Un Natale davvero perfetto
27/12/2009
In uno dei primi cinepanettoni, Vacanze di Natale, quello del 1983, firmato dai fratelli Vanzina l’avvocato Covelli (interpretato da Riccardo Garrone), davanti all’albero di Natale gonfio di pacchi luccicanti, prima dell’assalto dei regali, viene invitato a fare un discorso davanti alla famiglia riunita ed esclama soltanto: “Beh… e anche questo Natale se lo semo levato dalle palle”.
Una battuta un po’ grossolana, ma che sgombra il campo dalla retorica di questi giorni, di cui – come accade per tortellini, lasagne, arrosto, capitone, pandoro e panettone – abbiamo fatto indigestione. La retorica del “mulino bianco”, dell’armonia, della famiglia felice: la tavola imbandita, il nonno che racconta la fiaba, il papà che si traveste da Babbo Natale, la mamma che sorride dolcemente e i bambini che sono tutti belli, buoni e felici che cantano in coro. Un mondo perfetto.
Ma sgombra il campo anche dall’antiretorica, anch’essa fastidiosa, di chi – magari mentre s’abboffa di lasagne e panettone – ci ricorda che proprio mentre ci strafoghiamo nel mondo c’è tanta gente che muore di fame, che soffre in una bolgia d’ospedale o che si trova nel bel mezzo di una guerra. Cose che sappiamo, che succedono, ma che ci lasciano sostanzialmente indifferenti tutti i giorni dell’anno. Perché dovrebbero impressionarci di più nel giorno di festa? Perché nel mondo perfetto diventiamo improvvisamente tutti più buoni?
Anche questi articoli rischiano di essere retorici. Perché Natale è un rito che il logorio della vita moderna ha trasformato in un rituale. Un inno al consumo, con lo stanco ciondolare di maree di gente alla ricerca dell’ultimo regalo strabiliante e perfetto, i 3,2 miliardi di euro spesi dagli italiani anche quest’anno solo per imbandire la tavola di Natale, dei quali circa un terzo finirà direttamente nel bidone della spazzatura. Rituale rischia di essere anche il richiamo a pensare di più ai poveri, ai deboli, a quelli più sfortunati. Magari con un piccolo gesto, che spesso finisce per odorare anch’esso di ipocrisia. Un modo perfetto per sentirsi davvero più buoni. In fondo è Natale, no?
Per uscire da questa trappola della ritualità, forse si dovrebbe uscire dalla sindrome del “Sabato del Villaggio”: quella delusione per il mondo non perfetto in cui viviamo, quella grande voglia di cambiare le cose che trasforma ogni vigilia nel “più gradito giorno, pien di speme e di gioia”, e che fa diventare poi Natale e ogni festa nell’imperfetto domani in cui “tristezza e noia recheran l’ore, ed al travaglio usato ciascuno in suo pensier farà ritorno” .
Forse è la voglia di perfetto, di assoluto, il problema. Perché in questo mondo tutto è relativo: basterebbe “chiedere alle oche e ai tacchini la loro opinione sul Natale”. Un mondo dove “inseguendo l’ombra, il tempo invecchia in fretta”, pieno di problemi grandi (la guerra in Afghanistan , l’exit strategy dalla crisi economica mondiale, la fame nel mondo che uccide anche a Natale) che s’accompagnano a quelli piccoli (bollette della luce, figli che crescono, colleghi che vogliono fregarci la promozione, lavoro precario). Ecco, bisognerebbe smettere di pensare al Natale come una parentesi “perfetta” di armonia del nostro quotidiano, ma come un giorno tra i giorni in cui combattere nelle cose che crediamo e nel costruire la vita che vogliamo. Nelle piccole e nelle grandi cose.
La nostra personale fatica quotidiana dell’esistenza accanto ai nostri simili: alcuni simpatici, alcuni noiosi, altri detestabili, nessuno perfetto. Anzi, tutti straordinariamente imperfetti, berlusconiani e antiberlusconiani, laici e cattolici, bianchi e neri, consertvatori e progressisti. Ciascuno con le sue idee ed aspirazioni, le sue contraddizioni, il suo bene e il suo male. Un mondo in cui la perfezione e l’armonia non è nelle case patinate delle pubblicità, ma nelle piazze che vibrano di passione. Di accordi e anche di dissonanze, dove occorre faticare per cambiare la vita, ma sempre ricordandosi che non devi “preoccuparti della dimensione del tuo albero di Natale, perché agli occhi di un bambino sono tutti alti 10 metri.”
Già, il rito del Natale. Per chi non se lo ricordasse, in questo giorno si festeggia la nascita di un bambino. Un bambino che per alcuni era il figlio di dio, mentre per molti altri un pescatore che predicò molto tempo fa in Palestina. Ecco, per provare a rendere il mondo un posto un po’ meno peggio di questo, pensiamo al sorriso di quel bambino, in quella notte lontana di migliaia di anni fa. A lui, al suo sorriso, in questo mondo imperfetto in cui ci piace vivere nonostante tutto, dovremmo rivolgere un pensiero. Non solo il 25 dicembre.













Anche io, ieri sera ho sentito qualcuno che al telefono diceva: “Sì, ma che palle questo Natale!”, e forse, ma dico solo forse sarà successa la stessa cosa anche a te. Ebbene, Natale è proprio questo; rimanere delle scorbutiche, scontrose, spigolose persone che tutti i giorni scelgono di fare quello che la linea ideale che hanno scelto per se stessi detta loro, il che non le fa divenire meno rompic…anzi! Però ogni piccolo atto compiuto in questa maniera è un mattoncino che costruisce e non distrugge. E non solo il 25.
Ciao
MT
Ehi, sì anche a me è successo, più o meno attorno alle 21.30…lo stesso a te?
Per il resto, è esattamente quello a cui pensavo (e penso): Costruire la nostra vita non aspettando le parentesi di un’improbabile “perfezione” (che poi è tutt’altro che perfetta, pensa al Natale in casa Cupiello) ma giorno per giorno, con le nostre spigolosità, i nostri contrasti (o , come preferisco dire io, i nostri diversi punti di vista).
E con un occhio sempre rivolto al futuro: un futuro da far diventare per quanto possibile un po’ meno peggio del presente, simboleggiato dal sorriso di quel bambino di più o meno 2000 e passa anni fa.
Un sorriso come preferisci
C.