I due Sudan han fatto la pace del petrolio

di - 20/08/2012 - Alla fine il governo del Sud ha riposto le sue pretese. Se il Nord ne ha sofferto, il Sud è rimasto del tutto a secco di entrate, visto che dipendevano tutte dall'export petrolifero

I due Sudan han fatto la pace del petrolio
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Mancando un ritorno dal fare leva sul nazionalismo e i sentimenti anti-nordisti, il governo di Juba è tornato sui suoi passi.

LA DISPUTA - In teoria il governo del Sud aveva interrotto la produzione petrolifera perché riteneva esosa la richiesta di oltre 30 dollari a barile per il transito del suo petrolio attraverso l’oleodotto che attraverso il Nord porta il petrolio al terminale sul Mar Rosso di Port Sudan. In pratica si è trattato di una mossa che si è accompagnata ad un attacco del Sud contro il Nord nella zona di confine tra i due paesi, proprio in una delle zone di produzione petrolifera rimaste al Sud dopo che poco più di un anno fa il Nord aveva ottenuto e ufficializzato la secessione al termine di una ventina d’anni di tregua e di cinque anni di regime transitorio in attesa del referendum con l quale gli abitanti del Sud l’hanno validata.

DOPPIO FALLIMENTO - Il governo di Juba però si è mostrato incapace di gestire il nuovo paese e per di più sono già spariti i fondi incassati negli anni precedenti all’indipendenza senza che i cittadini vedessero una sola opera pubblica realizzata o l’approntamento di qualsiasi servizio pubblico. Giusto l’acquisto di un centinaio di vecchi carri armati russi dall’Ucraina in violazione dell’embargo alla forniture di armi ai due paesi. Se a questo si aggiunge che il Sud Sudan è del tutto privo di strade e infrastrutture, si capisce bene il malcontento di quanti hanno cominciato a contestare la gestione del potere da parte degli ex geurriglieri sudisti, per tacitare i quali il governo non ha trovato di meglio che alzare la tensione con il Nord.

 

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IL BOOMERANG - L’iniziativa si  è però rivelata a doppio taglio, perché se il Nord ne ha sofferto, il Sud è rimasto del tutto a secco di entrate, visto che dipendevano tutte dall’export petrolifero. Americani, cinesi e l’Unione Africana si sono impegnati perché le due parti raggiungessero un accordo. I primi due in particolare hanno interesse diretto nella faccenda, i primi perché anche se la sparizione del prodotto sudanese dai mercati non ha fatto rumore ha indubbiamente contribuito ad alzare i prezzi, ma soprattutto perché il ritorno della produzione sudanese compenserebbe il calo iraniano dovuto all’embago voluto fortemente proprio dagli USA. I secondi perché sono i maggiori acquirenti, oltre ad aver costruito l’oleodotto e tutte le infrastrutture che ne permettono l’export.

L’ACCORDO - Alla fine l’accordo è stato raggiunto per 9.48 dollari a barile, all’inizio il Nord ne chiedeva 36 e la corresponsione di tre miliardi di dollari in compensazioni a Khartum. Una buona notizia, l’unica dai due paesi nelle ultime settimane. A Nord infatti il governo è alle prese con due ribellioni di province meridionali che volevano unirsi al Sud, alle quali si è aggiunto lo scoppio della locale primavera araba. Dopo settimane di proteste ed arresti il regime di al Bashir ha risposto da un lato rilasciando decine di arrestati in occasione dell’inizio del Ramadam, dall’altro aprendo il fuoco su una manifestazione e uccidendo alcuni dimostranti nella capitale amministrava del Darfur, dove i dimostranti a differenza che nella capitale hanno attaccato e dato alle fiamme alcuni edifici pubblici. Sette morti secondo Associated Press, 12 secondo Girifna, collettivo che alimenta la locale primavera contro il regime di al Bashir.

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