Marta Dassù

16/08/2012

Marta Dassù

Lo dico da un anno: con la risoluzione sulla no-fly zone in Libia, ossia col semaforo verde dato alla caccia grossa a Gheddafi, l’Occidente si è giocata una volta per sempre, in un’impresa piuttosto vergognosa e per un risultato miserrimo, la carta della forzatura e della presa in giro nei confronti degli emergenti colossi del globo. Vedo che adesso ci sta arrivando anche il nostro sottosegretario agli esteri. Ci è voluto, però, un incontro ad alto livello ad Aspen sulla crisi siriana tra americani, europei e cinesi, sennò col piffero che la signora si arrischiava a scriverlo al direttore de La Stampa. La nota ha il sapore di una preziosa rivelazione, riservata a chi ha grandi entrature nel mondo della diplomazia mondiale, che faremmo bene ad apprezzare quel tanto sufficiente, diciamo, a dimenticare le topiche del recente passato. Scrive il sottosegretario: «Il problema, hanno ricordato ad Aspen gli interlocutori cinesi, è che questo tipo di attivismo può finire per scivolare verso una sequenza “libica”: da un intervento iniziale limitato – e che Pechino non aveva ostacolato a New York – a una vera e propria guerra. Per la Cina, il precedente negativo è la Libia. Se oggi Pechino è iperprudente sul caso siriano, lo è per ragioni diverse da Mosca: non per esercitare una sua ultima chance di influenza in Medio Oriente, ma perché si è sentita in qualche modo “beffata”, sul caso libico, in Consiglio di sicurezza.» E sbaglia di nuovo il sottosegretario, perché per la Russia, e per Putin in particolare, vale lo stesso discorso dei cinesi. Russia e Cina la portata del precedente libico l’hanno sentita tutta ancor prima con l’istinto che con la ragione. Leggere la politica estera con la sola logica degli interessi è un esercizio ottuso. E se proprio lo si vuol fare, lo si faccia almeno guardando al di là delle sfere d’influenza regionali, visto che di colossi parliamo.

 

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