Lo sport non è uno spettacolo, e per questo non è obbligatorio che continui anche di fronte alla morte. Nella ex Parigi-Dakar, che per la seconda volta si svolge in Sudamerica a causa del rischio terrorismo e si corre da Buenos Aires a Antofagasta in Cile, il pilota tedesco Mirco Schultis, finito fuori strada ieri nel corso della prima tappa e coinvolto in un incidente in cui una spettatrice è morta ed altre cinque persone sono rimaste ferite, ha deciso di ritirarsi dalla gara.
Schultis, uscito illeso dall’incidente, ha spiegato che dopo aver appreso la notizia della morte della ragazza da lui investita non si sente in grado di continuare. Applausi, visto che in altre occasioni e con altri sport questo non succede. O meglio: succede, ma per “motivi di ordine pubblico”, quando la notizia che è morto un bambino si rivela poi un falso, come in occasione di un derby romano di qualche anno fa. E poi magari si gioca l’11 settembre o il giorno in cui un tifoso muore in un autogrill senza motivo.
Certo, la differenza qui è grande: è stato il pilota, che aveva causato la morte della spettatrice, a dire che non se la sente di continuare. Non l’organizzazione, che alla fin fine non sembra si sia mossa. Però forse è questo che salverà lo sport dal diventare uno spettacolo: trovare tante persone come questo pilota della Parigi-Dakar.




Ah, perché correre come pazzi su auto o moto fuoristrada falciando spettatori e distruggendo siti archeologici (come l’anno scorso nella puna cilena) è uno sport?