Sarà il combustibile del prossimo decennio. Il fallimento di Copenaghen contribuirà a ridefinire il flusso d’investimenti pubblici e privati tra le varie materie prime energetiche. Vediamo come
L’energia è il motore dello sviluppo. Dopo il mega vertice Onu sui cambiamenti climatici, le varie fonti ,a partire da rinnovabili, petrolio e gas, si contendono il mercato. Ognuna con le sue prospettive di mercato che influenzeranno il mix di produzione e consumo e modificheranno anche gli scenari geopolitici.
VENTO E SOLE - La crescita continuerà e sarà robusta, quella che verrà meno è l’accelerazione degli ultimi anni: l’assenza di obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni, almeno fuori dall’Europa, fa sì che i piani d’incentivazione siano lasciati alla sensibilità e alla disponibilità dei singoli governi. Quella che verrà meno sarà l’euforica convinzione che stava catalizzando soprattutto i capitali dei privati: i rendimenti crescenti erano garantiti da piani di sostegno pubblico sempre più generosi (al crescere degli obiettivi di riduzione), controbilanciati da costi per le strutture e l’attrezzatura sempre minori. In più per chi aveva interessi anche solo finanziari, il trading di permessi sull’emissione di Co2 avrebbe reso estremamente liquido ogni investimento. Proprio su questo punto l’assenza di un meccanismo globale e successivo a quello di Kyoto ha eliminato la possibilità di standardizzare i mercati, cioè di trasformare l’anidride carbonica in una “commodity”, se non addirittura in una moneta. Il mercato rimane fiorente, ma dovrà con le sue forze guadagnarsi quella nicchia (20%-30% in Europa, intorno al 10% in Cina e negli Usa) già assegnatagli. Paradossalmente proprio nel mercato più virtuoso, quello del Vecchio Continente, questi risultati sono già incorporati nelle previsioni di crescita e nelle valutazioni delle aziende del settore. Come ben spiega un rapporto della Ernst & Young è la Cina, il paese in cui si investe meglio nelle energie verdi (seconda la Germania). Già dal 2007, con 150.000 Mw di nuova potenza, “l’Impero di mezzo” è il primo paese al mondo per capacità rinnovabile installata. Traguardi da raddoppiare entro il 2020 con il lancio di una campagna di incentivazione del solare. Seguono Giappone e Brasile che sostengono un piano nazionale di riduzione di gas serra del 25% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990. In Europa secondo gli analisti E&Y più che i produttori di energia, grandi e piccoli, i guadagni li faranno i venditori di pale eoliche e pannelli solari e i gestori delle reti elettriche.
PETROLIO – L’oro nero sta vivendo un vero e proprio controshock, e l’atteggiamento dell’Opec lo dimostra. I produttori del cartello accettano prezzi da 75 dollari al barile (che per il petrolio arabo significa 60-65 dollari) quando solo nel 2007 ritenevano adeguato un prezzo di 80 dollari. Il crollo del valore è ancora più ampio di quanto appaia nominalmente considerando l’inflazione e la svalutazione del dollaro verso tutte le altre monete. L’accondiscendenza dell’Opec è spiegata da questo modello in cui si capisce che tra le due curve rigide (domanda e offerta di petrolio) l’unico equilibrio si ottiene con spostamenti a destra e a sinistra della curva della domanda. Noi consumatori, specie quelli industrializzati, ci stiamo spostando a sinistra. Da notare come abbia molto più effetto sul prezzo la nostra minor futura dipendenza dal petrolio che non la reale disponibilità e consumo attuali. Negli ultimi anni il pianeta ha richiesto sempre 84 milioni di barili al giorno, cioè sopra la quota di 82 milioni che “azzera” il cuscinetto di capacità produttiva inutilizzata (spare capacity) e che dovrebbe far schizzare strutturalmente i prezzi.



