Previti, la pena è finita. Ma la politica e l’avvocatura non lo vogliono più

E pensare che soltanto qualche anno fa era uno dei più importanti avvocati romani. Oggi che ufficialmente ha finito di...

E pensare che soltanto qualche anno fa era uno dei più importanti avvocati romani. Oggi che ufficialmente ha finito di pagare il suo conto con la giustizia, Cesare Previti è un pensionato di lusso, per modo di dire. Come scrive Emilio Randacio su Repubblica, Cesarone ha finito di scontare le sue pene: “Quattro giorni in una cella di Rebibbia nel maggio del 2006. Tre anni e sette mesi in affidamento ai servizi sociali in una comunità di Roma, quella di don Picchi. Dal 24 dicembre scorso, la procura generale di Milano ha ufficializzato il suo “fine pena”. L’ex ministro della Difesa del primo governo Berlusconi, il legale storico del gruppo Fininvest, dalla vigilia di Natale è così un uomo libero. Salata la pena definitiva che la Cassazione gli ha comminato. Sei anni e mezzo di carcere per la corruzione nella vicenda Imi-Sir, un altro anno e mezzo in continuazione per la questione Mondadori. È stato lui, hanno stabilito le sentenze, il regista della corruzione di almeno due grossi affaire giudiziari. Quello che ha condannato l’Imi a risarcire la Sir dello scomparso Nino Rovelli per quasi mille miliardi di vecchie lire, e la scalata Mondadori, affidata al gruppo Fininvest proprio grazie alle mazzette che Previti ha allungato al giudice civile di Roma, Vittorio Metta, che aveva motivato la sentenza civile a favore della società di Silvio Berlusconi“.

Da una settimana, ormai, Previti è quindi un uomo libero. Ma i giorni della copertine dei giornali (famoso il suo “Stavolta non faremo prigionieri” alla vigilia delle elezioni del 1996) sono ormai passati per sempre. Oggi Cesarone si rivede qualche volta allo stadio Olimpico, vicino al presidente della Lazio Claudio Lotito, e continua a frequentare il Circolo canottieri Lazio. Ma per il resto, c’è ben poco da fare: tra le pene accessorie che gli hanno comminato i giudici c’è anche l’interdizione dai pubblici uffici, che lo rende di fatto ineleggibile per qualsiasi carica pubblica. Ha dovuto sanare con ben 17 milioni di euro il suo debito con Intesa SanPaolo, erede finanziario del gruppo Imi, che aveva contribuito a far perdere ingiustamente in aula. Una cifra enorme ma sicuramente irrisoria in confronto al rimborso record che era riuscito a scucire. Una punizione esemplare pari al pagamento di 34 miliardi di lire che all’epoca ricevette da Rovelli per il buon lavoro svolto. L’ex ministro della Difesa (che sfiorò addirittura il dicastero della Giustizia, il posto dove lo voleva Silvio Berlusconi nel ‘94) ha dovuto scucire la somma per evitare l’accusa di riciclaggio e chiudere la disputa processuale. Secondo l’accordo tra Previti e Intesa SanPaolo, infatti, l’istituto bancario, ricevuta la cifra, non potrà più rivolgersi al tribunale.

E nel frattempo è arrivata anche la radiazione dall’Ordine degli avvocati. La scelta nei confronti dell’ex legale di Silvio Berlusconi è arrivata dopo il passaggio in giudicato della sentenza della Cassazione che ha sancito la condanna definitiva di Previti a 6 anni di carcere per la corruzione del giudice Vittorio Metta nel processo Imi-Sir.  La radiazione non è ancora esecutiva perché la difesa di Previti nel procedimento disciplinare ha presentato ricorso e a breve dovrà arrivare l’intervento del Consiglio nazionale forense. La sentenza del Cnf, questa sì, sarà esecutiva, ma ancora soggetta a un possibile grado di giudizio davanti a un giudice togato, le Sezioni unite della Cassazione. E c’è da scommetterci che Cesarone vi adirà, ma con scarse probabilità di successo visto quanto accaduto. Insomma, il declino di Previti è ormai un fatto incontrovertibile: da protagonista assoluto delle cronache giudiziarie a silente e non più partecipe attore non protagonista, proprio quando il Popolo delle Libertà e il suo ex cliente Berlusconi sono all’apice della forza. Soprattutto: la famosa “profezia” fatta mentre i suoi processi entravano nel vivo, ovvero che lui e Silvio erano accomunati da un destino comune – “simul stabunt, simul cadent” – si è rivelata clamorosamente fallace. Alla fine Berlusconi ha vinto e lui ha perso: questa, forse, è la cosa che gli brucia di più.

(Vignetta di Mauro Biani)