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Editorialedi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 31 dicembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Il 19 gennaio 2010, in occasione del decennale della morte di Bettino Craxi, la Fondazione che porta il suo nome, presieduta dalla figlia Stefania, sottosegretario agli esteri del governo Berlusconi, ha promosso un’iniziativa di commemorazione che si terrà nel Senato della Repubblica. Tra gli oratori ufficiali il Presidente del Senato Schifani e diversi ministri. Secondo anticipazioni giornalistiche anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva accettato di partecipare all’iniziativa. In quello stesso giorno a Milano, secondo quanto ha annunciato il Sindaco Letizia Moratti, verrà intitolata al leader socialista una via o un parco cittadino.

Il Quirinale, dopo alcune prese di posizione molto polemiche sull’eventuale presenza del Presidente Napolitano, ha tenuto a precisare di essere in “attesa di informazioni sulla iniziativa che dovrebbe svolgersi presso il Senato della Repubblica”, non confermando la partecipazione ma soltanto di aver accettato la richiesta di incontrare i vertici della Fondazione Craxi nel pomeriggio dello stesso giorno. Occorre puntualizzare un fatto ovvio: per la Repubblica italiana, di cui Napolitano è Presidente, Bettino Craxi è ufficialmente un condannato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti che non è andato in prigione solo perché il 5 maggio 1994 è fuggito ad Hammamet, in Tunisia, dove è poi morto.

Certo, la figura di Craxi è una figura complessa, dove atti di governo e intuizioni politiche il cui giudizio è opinabile si mescolano alle vicende giudiziarie, dove invece sono le sentenze passate i giudicato a parlare. A Craxi è anche dovuto il rispetto in quanto essere umano. Nulla vieta quindi ai suoi amici e parenti, anche chi ha cariche pubbliche o di governo, di riunirsi in un luogo privato per commemorare il loro ex leader. Molto diverso però se la sua figura viene celebrata intitolandogli una via o un luogo pubblico in una città, o commemorata in una sede istituzionale, alla presenza della seconda carica dello Stato e con la benevola, e un po’ipocrita, accondiscendenza del Presidente della Repubblica, che – forse è il caso ricordarselo, mentre si danno gli ultimi ritocchi al discorso di fine anno – è anche Presidente del Consiglio Superiore della magistratura.

Cosa accadrebbe se in quella sala risuonassero parole forti, in palese contrasto con sentenze passate in giudicato della magistratura, rovesciando il tavolo e buttandola in politica, come in Italia accade spesso? Come si comporterebbe il Presidente in questo caso? Farebbe finta di non sentire? Andrebbe a celebrare il grande statista, magari spruzzando un cauto ed ambiguo rimprovero per certi usi “disinvolti” del finanziamento ai partiti, che comunque facevano tutti e quindi pazienza? A Giorgio Napolitano non si chiede di non avere idee sue sull’argomento, né di non avere “pietas umana”. Si chiede solo di avere rispetto per gli italiani che si ostinano a credere che la legge è uguale per tutti, che le istituzioni hanno una credibilità, che esiste la separazione dei poteri sancita dalla nostra Costituzione.

Su Craxi, come si dice, un giudizio sereno sul politico lo daranno i posteri, tra qualche decennio. Ma sulle sue vicende giudiziarie non possono esserci ambiguità: se Craxi è un innocente perseguitato senza prove e senza riscontri da giudici politicizzati, lo si riabiliti ufficialmente con tante scuse, come dice il ministro Frattini. Se è colpevole, non vanno confusi rispetto umano, giudizio storico-politico, comunque controverso, con la cancellazione di tutti i suoi peccati cum magna laude. Per quello, per chi ci crede, c’è il padreterno. Non il Presidente della Repubblica. E meno che mai il Sindaco di Milano.

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