Goodbye Haiti, il paradiso che divenne un inferno

16 gennaio 2010

Dici Haiti e pensi alla struggente bellezza di una terra che i signori coloniali chiamavano l’“Isola libertina”. Pensi ai Caraibi: panorami mozzafiato, clima mite, natura incontaminata, gente allegra, balli, canti e un po’ di sesso facile. Adesso però ci sono migliaia di morti, urla disperate di chi ha perso la casa, i propri cari, che ci ricordano che Haiti è anche il “giardino del diavolo”: la “terra della alte montagne” nella lingua dei creoli che l’abitavano, terra sismica e vulcanica, martoriata dagli uragani che passano spesso da queste parti.

Adesso sui nostri schermi scorrono strade inondate di cadaveri, palazzi accartocciati, un’umanità dolente con gli occhi asciutti e si parla di una crudele tragedia naturale, straordinaria e incomprensibile. Ma in questa tragedia c’è poco di naturale, di straordinario e di incomprensibile. Certo, il terremoto c’è stato, ed è stato molto forte. Ma terremoti di quest’intensità ce ne sono molti ogni anno, e nessuno ha mai provocato simili devastazioni. Quei palazzi sono sbriciolati perché sono costruiti con la sabbia, in una zona sovraffollata di umanità e miserie.

Perché a poca distanza dal paradiso caraibico, dai resort per occidentali con le pance gonfie, dalle case di quelle poche centinaia di famiglie che posseggono tutte le risorse del Paese ci sono – anzi, c’erano – immense bidonville, senza elettricità, con abitazioni indecenti fatte di sabbia, bambini denutriti. Ad Haiti si è costruito con la sabbia, nonostante il rischio sismico fosse noto, perché – anche se alla fine del XVIII secolo Haiti era la più ricca colonia francese in America ed è pure stata una delle prime nazioni del continente a dichiarare la propria indipendenza – oggi questo è il paese più povero delle Americhe ed uno dei più poveri del mondo: l’80% della popolazione vive in una condizione di povertà degradante e più della metà tirava avanti con meno di un dollaro al giorno.

E questi due secoli di povertà sono trascorsi tra fierezza creola e voglia di indipendenza, sotto il continuo ricatto e sopruso di francesi, inglesi, tedeschi, americani, che hanno favorito la distruzione del tessuto socio-economico delle campagne e l’esodo verso la capitale, che è diventata un immensa accozzaglia di gente senza futuro. Haiti è stata oppressa e sventrata da feroci dittature, come quella di Francois Duvalier, “papa doc” e di suo figlio baby doc, sempre con la “benevola” complicità dei vicini amici americani.

2 commenti a Goodbye Haiti, il paradiso che divenne un inferno

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