Con le tartarughe si fanno i pettini – Diciassettesimo capitolo

19/08/2012

Con le tartarughe si fanno i pettini – Diciassettesimo capitolo

La Signora Parkin veniva a trovarmi tutti i giorni a ora di pranzo per aiutarmi a mangiare (mi imboccava, insomma). Dopo pranzo passava ore a raccontarmi del suo paese lontano che non le mancava più di tanto e quando le mancava ci andava un paio di settimane finché non sentiva nostalgia dell’Europa. Mi raccontava dei suoi figli e di Francesco, il mio amico amatissimo, che stava facendo una folgorante carriera in Francia in un’importante casa automobilistica. Francesco viaggiava per il mondo senza fermarsi mai, lavorava quindici ore al giorno eppure ogni sera trovava il tempo per chiamarmi.

“Allora, Teo, dimmi tutto.”

“Cosa vuoi che ti dica uno sfigato in un letto d’ospedale?” Non riuscivo proprio a capire perché uno in gamba come lui perdesse tempo con uno come me. Mi voleva bene, poveretto lui che perdeva il suo tempo con un perdente professionista. E me lo diceva, anche. Quando gli avevo presentato Arianna mi aveva detto che non sapeva se era geloso perché lei mi portava via a lui o se era geloso perché lei era così meravigliosa e lui non poteva rubarmela come avrebbe voluto. Francesco aveva un rapporto con le donne molto semplice: loro impazzivano per lui e lui nel gruppo ogni tanto ne sceglieva qualcuna ma non impazziva mai davvero per nessuna. Non mi avrebbe mai rubato Arianna, perché era un amico a prova di tutto e anche perché lei non era il tipo per lui. Arianna lo aveva trovato stupendo e affascinante. Diceva sempre che si vedeva benissimo quanto per me lui fosse importante e che aveva sempre il dubbio che, di fronte alla scelta se buttare giù dal famoso grattacielo lei e il mio amico, avrei spinto nel vuoto lei.

“Piantala di dire che sei uno sfigato, Teo. Non riesco a venire da te, ma appena guarisci ti aspetto a Parigi.” Francesco abitava da qualche anno sugli Champs Eliseé e io non ero mai andato a trovarlo. Non mi è mai piaciuta Parigi, ma stavolta ci sarei andato.

“Grazie, amico mio. Ci verrò, stavolta.”

Ogni volta che finiva la telefonata mi veniva da piangere per tutta quella devozione, simile a quella di Arianna. Avevo perso Arianna. Non avrei perso anche Francesco. Non riuscivo a scrivere per via del braccio rotto e della testa rotta, però per lo stesso motivo non riuscivo a bere. Sotto questo punto di vista la situazione era ottimale. I sedativi mi toglievano la voglia di bere e, quando non c’erano i calmanti, c’era il dolore a levarmi i cattivi pensieri. Una terapia di disintossicazione violenta, ma per il momento efficace.

Dopo un tempo che non riesco a quantificare – neppure allora ci riuscivo, tanto ero confuso – una mattina la Signora Parkin venne a prendermi. Disse che mi avrebbe ospitato a casa sua finché non mi fossi ripreso. Ma quando mai si riprende uno come me? Pensavo.

Le dissi che non doveva fare questo per me. Detto questo la seguii zoppicando, perché avevo un disperato bisogno di non rimanere solo.

La stanza di Teodoro era sempre uguale e ciò mi confortò moltissimo. Mi sdraiai sul mio vecchio lettino. C’era la coperta che mi piaceva tanto, con sopra una casetta tra montagne innevate. Così avevo sempre desiderato che fosse la mia vita, una confortante baita con un camino acceso, ma la mia vita non è stata concepita in questo modo.

Avevo sempre mal di testa, per via del trauma cranico che mi aveva incrinato le ossa della fronte. Il cervello aveva subito un piccolo danno, per via della gran botta, ma ero convinto che non si sarebbe notato più di tanto, in fin dei conti. Passai settimane a dormire per tutto il giorno. Riuscivo a restare sveglio massimo tre o quattro ore al giorno, una volta mi era caduta la faccia nel piatto mentre mangiavo. Faticavo a concentrarmi e avevo continui dolori per via delle molte fratture. La mano destra mi faceva particolarmente male e non riuscivo a usare la tastiera del computer, cosa che mi sconfortava moltissimo. Quando cercai di togliere i sedativi – non potevo prenderli in eterno e poi dovevo sapere se mi tornava la voglia di bere – cominciai a soffrire di incubi notturni. Mi svegliavo e non capivo dov’ero e nemmeno se ero nella realtà o dove.

 

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