di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 10:55 del 12 settembre 2008 in EconomiaTorna alla home

L’Istat e la Ue certificano un forte rallentamento della congiuntura e una riduzione delle prospettive di crescita economica. Non è difficile prevedere che questo avrà effetti negativi sulle entrate tributarie, e quindi sulla tenuta dei conti pubblici. Oltre a spargere ottimismo, non è il caso di fare qualcosa?

La notizia, per quanto abbastanza attesa,  non è confortante: i dati dell’Istat mostrano infatti che nel secondo trimestre del 2008 il prodotto interno lordo è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,1% nei confronti del secondo trimestre del 2007. Calano sia i consumi che gli investimenti. I dati dell’istituto di statistica vanno a braccetto con le nuove stime contenute nelle “previsioni economiche intermedie” della Commissione europea che parlano di “un rallentamento marcato dell’economia italiana in corso dalla metà del 2007″ e di un’attività economica che “ha iniziato il 2008 in modo negativo”, e – soprattutto – “il risultato di crescita del PIL per la prima parte dell’anno  è in qualche misura inferiore rispetto alle previsioni di primavera”.

LA CRESCITA SARA’ PIU’ BASSA - Che la situazione non fosse incoraggiante non era certo un mistero per nessuno, nonostante le entrate siano in aumento. Stavolta, neppure per il ministro dell’Economia, che da tempo va ripetendo che la crisi attuale è dura e difficile, anche se ultimamente si è lasciato andare a dichiarazioni più ottimiste, come a Cernobbio. E Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi spande ottimismo a piene mani, ricordandoci che l’Italia è un Paese ”molto solido”, con un ”alto livello di vita e di benessere”, che deve superare insieme all’Europa la crisi economica di questi anni, dando impulso alle piccole e medie imprese. Mentre speriamo nel futuro lontano assieme al ministro Tremonti, guardiamo però con attenzione al presente e al futuro di breve e medio termine. Oltre che la preoccupazione per il benessere di famiglie e per le prospettive economiche delle imprese, occorre guardare alla tenuta dei conti pubblici e quindi all’efficacia della manovra dei 9 minuti e mezzo, quella approvata all’inizio dell’estate. Le entrate dello Stato, infatti, sono in grandissima parte entrate fiscali, e sono quindi correlate all’andamento dell’economia: se la crescita diminuisce, si riducono conseguentemente anche le entrate. E a parità di spese, questo significa aumento del deficit. Che succederà nei prossimi 2-3 anni? Sempre secondo gli uffici dell’Unione europea,  le prospettive per i mesi a venire rimangono sfavorevoli a causa di una competitività in deterioramento e di un rallentamento della domanda mondiale. E più o meno tutti gli istituti di previsione hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita per l’Italia per il 2009.

IL DEFICIT DI BILANCIO - Proviamo a fare due conti, partendo dalle cifre di Tremonti. Nel Dpef che poi si è tradotto nella manovra finanziaria estiva, Tremonti stimava una crescita del PIL dello 0,5% nel 2008,dello 0,9% nel 2009, del 1,2% nel 2010 e del 1,3% del 2011. Niente di trascendentale, ma – sembrerebbe – purtroppo ancora un po’ ottimistico. E’ presumibile che le cose andranno, almeno nel 2009-2010, un po’ peggio. Se ipotizziamo un rallentamento del Pil “reale” di circa uno 0,5%, si abbasserà anche il PIL nominale, quello che viene stimato dal Governo per calcolare l’ammontare delle entrate tributarie. Tenendo conto che Tremonti si è tenuto prudente nel calcolare il livello di inflazione, diciamo che è presumibile una riduzione del PIL nominale del 2009 dai 1.637 miliardi di euro indicati nel DPEF a più o meno 1.620. Sempre prendendo per buone le cifre di Tremonti, con una pressione fiscale ferma al 43%, il livello di entrate dello Stato nel 2009 si ridurrebbe dai 762,4 miliardi di euro previsti nel Dpef ai 755,2. Fanno 7,1 miliardi di euro di mancate entrate nel 2009 (la manovra complessiva per il 2009 è di circa 10 miliardi di euro nel 2009). Ripetendo il calcolo per il 2010, mancano all’appello altri 8,3 miliardi.

LE OPZIONI PER TREMONTI - Certo, sono stime “grezze”. Le variabili in gioco sono tante: quanto sarà lo scostamento reale della crescita rispetto alle previsioni, quanto questo si tradurrà effettivamente in mancate entrate, quanto giocherà in questo calcolo il tasso d’inflazione, che influisce nella differenza tra valori “correnti” e valori “reali”. Ma, anche a volere essere molto molto ottimisti, una perdita d’entrata di 5 miliardi di euro all’anno è a questo punto abbastanza probabile. E qui, come direbbe Tremonti, entra in gioco la politica. Che fare? Le strade non sono molte. Non fare nulla, e accettare un aumento del deficit, rischiando una nuova procedura Ue per sfondamento del deficit ma negoziando con Bruxelles, viste le condizioni pessime della congiuntura. Aumentare le tasse, ma certo non sembra una via praticabile, in un paese in crisi congiunturale una mossa anticiclica avrebbe conseguenze devastanti, e non è comunque elettoralmente sostenibile.  Seguire la via che sembra piacere di più a questa maggioranza, quella di un ulteriore riduzione delle spese, sfidando le ire dei Ministri e le possibili conseguenze negative sull’economia e sul consenso politico. Oppure, imboccare decisamente la via della lotta all’evasione, magari concentrandosi su quella più odiosa (evasori totali, grandi e medi evasori). Visto il “coraggio” avuto nei confronti dei “fannulloni” della Pubblica Amministrazione, e i mirabolanti risultati ottenuti – secondo il ministro Brunetta – in pochissime settimane, un altrettanto intensa “Guerra agli evasori” potrebbe dare un po’ di respiro.

L’INTERESSE DEL PAESE - Forse, la via migliore è un mix di queste cose. Calcolare il margine (esiguo) che ci resta per restare sotto il tetto del 3% del deficit, dare una limatina ulteriore (anche con quei “giochi” contabili di cui Tremonti è un vero maestro) alle spese previste. Ma molto modestamente, consiglieremmo il Ministro Tremonti di imboccare anche altre due strade. Una lunga e tenace lotta agli sprechi, che è cosa diversa dalla politica dei tagli indiscriminati varata con una manovra un po’ troppo frettolosa. E una più decisa sterzata nel contrasto all’evasione e all’elusione fiscale. Magari perderà qualche consenso – ma una maggioranza al 60%, come dice il premier, e comunque con un opposizione smarrita e confusa, può permetterselo - ma farà, almeno stavolta, davvero il suo mestiere. E, soprattutto, gli interessi del paese.

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