Il destino segnato del carbone del Sulcis
di Tommaso Caldarelli - Una produzione non competitiva, tenuta in piedi per ragioni geopolitiche ed occupazionali. Un progetto avveniristico che non sa partire. La Sardegna ce la farà?
Purtroppo, ed è tragico dirlo, per sbloccare la questione delle miniere di carbone del Sulcis potrebbe servire ben più che una ferita autoinflitta. Ed è, ripetiamo, tremendo vedere un uomo che è pronto a farsi del male per far passare il messaggio: siamo pronti a tutto. Qui, a Carbonia, di carbone viviamo. Abbiamo sempre vissuto. E non abbiamo intenzione di lasciar stare.
UNA VITA NEL CARBONE - E’ proprio questo il problema: di carbone, nel Sulcis Iglesiente, si è sempre vissuto. E questo, per tanti motivi, è stato un errore: perché il carbone della Sardegna sud-occidentale è, e lo sanno tutti, fuori mercato, non competitivo, inadatto alla produzione di energia, antieconomico, nonché una vera e propria spina nel fianco di qualsiasi gestione logistica. L’estrazione del minerale è carissima, l’utilizzo altrettanto, la produzione di energia si effettua a prezzi che arrivano oltre al doppio dei prezzi di mercato. Ma fu una scelta politica quella di puntare sullo sviluppo del bacino carbonifero del Sulcis, e sono state altre scelte politiche, volutamente prive di attenzione al mercato, a tenerlo in vita in tutti i questi anni. Giustamente, a Carbonia, di carbone si è sempre vissuto, dicono ora gli operai.
CITTA’ DI FONDAZIONE - Tracciare ora la storia del carbone sardo significa imbattersi in tutti i soggetti che nel corso degli anni hanno trovato un modo per lavarsene le mani, per minimizzare i danni, per realizzare nella zona quanto dovevano senza compromettersi troppo. Di carbone nella zona si parla fin dagli ultimi anni del 1800, ma bisognerà aspettare Benito Mussolini per la spinta decisiva verso l’industrializzazione della filiera del carbone: fu lui ad inaugurare nel 1938, la città di fondazione di Carbonia. Si era nel tempo delle sanzioni economiche da parte dei paesi occidentali, l’entusiasmo internazionale per il regime fascista era decisamente calato dopo l’avvento del nazismo. Gli europei iniziavano a comprendere i propri errori e ad isolare le nazioni rette da regimi dittatoriali. Mussolini scelse la strada dell’autarchia.
TROPPO ZOLFO - In quel contesto il carbone del Sulcis aveva un importante ruolo strategico – che, come vedremo, ha comunque mantenuto. Nonostante gli alti costi di estrazione, nonostante le impurità in zolfo – secondo questo manuale di merceologia, siamo su percentuali dell’8%, e oltre l 2% il carbone è contaminato, incommerciabile e dannoso – nonostante il basso potere calorifero (Litantrace sub-bituminoso, è il termine tecnico per indicare un composto nella parte meno alta della classifica del carbone, fra il meno puro al più puro), vista la situazione internazionale, il governo fascista puntò su Carbonia e sul carbone. Da quel momento in poi la situazione non è cambiata moltissimo.












Articolo ineccepibile. Però: nel Bel Paese le produzioni non competitive, costose, improduttive, sono parecchie, a partire dalla Malpensa. Eppure vengono tenute in piedi con le unghie e coi denti. Non dipenderà mica dal peso politico delle aree in cui dette voragini si trovano? (non poche, non poche, al nord).
Articolo veramente interessante, con i riferimenti, non basato su idee personali o su discorsi da bar o ideologie politiche, ambientaliste e sindacali: sto sognando?