare destinato a non tramontare mai.

E invece proprio da lì cominciò la deriva della mia vita, una vita che cominciava a vedere un bimbo stanco quando si giocava troppo, che si smarriva in momenti muti, di un dolore che a quell’età non sapeva esprimere, in richieste di aiuto che noi non potevamo esaudire. E allora si susseguirono vertiginosi i viaggi tra i medici dei bambini, le visite negli ospedali dei bambini, gli spostamenti in una nuova città piena di mare e di sole dove vedevamo bambini e bambini che portavano una scadenza dipinta sul volto che noi non avremmo voluto saper leggere.  Finì un giorno di estate, di quelli così secchi e caldi che annaspi per cercare un alito di vento. Finì in un corteo pieno di gente, in mille pacche sulle spalle che non sapevano darmi una sola ragione per andare avanti.  A lavoro furono più che comprensivi: potevo tornare quando volevo, dicevano i conoscenti, quanto prima, quelli che mi volevano bene. Ma nessuno credeva che sarebbe tornato tutto come prima, perché era evidente che io non ci riuscivo, non riuscivo ad interessarmi ad un nuovo finanziamento, non mi entusiasmava costruire ancora qualcosa che un alito di sole mi poteva portare via.  Non mi interessava infondere speranza in nessuno perché non potevo sopportare che un po’ l’avrei avuta anche io.  Ma la vita è come l’acqua: si intrufola anche nella roccia più dura e, goccia dopo goccia, ricomincia a fluire. Fu l’altra figlia, è logico, fu l’immensità del dolore di mia moglie, la madre, che mi fecero pensare che tutta quella disperazione era egoista. Che non potevo sentirmi distrutto io se intorno a me c’era tutto da ricostruire. Che non potevo concedermi il lusso di lasciarmi andare, di morire di inedia e dolore, e sebbene non potessi più provare un solo sentimento sulla faccia della terra provai a fingere, andare avanti e fingere.  Fu allora che cominciai a portare gli occhiali scuri. Mi servivano ad estraniarmi, a separare, nettamente, la mia disperazione con la parvenza di vita che dovevo agli altri. Più di tutti mi spingeva mia moglie che dal mio smarrimento aveva salvato la bimba, nella sua normalità aveva affogato i suoi ricordi e il suo dolore. E così la vita ricominciò: regalai la mia mente e il mio corpo al lavoro e ai miei cari mentre il cuore rimaneva seppellito in quella piccola tomba bianca.  Fu quando io e mia moglie tornammo ai consueti gesti, ad una consolazione senza piacere che accadde qualcosa di inaspettato. Eravamo vecchi, vecchi di energia più che di anni per cui quando ce ne accorgemmo non ne fummo contenti: niente avrebbe potuto sostituire quello che non avevamo più e quel niente ora veniva a turbare il sonno profondo dei nostri sentimenti. Eppure accadde e nessun senso di colpa mi fermò dal volere mille volte che quella gravidanza neonato Il dirigente statalenon andasse avanti, che si fermasse da solo lo scempio al mio dolore, che nessuno mi costringesse più a dover amare e sperare una altra volta ancora.
Ma anche la ferità più profonda cerca di rimarginarsi, anche il taglio più esteso si coprirà con il tempo di una nuova pelle. Non avemmo il coraggio di interrompere noi quello che la natura aveva voluto creare e affrontammo di nuovo quello che la vita ci aveva riservato.

Fu una cupa giornata di inverno quando nacque il nostro angelo. Io tolsi gli occhiali da sole e prendendolo in braccio per la prima volta mi allontanai dagli altri, mi misi seduto a terra in un angolo della stanza e cominciai a piangere. Prima piano, poi più forte finendo a squarciagola, all’infinito verso quel il cielo che mi aveva tolto una vita per ridarmene un’altra.
Piansi e piansi ma poi il piccolo aprì i suoi occhi e mosse le labbra a cercare una mammella. Era tempo di dargli amore e cibo, era tempo di credere, ancora una volta, che lo si potesse proteggere da tutti i mali del mondo.

A Carlo e al suo Angelo che la settimana prossima compirà un anno (anche da parte di chi ha montato)

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