Una storia triste, cattiva e sconosciuta. Sconosciuta come i tanti che ogni giorno ci passano accanto. E che fingiamo di non vedere.
Termini è terra di confine. È la frontiera visibile che separa due mondi fra loro distanti che si avvicinano a malapena, il tempo di una mano che si allunga, di un uomo che si scansa, di una sigaretta chiesta. Termini, la stazione di Roma, è il luogo ove si incrociano esistenze così diverse fra loro da sembrare rovesci della stessa moneta: su una la faccia, sull’altra la croce. Qui le menti vagano in mille pensieri e tante azioni. Chi affretta il passo preoccupato di un ritardo in ufficio, chi guarda trasognato il cartellone delle
partenze già pregustando con la mente i posti che visiterà, chi cerca solo di rendersi invisibile e trovare un riparo decente per un’altra notte. Un’altra ancora, fosse anche l’ultima, ma almeno che sia calda.
CONOSCERE, SAPERE - Gli “invisibili”, i diseredati, qui, quando la notte cala, i treni si fermano e la stazione si svuota vivono un modo tutto loro. Un mondo fatto di stracci, di spazi rubati, di furti subiti e realizzati, di cartoni trasportati su carrelli, di libri trovati su panchine. Per vedere questo mondo devi fermarti qui, la sera, renderti anche tu invisibile. Solo così potrai sapere ciò che succede. Solo così potrai capire che l’uomo che vedi litigare con quella donna, ubriaco, ha perso ogni speranza da tempo e l’unica cosa che gli rimane è quel posto caldo dove passare la notte. Lo stesso posto che quella donna da mesi tenta di portargli via. Ma anche se rimani qui, uno, due, tre giorni, magari mesi, se non ti fermerai mai a parlare con lui, nulla più di questo saprai. Non saprai dei suoi lunghi viaggi nell’altro Continente quando era un ragazzo, della sua estate passata a Berkeley proprio durante la famosa rivoluzione, dell’amore per una donna lì incontrata e persa anni dopo qui per colpa di uno sparo fra la folla, di una disperazione mai finita, di un pianto che si protrae uguale ormai da trent’anni, di una ferita che non può smettere di sanguinare. E nonostante tutto, anche se ti fermassi a parlare con lui, nulla sapresti degli altri. Come nulla saprai mai di lui, ad esempio.
FINE - Lui non ha un nome. Non c’è l’ha perché nessuno sapeva come si chiamasse. Già, il tempo usato è il passato. Lui qui c’era fino a poco tempo fa. Poi la notte del 14 dicembre il suo cuore ha smesso di battere. No, aspetta, non è come pensi. Non è morto di freddo, né di fame. No, lo hanno ucciso. Stava dormendo dentro un auto, proprio qua fuori alla stazione e gli hanno tagliato la gola. Anche lui era un’invisibile, uno di quelli a cui sei passato accanto decine di volte senza neppure dedicargli uno sguardo. Stava qui da tempo, come tutti gli altri, solo che aveva un posto caldo dove dormire: una macchina rimediata chissà come che a molti faceva invidia.




… triste, assurda, verità. E tu bravissimo a raccontarla
Confermo, e ringrazio davvero.
Mi sono commossa…ci sono passata spesso alla stazione Termini, ma anch’io da invisibile…perché senza nessuno scambio di rapporto umano, alla fine, “invisibile” in un certo qual modo lo sei anche tu.