Visto che il PD marcia al passo del gambero, tanto vale prendersi un po’ di tempo per dare una ripassata a come iniziò una rivoluzione più annunciata che fatta e a come fu condotta da una classe dirigente un po’ troppo sopravvalutata.
Nel novembre del 1989 Achille Occhetto, segretario del PCI, colse al balzo l’occasione fornitagli dalla caduta del muro di Berlino per provare a rivoluzionare il proprio partito. Questa storia, raccontata da Luca Telese in Qualcuno era comunista (Sperling & Kupfer 2009, 22€), si concluse, dopo quindici mesi e due congressi, con la scissione del vecchio PCI in PDS e Rifondazione. Il libro è appassionante nonostante una certa approssimazione; manca pressoché di analisi politica, ma rimane sempre interessante. Celebra, in maniera spesso nostalgica, la scomparsa di quel mondo così ricco; ma sembra, alle volte, che ad estinguersi non sia solo il più grande partito comunista d’occidente, ma la politica stessa. L’impressione è che Telese sia tentato di anticipare la fine della Prima Repubblica da Tangentopoli alla Svolta. La tesi di fondo è che il pasticcio della Svolta spieghi i ripetuti fallimenti della sinistra di questi ultimi vent’anni. E che un processo che doveva salvaguardare, perlomeno elettoralmente, la tradizione del comunismo italiano abbia finito invece per celebrarne – fors’anche troppo in fretta – le esequie.
MAMMA, HO PERSO IL TRENO – Non è possibile dare una valutazione politica della Svolta di Occhetto prescindendo da Tangentopoli, che è del tutto assente dal racconto di Telese. Sacrificare, perlomeno nei simboli, la propria identità comunista doveva servire a raggiungere finalmente il governo del paese, probabilmente attraverso una difficile intesa con i Socialisti. Tangentopoli impedì nei fatti, al di là delle intenzioni, questa evoluzione. Il governo del paese – la via democratica agli ideali egualitari – valeva molte delle rinunce della Svolta, compagni fuoriusciti per dar vita a Rifondazione compresi. Diverso il discorso su quella classe dirigente rimasta, ad oggi, pressoché invariata: qui il libro ci riconsegna i giovani D’Alema, Veltroni, e Fassino all’opera per distruggere il comunismo italiano. Ci riusciranno -
eccome – e ne avranno vantaggi personali. Saranno segretari di partito, D’Alema sarà anche il primo (e, possiamo dirlo con certezza, ultimo) Presidente del Consiglio comunista del paese. Eppure l’impressione è che quei meccanismi strategici di sfiancamento dell’avversario – vedi D’Alema con Occhetto – apparentemente così astuti ed efficaci, abbiano guadagnato a quella classe dirigente solo le briciole di ciò che avrebbe potuto essere. Di lì ad un paio d’anni Tangentopoli avrebbe materializzato i sogni più reconditi di ogni leader comunista, cancellando DC e PSI; eppure quei dirigenti, questi dirigenti, non riuscirono a guadagnarsi il governo del paese neppure in assenza di avversari. Così inetti da permettere a Berlusconi di costruire, dal niente ed in pochi mesi, una sembianza di partito che li supererà agevolmente alle politiche del 1994.
L’ENIGMISTA – Qui vale la pena di fare un ragionamento più dettagliato sulla strategia di D’Alema: il libro di Telese ce lo racconta, nei dettagli forniti soprattutto da Velardi, all’opera neanche troppo velatamente per sfiancare la leadership di Occhetto. D’Alema, per tutto il percorso costituente, è formalmente dalla parte di Occhetto, sostenitore della mozione del SI, pur riuscendo a ritagliarsi uno spazio politico tutto suo, quello della “dura necessità” del cambiamento. Eppure sono proprio gli uomini di D’Alema, in combutta con le altre mozioni, a far mancare la maggioranza per la rielezione di Occhetto segretario, l’ultimo giorno del secondo congresso, a Svolta apparentemente conclusa. A quel punto D’Alema, consapevole di aver “ucciso” politicamente Occhetto (“È morto, è morto!” grida mentre torna dal congresso di Rimini verso Roma), considera nel suo interesse che sia però lo stesso Occhetto a continuare a portare ancora per un po’ il peso di un partito appena nato da un parto così travagliato. Non era quello il momento migliore per diventare segretario, e allora D’Alema aspetta, nonostante l’offerta gli arrivi dai grandi vecchi del partito. Da un certo punto di vista, il ragionamento di D’Alema fila: quello è un momento così difficile per il nuovo PDS da consumare chiunque ne sia alla guida. Che se la riveda Occhetto. Attendere ha due vantaggi: Occhetto si autodistruggerà, ed io arriverò alla segreteria quando il partito sarà più governabile. E che fosse ingovernabile all’inizio del ’91 lo conferma appunto il mancato quorum per l’elezione del segretario.


“Una classe dirigente appena sufficiente avrebbe raccolto quel che il fato, magistralmente, offriva loro, e avrebbe governato il paese per una generazione. Una classe dirigente appena sufficiente: non quella classe dirigente. Non questa classe dirigente.”
…e il bello (il brutto) è che cambiano i nomi, teoricamente anche la natura del partito, ma non cambia questa triste (per me) considerazione..
Un sorriso
C.
come dice lo stesso Telese, in un partito normale si tengono simboli e nomi e cambiano dirigenti. la sinistra italiana cambia, continuamente, simboli e nomi, e i dirigenti rimangono sempre gli stessi.
e da questo punto di vista, l’89 e’ stato importante: ha inaugurato la scorciatoia dei simboli e nomi, che sono piu’ facili da cambiare della politica e delle convinzioni. fin quando non si riuscira’ ad uscire da quella strategia ‘corta’, non si vince
Sinceramente l’idea che la sinistra potesse facilmente vincere le elezioni dopo tamgentopoli mi sembra una baggianata alla base della quale c’è la mitizzazione di Berlusconi, in realtà aveva ragione Gaber quando diceva che non sono gli elettori a cambiare idea ma i partiti a spostarsi, alla fine l’elettorato di sinistra o disposto a farsi governare dalla sinistra è in Italia da sempre minoritario, rappresenta un terzo della popolazione, chiunque si presenti come moderato di centro destra ha la quasi assoluta certezza di vincere le elezioni, se la sinistra è andata al governo l’ha fatto solo quando si è presentata come centro moderato e quando ha cercato di ascoltare le sue frange più di sinistra come negli anni dal 2006 al 2008 ha perso un mare di voti.
Sul fatto di non cambiare classe dirigente, mi sembra che appoggiarsi esclusivamente su un vecchio malandato e inetto come Berlusconi per 20 anni sia altrettanto ridicolo.
Pietro,
l’ovvia differenza e’ che Berlusconi vince, ripetutamente. quindi appoggiarsi esclusivamente su questo vecchio malandato ed inetto paga, evidentemente.
sulla baggianata che la sinistra avrebbe potuto facilmente vincere le elezioni dopo tangentopoli: fai un qualsiasi esperimento mentale con qualsiasi paese in cui al momento ci sono tre grandi partiti politici (il Regno Unito, per esempio). poi sottrai, come per magia (magistra-lmente, appunto), il primo ed il terzo. se i leader del secondo non riescono ad andare al governo, allora sono degli inetti di cui liberarsi al piu’ presto.
sulla sopravvalutazione di berlusconi: quanti altri governi berlusconi sei disposto a sorbirti prima di smettere di sottovalutarlo?
Io ho detto un’altra cosa, che chiunque si presenti alle elezioni con una posizione moderata di centrodestra, data la percentuale di elettori con questo orientamento è destinato a vincere le elezioni, una democrazia cristiana che dopo tangentopoli avesse semplicemente fatto pulizia al proprio interno e si fosse presentata come avversaria alla sinistra avrebbe stravinto.
Quello che trovo ridicola è l’idea che ci siano elettori di destra disposti a votare a sinistra per mancanza di un loro partito.
Berlusconi in realtà è talmente inetto che è riuscito a schifare l’elettorato moderato maggioranza nel paese per ben due volte, nel 2006 e nel 1996 provocando un astensione di massa tra gli elettori moderati e facendo vincere così una minoranza del paese che ha votato Prodi.
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Non ho letto il libro e non mi è chiaro se questa analisi <> sia di Telese,di Nullo o di entrambi.
Mi sento però di condividerla in toto.
Dopo la prematura dipartita di Berlinguer,unico leader autentico della sinistra italiana(sono un inguaribile nostalgico di Enrico), la classe dirigente del PCI era composta da vecchi ruderi post bellici (Natta,Ingrao,Amendola,Jotti ecc.)ideologicamente preparati e da giovani rampanti nati e cresciuti negli uffici (quadri e burocrati) senza quasi alcuna conoscenza reale del mondo operaio e impiegatizio. Quel che è mancato, a mio avviso, è stato un “corpo dirigente” cresciuto nelle sezioni, nelle fabbriche, e in tutti quei posti di lavoro “vero” dove operai ed impiegati lavoravano e producevano la reale ricchezza del Paese:i beni di consumo ed i servizi.
Non ho letto il libro e non mi è chiaro se questa analisi “Una classe dirigente appena sufficiente avrebbe raccolto quel che il fato, magistralmente, offriva loro, e avrebbe governato il paese per una generazione. Una classe dirigente appena sufficiente: non quella classe dirigente. Non questa classe dirigente.” sia di Telese,di Nullo o di entrambi.
Mi sento però di condividerla in toto.
Dopo la prematura dipartita di Berlinguer,unico leader autentico della sinistra italiana(sono un inguaribile nostalgico di Enrico), la classe dirigente del PCI era composta da vecchi ruderi post bellici (Natta,Ingrao,Amendola,Jotti ecc.)ideologicamente preparati e da giovani rampanti nati e cresciuti negli uffici (quadri e burocrati) senza quasi alcuna conoscenza reale del mondo operaio e impiegatizio. Quel che è mancato, a mio avviso, è stato un “corpo dirigente” cresciuto nelle sezioni, nelle fabbriche, e in tutti quei posti di lavoro “vero” dove operai ed impiegati lavoravano e producevano la reale ricchezza del Paese:i beni di consumo ed i servizi.