15 gennaio 2010
Un uomo di Civitavecchia faceva costituire alle sue vittime società finanziarie e rivendeva i beni acquistati con assegni postdatati. E’ stato arrestato dalla Guardia di Finanza
Corteggiava le sue vittime fino a convincerle ad investire i loro risparmi in improbabili società di capitali, poi, dopo averle truffate, faceva ricadere su di loro la responsabilità del fallimento. A mettere fine all’attività illecita di un sedicente playboy, il nucleo delle Fiamme Gialle di Roma, che ha arrestato, con l’accusa di insolvenza fraudolenta, appropriazione indebita e truffa, per un ammontare complessivo di oltre 150 mila euro, un cittadino romano di 37 anni.
IL PLAYBOY - L’uomo, C.B, incensurato, era residente a Civitavecchia. Ogni volta il solito schema, anche per l’ultimo «colpo». Ha corteggiato la sua la vittima, fino ad instaurare con lei una relazione amorosa, e poi l’ha convinta a costituire una società di capitali con quote sociali ripartite al 50%. La carica di amministratore unico veniva però fatta ricoprire all’inconsapevole innamorata, la quale garantiva la disponibilità finanziaria (con denaro contante o con l’assunzione di impegni debitori nei confronti di banche o società di assicurazione e fideiussione) necessaria per iniziare l’attività commerciale. Quando non falsificava le firme, il playboy truffatore, si faceva delegare ad emettere assegni in nome, e per conto della società, necessari per la «gestione» di alcuni negozi nella zona di Ladispoli. Poi, l’uomo, arredati i locali con i migliori macchinari, pagava i fornitori con assegni postdatati.
UNA TECNICA SOPRAFFINA – Anche una Ferrari, intestata alla società, sarebbe stata acquistata con lo stesso sistema. Dopo qualche mese, però, all’insaputa della vittima, senza che la società avesse mai iniziato l’attività commerciale, C.B. rivendeva tutti i beni acquistati con l’intento di far ricadere le responsabilità sull’inconsapevole compagna. L’indagine a carico dell’uomo sarebbe partita un anno fa, dopo una denuncia, presentata da un’altra donna, evidentemente accortasi in tempo delle reali intenzioni truffaldine del seduttore, ai finanzieri della tenenza di Ladispoli. Secondo la ricostruzione degli agenti l’inizio dell’attività illegale sarebbe da far risalire al 2007 quando C.B avrebbe convinto la compagna di turno ad investire circa 115 mila euro in un’attività commerciale nel campo della ristorazione. Anche in quel caso l’azienda sarebbe stata rifornita di beni e macchinari per un ammontare pari a 34 mila euro, mai incassati dagli ignari fornitori pagati con assegni postdatati e privi di copertura finanziaria.
(AdnKronos)




Certo che se l’amministratore unico delle società era la compagna di CB:
- o CB si faceva nominare procuratore, e allora l’amministratore unico era colui che ha firmato la procura per cui poteva non sapere delle singole cessioni ma non poteva non sapere che i beni potevano essere ceduti – altrimenti tanto valeva rilasciare procura). A maggior ragione se si trattava di procura institoria l’amministratore unico non poteva essere all’oscuro quanto meno della possibilità di cessione;
- oppure CB non era nemmeno procuratore, il che comporterebbe che tutte le cessione dei beni sociali sia state fatte in contanti e gli acquirenti fossero tutti d’accordo poi nel mentire davanti al giudice, altrimenti non so come si faccia a far ricadere la colpa del fallimento nell’amministratore unico quando chi ha venduto i beni sociali non aveva alcun potere per farlo.
Una donna fa un sacco di cose quando si innamora, eh?