Quando l’arte sfida il regime
di Redazione - Da Yerofeyev alle Pussy Riot, In Russia l'opposizione passa attraverso musica, spettacolo e rappresentazioni
L’alleanza tra il patriarcato e il regime di Putin è ferrea e vantaggiosa per entrambi.
FREE PUSSY RIOT - Il caso Pussy Riot, la band punk esibitasi contro Putin nella cattedrale di Mosca, non è il primo a vedere contrapposte arte e religione in Russia negli ultimi dieci anni. Quando domani il tribunale distrettuale Khamovnichesky nella capitale annuncerà la sentenza del processo che ha spaccato l’opinione pubblica nazionale, molti esperti ritengono che il giudice Marina Syrova si pronuncerà seguendo le pressioni esercitate dal Patriarcato russo-ortodosso sul Cremlino, piuttosto che la legge. Da tempo la Chiesa e’ schierata contro un certo tipo di arte ritenuta “blasfema”.
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LE ORIGINI - Il dibattito inizia nel 2004, con la mostra intitolata “Attenzione, religione” al museo Sakharov di Mosca. L’esibizione durò appena 96 ore, il tempo impiegato da alcuni fanatici nazionalisti per sfregiare molte delle 42 opere esposte, tra cui un volto di Cristo posto su un logo della Coca Cola con accanto la citazione evangelica “questo è il mio sangue”. All’epoca i vandali furono accusati di teppismo, ma poi rilasciati su intervento del Patriarcato russo-ortodosso e di alcuni deputati della Duma. Al contrario, l’allora direttore del museo Yuri Samodurov, il suo vice Lyudmila Vasilovskaya e l’artista Anna Mikhalchuk subirono un processo per incitamento all’odio religioso ed etnico, secondo l’articolo 282 del Codice penale russo, lo stesso usato contro le Pussy Riot. Mikhalchuk fu scagionata, ma gli altri due furono condannati a una multa di 100.000 rubli ciascuno. Il Patriarcato di Mosca accolse il verdetto con favore, auspicando potesse servire a evitare eventi simili in futuro. Per i difensori dei diritti umani fu la prova della “mancanza di libertà di coscienza in Russia”.
UNA STORIA INFINITA - Nel 2007, ci fu un bis con protagonista sempre Samodurov. La mostra “Banned Religion – 2006″, sempre al Sakharov, riuniva tutte le opere rifiutate appunto nel 2006 dai circuiti ufficiali per il loro contenuto legato alla fede. Alla vista di un Gesù con la faccia di Mickey Mouse o Lenin, le organizzazioni nazionaliste avevano gridato allo scandalo. Il tribunale distrettuale di Tagansky a Mosca aprì un processo contro il direttore del museo e il curatore Andrei Yerofeyev. Il caso si chiuse nel 2010 con la condanna dei due imputati al pagamento di una sanzione pecuniaria di circa 200.000 rubli. Una pena ammorbidita rispetto alla richiesta dell’accusa che voleva tre anni di carcere. Anche allora, come con le Pussy Riot, si tentò di spiegare che l’obiettivo dell’evento non era offendere la Chiesa ma fare denuncia sociale e politica. Come nel caso della Madonna fatta di caviale con cui si voleva stigmatizzare il materialismo post-sovietico.
REAZIONARI E BIGOTTI - Allora come oggi, il caso infuocò l’opinione pubblica in Russia e all’estero, con Amnesty International schieratasi a favore della liberta’ d’espressione nel Paese. Il Patriarcato di Mosca, dopo il verdetto, espresse disappunto per una “sentenza troppo morbida”, mentre in molti puntarono il dito contro il tentativo della Chiesa di porsi come “guida ideologica e politica nel Paese”, influenzando anche la giustizia civile. Curiosità: nell’aula del processo a Samodurov ed Erofeev un artista liberò un centinaio di scarafaggi in segno di protesta. Era Piotr Verzilov, marito di una delle tre Pussy in carcere, Nadezhda Tolokonnikova. (AGI)
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l’arte non e’ volgarita’ al contrario e’ cultura .