Il sangue dei vinti

26/12/2009 - In questo finire d’anno faccio un salto indietro e recupero una visione del 2009 di qualche mese fa. Il motivo? Tanta, tantissima controversia e sanguigno interesse in un tema che, a quanto pare, divide ancora oggi l’Italia. Lo si vede

     
 

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In questo finire d’anno faccio un salto indietro e recupero una visione del 2009 di qualche mese fa. Il motivo? Tanta, tantissima controversia e sanguigno interesse in un tema che, a quanto pare, divide ancora oggi l’Italia.

Lo si vede costantemente ogni giorno in un muro contro muro piuttosto infantile che ci propinano politici e mass media. E che la gente ancora non è capace di superare, non è capace di riconoscere quanto il gioco di “fascisti e comunisti” sia solo una banalizzazione dello scontro politico. E’ una tecnica, detta della narrazione emotiva, che con simboli fascili e stilizzati cerca di coinvolgere emotivamente l’elettore, in quanto viene giudicata inefficiente (se non dannosa) la sua capacità di valutare un programma politico (cfr “La guerra civile fredda” di Luttazzi). Michele Soavi, da regista, cerca di dire la sua sulla facenda, correndo coraggiosamente il rischio di cascare con entrambi i piedi nella trappola tesa. Gli si può dare fiducia, dato che è un solido regista di genere, uno che il mestiere lo conosce benissimo (vedasi i suoi “Deliria” e “Arrivederci amore, ciao”). Eppure, come vedremo, anche il povero Soavi cade di fronte a errori banali e incredibili, per un regista esperto come lui.

FASCISTI E COMUNISTI – Il film viene narrato dagli occhi di un commissario di polizia, Francesco Dogliani, in pensione. Questo commissario, interpretato da Michele Placido (e già qua, primo sic), durante la seconda guerra mondiale si era dedicato a un caso di omicidio. Una prostituta trovata morta il giorno del bombardamento di Roma da parte degli alleati e la sua bambina diventarono una sorta di ossessione. Costretto però a lasciare la capitale, si rifugia nella sua terra d’origine dove è nuovamente costretto ad assistere a un altro spettacolo che lo rende impotente: un dissidio famigliare che si staglia davanti ai suoi occhi. La sorella che ha perso il marito proprio in quel bombardamento, si è arruolata come volontaria nella repubblica di Salò, mentre il fratello è partigiano (secondo sic). Il commissario Dogliani però continua ad indagare su quell’omicidio, anteponendo il suo dovere di poliziotto al suo schierarsi da una o dall’altra parte, che non avviene mai nel film (terzo sic).

LA GUERRA CIVILE – Punto focale della vicenda è quindi la famigerata controversia della guerra civile. Parola che sembra tabù da una parte e slogan dall’altra. Come se una semplice etichetta cambiasse le cose. Personalmente il film scade in un becero qualunquismo nel trattare la vicenda. Il fatto che il personaggio di Dogliani non si schieri ne è esempio lampante. Il sangue dei vinti vorrebbe essere equilibrato nell’esporre fatti, e invece rappresenta un Ponzio Pilato cinematografico, incapace di lasciare dentro lo spettatore un messaggio convincente. Sarebbe bastato, ad esempio, ammettere che quella era sì una guerra civile. E’ lampante quando italiani sparano ad altri italiani, a prescindere da chi supportava entrambe le parti, tedeschi o americani che fossero. Ammettere una cosa del genere cambia qualcosa rispetto alla guerra di liberazione? Sì, cambia tutto. E in meglio. Perchè è palese che la guerra, qualsiasi guerra, è una vergogna istituzionalizzata dal potere. Anche le guerre di liberazione (anche se non ne ho ancora vista una: esito della guerra è semplicemente passare da un padrone all’altro). L’unica guerra che possa in qualche modo essere giustificata è proprio una guerra civile, in cui il popolo che si vuole liberare rovescia il trono di prepotenza, ingiustizia e lavaggio del cervello a buona parte della popolazione da parte di una casta dirigente oppressiva.

RIGORE STILISTICO – E fino a che i difetti sono a livello di interpretazione, Soavi potrebbe anche essere assolto (anche se non dovrebbe). Il problema che condanna definitivamente il film è anche, e soprattutto, tecnico-stilistico. In particolare la rigidità che pervade ogni aspetto del film. Sintomatica è la presentazione del personaggio della sorella del commissario. Tutto in quella scena trasuda finzione e rigidità, sia nella scrittura che nelle inquadrature. Il grido “Roma arriviamo” è qualcosa di grottesco e sintomatico di un personaggio la cui caratterizzazione è, né più né meno, tagliata con l’accetta. E questo discorso può essere applicato praticamente a qualsiasi figura che Soavi pone sullo schermo. Come si può riuscire a fare un discorso concreto e che parli alle coscienze se poi in scena vediamo solo maschere bidimensionali lontane dalla realtà? Anche il livello registico di espressione visuale è tristemente scarno. Si parte da una mera scopiazzatura del ben più intrigante stile visuale di “Arrivederci amore, ciao”, per non muoversi nemmeno di un passo e, anzi, regredire. Sono difetti pesanti, che affossano il film praticamente in ogni sua parte. E che si fanno sentire ancora più pesanti se si pensa a quanto sia importante la figura di Soavi nel panorama cinematografico italiano. Una voce che è sempre riuscita ad essere fuori dal coro, a portare avanti in maniera testarda un cinema di genere anche quando l’età dell’oro del genere in Italia è morta e sepolta (e, soprattutto, a farlo fino ad adesso molto bene).

CAVALLERIA – Invece di far resuscitare la sua bandiera di cinema di genere, Soavi preferisce far resuscitare queste antiche ferite e divisioni in maniera sterile e poco propositiva. Ben più efficace sarebbe rappresentare quell’esempio di cavalleria spirituale descritto da Eco ne Il pendolo di Foucault. Tale cavalleria consisteva, secondo Eco, nel far tacere, a conflitto finito, la sete di vendetta e di sangue che c’è contro il vecchio burocrate fascista delle poste o del partigiano brigante (non ricordo se si chiamasse esattamente “cavalleria spirituale”, ma d’altronde se non fossi così cialtrone non sarei un dottorando). Perchè il popolo, quando c’è un sincero coinvolgimento nelle dinamiche di sopravvivenza sociale, si comporta così. Si lascino divergenze ideologiche e filosofiche a chi ha del tempo da perdere: ciò che conta è collaborare per il bene e la sopravvivenza comune, a prescindere dalle colpe di chicchesia. Una lezione di fratellanza popolare che sembra sempre più difficile da mandare giù.

     
 

3 Commenti

  1. Comicomix scrive:

    “Il fatto che il personaggio di Dogliani non si schieri ne è esempio lampante”

    Sono d’accordo con te.
    Ho visto il film, e non mi ha entusiasmato.

    Ho notato alcune scelte narrative curiose:
    1. vediamo i (cattivissimi) Americani che bombardano Roma e scatenano l’odio nel personaggio della sorella di Fogliani, i (cattivissimi) partigiani che trucidano i genitori del commissario.
    2. non vediamo quasi invece la presenza dei tedeschi nazisti, le stragi di innocenti perpretate fiano a fianco con i repubblichini, tranne un fugacissimo accenno di pochissime inquadrature.
    3. La decima mas viene descritta SOLO come un gruppo di giovani valorosi che credevano in un’ideale (magari sbagliato, per carità..), ma non la vediamo “all’opera” sul territorio…invece dei “partigiani” si fanno vedere anche le (inutili e condannabili, se prese fuori contesto) esecuzioni a guerra vinta.

    Insomma, questa è una finta neutralità. Non stupisce che il film abbia fatto commuovere Maurizio Gasparri.

    La verità è che le guerre fanno tutte schifo, e ne viene fuori spesso il peggio delle persone e che le efferatezze le fanno tutti, purtroppo
    Ma al netto di tutte le valutazioni sui singoli episodi, quello che spaventa è il tentativo di questo film, del libro e di un certo “culturame di moda” di “pacificare” non dicendo tutta la varità, ma rimuovendo i torti e le ragioni storiche di fondo.

    Vale la pena ricordare che sulle vicende della seconda guerra mondiale e di quanto accadde in quegli anni in Italia essere “neutrali” significa non scegliere tra nazismo e non nazismo. In pratica, come non scegliere tra Hitler e gli anglo-americani.

    Un sorriso C.

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