Sibilla
03/01/2010 - Alamaro si lavò, si vestì in modo adatto a signora che fa costume per cinema e scese al bar dell’albergo. La signora lo aveva salutato, poi si era scusata e si era ritirata per la notte. Chiacchierarono come due amici,
Alamaro si lavò, si vestì in modo adatto a signora che fa costume per cinema e scese al bar dell’albergo. La signora lo aveva salutato, poi si era scusata e si era ritirata per la notte. Chiacchierarono come due amici, cosa che non avevano mai fatto. Glielo confessò Sven dopo quasi due ore, sempre per via del candore nordico.
“Tu sei diverso, Alessio, sa? Tu era molto pieno di durezza, prima. Ora sembri un’altra persona.”L’ultima frase Sven la pronunciò in modo perfetto, come a voler sottolineare il concetto.
“Io non mi chiamo Alessio. Il mio vero nome è Alamaro.”
Sven lo guardò come se non avesse sentito. “Come dice?”
“Alamaro Maria Martini Bianco. È il mio vero nome. Non sono Alessio Accardi. O meglio non lo sono più.”
L’altro osservò qualche minuto di silenzio. “Questo non stupisce me di molto.”
Invece Alamaro si stupiva della confidenza che concedeva a un tizio che aveva sempre ritenuto un eccellente professionista ma niente più. Aveva sempre pensato la stessa cosa anche di Arnaldo. Lo aveva pensato anche di Costanza. Nell’ansia di rimuovere il male, Alessio aveva rimosso le brave persone. Ma lui era Alamaro, accidenti.
Andò nella sua suite e non fu capace di addormentarsi nemmeno lì. Pensava a Sibilla, a Sven e a Costanza. Soprattutto a Costanza. Gli venne in mente di chiamarla, ma erano le tre di notte e il buio accentua i melodrammi. Niente
melodrammi. Rimase fino a tardi a farsi quattro risate con Sven.
Prima di partire, la mattina dopo, lo cercò per salutarlo.
“Tu parte, vero? Grazia per billa serata.”
“No, sono io che ringrazio te. Sì, qui non ho più niente da fare.”
“A presto, Alessio.” Sven non fece domande sulla destinazione, perché la sera prima aveva capito molto di Alessio. “Scusa, voleva dire Alamaro.”Alamaro tornò da Sibilla. C’erano anche Didier e Zip, che gli sorrisero ma rimasero muti.
“Ti aspettavo.” Disse Sibilla.
Si mangiarono un paio di hot dog mezzi bruciacchiati cucinati sul fornellino di Sibilla e parlarono ancora una volta tutta la notte. Ma Alamaro sapeva che quella non era casa sua.
“Tu non puoi pretendere che tutti capiscano quello che capisci tu. E tu, per diritto di nascita, sei chiamato, anzi costretto, a capire di più. Perché hai avuto dalla vita un dono impareggiabile.”
“Quale dono, Sibilla?”“La fede.”
“Ma va là.” Sorrise Alamaro. “Sono ateo come non mai. Ateo con gli dei, con gli uomini e con la vita. No, la fede non è un regalo che mi compete.”
“Ti ho già detto che sono solo una povera clochard. Ma tu no.”
Non era un’indovina, ma solo una disgraziata che beveva davvero troppo. Come Didier e Zip e tutti e tre insieme gli facevano una tenerezza infinita.
“Ci sono casi in cui il futuro precede l’individuo, e lo condanna. Noi siamo così, fottuti. Essere barbone non è una scelta. Scontiamo la condanna e non ci opponiamo a essa. Ci beviamo sopra. Tu che hai una scelta, cosa vuoi fare?”
“Ho davvero una scelta?” chiese Alamaro.
Sibilla gli sorrise. “Ora che hai trovato il tuo nome, cerca la tua casa.”
“Tu bevi vino di cattiva qualità, Sibilla. Lo sai che fa venire le allucinazioni?” Disse Zip. “Vuoi che uno come lui non abbia una casa?”
No, non aveva una casa. Sibilla aveva capito tutto.
Alamaro rimase con i tre finché si addormentarono ubriachi. Era notte fonda. Poi si alzò, diede un’ultima carezza a quelle teste sporche e spelacchiate e ne andò. Sibilla aprì un occhio e gli fece un sorriso. Già sapeva che lo avrebbe rivisto, ma non subito. Lui prese la mano rugosa della donna, la baciò e le lasciò una busta con un po’ di soldi e un assegno.
D’accordo con Didier e Zip, Sibilla bevve i contanti e donò ai poveri della chiesa di San Michele la somma esagerata che era stata inutilmente lasciata a dei relitti come loro. Tutti ripresero la solita vita. Anche negli ineluttabili destini è data a volte la scelta, e il bene è solo un punto di vista.
Alle tre di quello stesso pomeriggio Alamaro, elegante, sbarbato e abbronzato, arrivava a Milano.












