In questo finire d’anno faccio un salto indietro e recupero una visione del 2009 di qualche mese fa. Il motivo? Tanta, tantissima controversia e sanguigno interesse in un tema che, a quanto pare, divide ancora oggi l’Italia.
Lo si vede costantemente ogni giorno in un muro contro muro piuttosto infantile che ci propinano politici e mass media. E che la gente ancora non è capace di superare, non è capace di riconoscere quanto il gioco di “fascisti e comunisti” sia solo una banalizzazione dello scontro politico. E’ una tecnica, detta della narrazione emotiva, che con simboli fascili e stilizzati cerca di coinvolgere emotivamente l’elettore, in quanto viene giudicata inefficiente (se non dannosa) la sua capacità di valutare un programma politico (cfr “La guerra civile fredda” di Luttazzi). Michele Soavi, da regista, cerca di dire la sua sulla facenda, correndo coraggiosamente il rischio di cascare con entrambi i piedi nella trappola tesa. Gli si può dare fiducia, dato che è un solido regista di genere, uno che il mestiere lo conosce benissimo (vedasi i suoi “Deliria” e “Arrivederci amore, ciao”). Eppure, come vedremo, anche il povero Soavi cade di
fronte a errori banali e incredibili, per un regista esperto come lui.
FASCISTI E COMUNISTI – Il film viene narrato dagli occhi di un commissario di polizia, Francesco Dogliani, in pensione. Questo commissario, interpretato da Michele Placido (e già qua, primo sic), durante la seconda guerra mondiale si era dedicato a un caso di omicidio. Una prostituta trovata morta il giorno del bombardamento di Roma da parte degli alleati e la sua bambina diventarono una sorta di ossessione. Costretto però a lasciare la capitale, si rifugia nella sua terra d’origine dove è nuovamente costretto ad assistere a un altro spettacolo che lo rende impotente: un dissidio famigliare che si staglia davanti ai suoi occhi. La sorella che ha perso il marito proprio in quel bombardamento, si è arruolata come volontaria nella repubblica di Salò, mentre il fratello è partigiano (secondo sic). Il commissario Dogliani però continua ad indagare su quell’omicidio, anteponendo il suo dovere di poliziotto al suo schierarsi da una o dall’altra parte, che non avviene mai nel film (terzo sic).
LA GUERRA CIVILE – Punto focale della vicenda è quindi la famigerata controversia della guerra civile. Parola che sembra tabù da una parte e slogan dall’altra. Come se una semplice etichetta cambiasse le cose. Personalmente il film scade in un becero qualunquismo nel trattare la vicenda. Il fatto che il personaggio di Dogliani non si schieri ne è esempio lampante. Il sangue dei vinti vorrebbe essere equilibrato nell’esporre fatti, e invece rappresenta un Ponzio Pilato cinematografico, incapace di lasciare dentro lo spettatore un messaggio convincente. Sarebbe bastato, ad esempio, ammettere che quella era sì una guerra civile. E’ lampante quando italiani sparano ad altri italiani, a prescindere da chi supportava entrambe le parti, tedeschi o americani che fossero. Ammettere una cosa del genere cambia qualcosa rispetto alla guerra di liberazione? Sì, cambia tutto. E in meglio. Perchè è palese che la guerra, qualsiasi guerra, è una vergogna istituzionalizzata dal potere. Anche le guerre di liberazione (anche se non ne ho ancora vista una: esito della guerra è semplicemente passare da un padrone all’altro). L’unica guerra che possa in qualche modo essere giustificata è proprio una guerra civile, in cui il popolo che si vuole liberare rovescia il trono di prepotenza, ingiustizia e lavaggio del cervello a buona parte della popolazione da parte di una casta dirigente oppressiva.




“Il fatto che il personaggio di Dogliani non si schieri ne è esempio lampante”
Sono d’accordo con te.
Ho visto il film, e non mi ha entusiasmato.
Ho notato alcune scelte narrative curiose:
1. vediamo i (cattivissimi) Americani che bombardano Roma e scatenano l’odio nel personaggio della sorella di Fogliani, i (cattivissimi) partigiani che trucidano i genitori del commissario.
2. non vediamo quasi invece la presenza dei tedeschi nazisti, le stragi di innocenti perpretate fiano a fianco con i repubblichini, tranne un fugacissimo accenno di pochissime inquadrature.
3. La decima mas viene descritta SOLO come un gruppo di giovani valorosi che credevano in un’ideale (magari sbagliato, per carità..), ma non la vediamo “all’opera” sul territorio…invece dei “partigiani” si fanno vedere anche le (inutili e condannabili, se prese fuori contesto) esecuzioni a guerra vinta.
Insomma, questa è una finta neutralità. Non stupisce che il film abbia fatto commuovere Maurizio Gasparri.
La verità è che le guerre fanno tutte schifo, e ne viene fuori spesso il peggio delle persone e che le efferatezze le fanno tutti, purtroppo
Ma al netto di tutte le valutazioni sui singoli episodi, quello che spaventa è il tentativo di questo film, del libro e di un certo “culturame di moda” di “pacificare” non dicendo tutta la varità, ma rimuovendo i torti e le ragioni storiche di fondo.
Vale la pena ricordare che sulle vicende della seconda guerra mondiale e di quanto accadde in quegli anni in Italia essere “neutrali” significa non scegliere tra nazismo e non nazismo. In pratica, come non scegliere tra Hitler e gli anglo-americani.
Un sorriso C.
Come non essere d’accordo.
Un’altra delle letture consigliate sul tema della giustizia che non fa rima con vendetta ma sempre con memoria è tutto ciò che riguarda l’ubuntu: http://en.wikipedia.org/wiki/Ubuntu_%28philosophy%29
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