A saperlo che bastava chiudere l’ambasciata USA per un paio di giorni e poi riaprirla, lo si sarebbe potuto fare subito. Invece, come succede spesso, c’è voluta la sceneggiata teatrale per catturare un pericoloso terrorista.
Il famoso “Fattore C” da noi così noto sta aiutando non poco anche Mr. Obama. È bastato chiudere l’uscio dell’ambasciata americana per fare le pulizie della befana per ottenere un risu
ltato del tutto inatteso su uno dei fronti più caldi della politica estera statunitense. Le forze yemenite, infatti, hanno annunciato trionfalmente di aver messo i braccialetti a Mohammad Ahmed al-Hanak, presunto capo di Al Qaeda in Yemen, rimasto ferito assieme ad altri due amichetti nel raid di qualche giorno fa. Se ne stava rantolante all’ospedale di Raida quando l’hanno preso e portato a soggiornare presso le patrie galere. Ma non basta perché la caccia continua e sono attesi altri importanti successi specie dopo la riapertura delle rappresentanze diplomatiche di Francia e Gran Bretagna. Basta crederci.
UNA VITA DIFFICILE – Lasciando perdere le catture spettacolari arrivate a comando, è bene ricordare che lo Yemen è una delle maggiori spine nel fianco dell’amministrazione USA, anche se è salito agli onori della cronaca solo da poco. Il mese scorso, prima del fallito attentato al volo Amsterdam-Detroit, gli Stati Uniti avevano supportato un attacco missilistico contro due presunte roccaforti di Al Qaeda. E durante il fine settimana, l’Ambasciata degli Stati Uniti era stata prima chiusa a causa di problemi di sicurezza e poi riaperta dopo l’intervento dell’esercito, l’ennesimo, contro Al Qaeda. Ma il terrorismo è solo la faccia cattiva di un paese lanciato da anni a tutta velocità verso la catastrofe. Nel nord, dal 2004 il governo combatte assieme alle forze saudite i ribelli zayditi, un clan sciita che si oppone al governo sunnita, e a sud contro i separatisti di Tareq al-Fadhli, erede della casata che rivendica l’indipendenza del vecchio sultanato del quale il padre è stato l’ultimo leader. A parole professano una fede assoluta nella non violenza, ma nei fatti continuano a rapire gente e a strizzare l’occhio alla combriccola di Bin Laden.
SENZA DOMANI – L’economia dello Yemen dipende in larga misura sulla produzione di petrolio e il suo governo riceve da lì la maggior parte delle sue entrate. Eppure, secondo gli analisti della Banca Mondiale, la produzione nazionale di petrolio, che è diminuita nel corso degli ultimi sette anni, scenderà a zero entro il 2017. Il governo, che ha i suoi problemi, ha fatto poco o niente per costruire un futuro post-petrolio ad una popolazione che è già tra le più povere della penisola arabica. Il tasso di disoccupazione è del 35% e si prevede che raddoppierà entro il 2035: del resto, il 45% degli abitanti di questo paese ha meno di 15 anni. E se il petrolio è destinato ad esaurirsi molto velocemente, le risorse idriche sotterranee del paese sono già arrivate al capolinea innescando un conflitto d’uso del poco che è rimasto tra bisogni del settore agricolo e di consumo per la sopravvivenza. In questo scenario non è difficile immaginare il perché lo Yemen è diventato terreno fertile per la formazione e il reclutamento dei gruppi militanti islamici. Dal 2002 ad oggi sono finiti a Guantanamo un centinaio di yemeniti, ma il paese continua ad essere additato dai movimenti terroristici come un piccolo paradiso del settore e gli inviti a recarvisi vengono rivolti a tutti gli aspiranti martire da ogni dove.




La questione palestinese. Se non risolve lì è(siamo) spacciati
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