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Culturadi Michele Coscia
pubblicato il 8 gennaio 2010 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Piano piano, quatto quatto, sottovoce come piace a noi, nel 2009 è uscito un altro film basato sulla saga videoludica di Street fighter. Prime visioni non poteva certo esimersi dal parlare di questo adattamento, anche perché non si sa se vedrà mai la luce in Italia.

La serie di Street fighter, al pari di qualsiasi altro picchiaduro sulla falsariga di Mortal Kombat o Dead or Alive, non è di certo una fonte di ispirazione promettente per quanto riguarda il cinema di qualità o di alti contenuti. E’ necessario solo prendere un pugno di personaggi più o meno balordi e farli pestare davanti a una macchina da presa. Il compito parrebbe semplice. Eppure, proprio in quanto così lineare, i registi che hanno affrontato l’adattamento di un picchiaduro hanno sempre fatto delle figure poco più che pietose. Si potrebbe giusto salvare il Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson, solidissimo mestierante dell’intrattenimento, in quanto lo si può catalogare (con un po’ di benevolenza da fanboy) come un’epica accozzaglia trash. Quest’anno un tal Bartkowiak, che alle spalle ha già il martirio di un street fighter leg chun li Street Fighter: The Legend of Chun Li altra serie videoludica d’eccezione (Doom), ha deciso di riportare sul grande schermo i personaggi del famoso picchiaduro della Capcom. Con i risultati che vi andrò ora a svelare…

LA LEGGENDA DI CHUN-LI – Diversamente dal primo film dedicato a Street fighter che vedeva Van Damme impersonare Guile come protagonista, qui abbiamo quella bella topolina di Kristin Kreuk prestare faccia e movenze alla mattatrice Chun-Li. Si potrebbero già contestare un paio di cosette. Innanzi tutto su quale pianeta uno scricciolo alto un metro e un barattolo come la Kreuk potrebbe rappresentare, paragonata a Van Damme, un combattente di strada. Ma soprattutto il fatto che il film americano del 1994 non fu affatto la prima pellicola dedicata a Street fighter: già nel 1993 in Cina Andy Lau, Simon Yam e soci impersonarono la banda capitanata da Ryu. Tornando però alla trama di questa leggenda di Chun-Li, all’inizio del film la troviamo pianista bambina mentre prende lezioni di arti marziali dal padre. Tale idillio non può durare per sempre (guai!). Ecco quindi comparire l’enorme Barlog e il cattivissimo e biondissimo mister Bison, che rapiscono il padre di Chun-Li obbligandola, una volta giunta l’età della maturità, a partire per la Thailandia per la ricerca delle sue radici e la vendetta su chi, queste radici, le ha estirpate.

UN CONCEPT DIFFICILE DA SBAGLIARE – Che cosa dovrebbe essere un adattamento di un’opera? Dovrebbe essere una semplice traduzione da un media all’altro di personaggi e trama? No di certo, perché ciò che funziona, ad esempio, in un videogioco può non funzionare sul grande schermo (vedi Max Payne). Allora dev’essere qualcosa che modifica qualche dettaglio pur mantenendo uno spirito coerente e pedissequamente aderente a quello dell’opera originale? Nemmeno, perché in questo modo si tagliano le gambe alla sperimentazione, e alla creazione di qualcosa di nuovo dalla rielaborazione. Adattare significa prendere un concept e farlo evolvere in maniera onesta e leale. Ad esempio in Street fighter questo significherebbe: botte da orbi, niente scimmiette ammaestrate, ma anzi combattimenti non coreografati, sleali, sporchi, brutti e cattivi (come in Dog bite dog, per intenderci) propri di un combattente da strada. Una logica della sopravvivenza del più forte. Detto questo, il concept è ben facile da comprendere. Non solo: è già abbastanza spettacolare di per sé. E allora perché Bartkowiak non è stato capace di metterne in pratica nemmeno una riga?

THE LATER YEAR – I fatti sono due. Se si vuole manipolare il parco di personaggi e situazioni di Street fighter per ottenere qualcosa di nuovo e di staccato dalla solita logica del picchiaduro bisogna impegnarsi molto in fase di scrittura. Ma si possono ottenere dei risultati veramente notevoli, anche con un impegno di mezzi e di effetti evidentemente sotto la media di una produzione di Hollywood (mi riferisco alla produzione Street Fighter: The later years che potete ammirare da qui). Bartkowiak però questa strada non la vuole percorrere. Non c’è traccia alcuna di introspezione, né di spessore nei suoi personaggi. Sono tutti delle macchine da guerra (anche quando pesano venti kili scarsstreet fighter the legend of chun li movie image kristin kreuk  1  Street Fighter: The Legend of Chun Li i come la Kreuk). Allora sceglie la seconda faccia della medaglia. E ottiene un pastrocchio senza capo né coda in cui si stravolgono senza senso alcune regole (scontri a fuoco massicci in Street fighter? Mah…), se ne rispettano altre per il solo gusto di farlo ma senza un vero senso narrativo (le ondate di energia) e si pone tutta la vicenda in un contesto ridicolo e a tratti offensivo per l’intelligenza umana (il piano di Bison fa piuttosto ridere).

UWE BOLL – Vedere all’opera Bartkowiak, il genio della schifezza, fa rivalutare un altro grandissimo, e conosciutissimo, del trash contemporaneo. Mi riferisco all’Uwe Boll che ha maltrattato gli adattamenti cinematografici di giochi come House of the dead, Alone in the dark e Far cry. Bartkowiak non è molto diverso da Boll: le qualità tecniche sono leggermente migliori, ma il cattivo gusto rasenta livelli simili. Eppure Bartkowiak non lo conosce nessuno, mentre riguardo a Boll sono volati ormai interi oceani di inchiostro virtuale, tra recensioni che lo stroncano e petizioni contro i suoi film. E dire che i videogiochi trucidati cinematograficamente da Bartkowiak sono ben più conosciuti e amati. Dove sta quindi la differenza tra i due? La differenza è che Boll è bravissimo nello sfruttare Internet, è un genio della comunicazione moderna E, talvolta, pure in queklla cinematografica, vedi Postal). Il suo nome sul Web è conosciuto al pari di Kubrick e Spielberg. Bartkowiak non sarà mai un Boll, non sarà mai ricordato come l’Ed Wood del XXI secolo. Un’altra ragione per evitare questo e altri suoi film: non vale nemmeno la pena ricordare le sue opere tra quarant’anni per dire “Io c’ero”.

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