Ingroia scrive al Corriere per gli “insulti” di Ostellino

09/08/2012 - Botta e risposta tra Pm ed editorialista sul quotidiano

Ingroia scrive al Corriere per gli "insulti" di Ostellino

Antonio Ingroia scrive al Corriere della Sera per replicare a Piero Ostellino, il quale controreplica. Il pm:

Caro direttore,
da lettore assiduo del suo giornale non posso non manifestarle la mia preoccupazione per il fatto di leggervi le (imbarazzanti) sciocchezze e gli (intollerabili) insulti che il signor Ostellino da un po’ di tempo mi riserva (da ultimo sabato scorso) in materia di politica e giustizia. L’ultima carineria è stata la qualifica di ignorante. Purtroppo è proprio Ostellino a ignorare i fondamentali della questione: continua a scrivere di «supposta» trattativa Stato-mafia, così inopinatamente ignorando le sentenze, ormai definitive, pronunciate dalle Corti di mezza Italia, da Firenze a Caltanissetta fino alla Cassazione, peraltro riportate da articoli di questo stesso giornale. E l’ignaro Ostellino ignora anche la Costituzione, perché nel (penoso) tentativo di difendere privilegi indifendibili in uno Stato democratico arriva a teorizzare il principio di diseguaglianza davanti alla legge sostenendo che i coimputati del medesimo reato non dovrebbero essere processati insieme se appartenenti a categorie diverse, i mafiosi di qua, gli uomini dello Stato di là. Riemerge la tesi da ancien régime dei due codici: quello dei «galantuomini» e quello dei «briganti». Anzi, i primi non andrebbero giudicati, e per giustificare l’ignobile privilegio Ostellino scomoda la Ragion di Stato ed una sequela di nomi illustri del pensiero (un po’ fuori posto quello di Kissinger accanto a Hobbes e Machiavelli…), ma ignora il vero teorico della Ragion di Stato, Giovanni Botero: che la dimenticanza dipenda dal fatto che Botero già nel 1589 raccomandava ai governanti di temperare l’uso spregiudicato della Ragion di Stato con il rispetto della giustizia? E non solo: Ostellino ignora secoli di elaborazione del pensiero liberale da Locke a Tocqueville sui limiti che in uno Stato di diritto la Legge impone all’arbitrio della Ragion di Stato, tipica dell’assolutismo. E in un crescendo di apologia del dispotismo del Potere Sovrano, la furia argomentativa di Ostellino approda al paradosso di ritenere autorizzata la menzogna davanti al giudice, equiparata alla liceità della menzogna di chi deve salvare la vittima (che confonde con l’imputato) dalle grinfie del suo assassino (che confonde con il giudice). Le sciocchezze fanno male, ma fa male anche questo modo spicciolo e offensivo di fare polemica. E meno male che l’ignorante sono io…
Antonio Ingroia
procuratore aggiunto di Palermo

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La risposta di Ostellino:

Non penso di aver insultato il signor Ingroia dubitando non sapesse che cosa sia la Ragion di Stato. Piuttosto è lui che insulta non solo me, ma il senso comune, identificando la verità processuale con la verità storica. Se ricordo bene, l’inchiesta sulla (supposta) trattativa Stato-mafia avrebbe la funzione— nelle sue parole —di «ripristinare la verità su un periodo della vita del Paese». Come se fosse compito della magistratura (ri)scrivere la storia… Io ho definito «supposta» la trattativa fra Stato e mafia in omaggio a quel tanto di relativismo e di scetticismo che David Hume ha posto a fondamento della cultura liberale. Diciamo, allora, che il signor Ingroia pare voler definire gli ambiti e fissare i confini della Ragion di Stato, mutuandoli dal «segreto di Stato». Per esempio quando si rivolge al mondo della politica affermando: «Diteci quali sono i temi e i territori coperti dalla Ragion di Stato, sui quali non volete che la magistratura intervenga; e noi li rispetteremo». Secondo il signor Ingroia ci sarebbero, dunque, zone tutte bianche e zone tutte nere. È nelle zone nere che si sarebbe esercitata, nel passato, a suo avviso, la Ragion di Stato. Se, invece, la Politica dichiarasse ora, «preventivamente», che le zone nere sono coperte dal segreto di Stato, le cose andrebbero meglio: perché anche quelle nere diventerebbero bianche. Attenzione, signor Ingroia, lei confonde, e inverte, l’ordine dei fattori. È la Ragion di Stato, una (permanente) categoria della Politica, che genera il segreto di Stato, una categoria giuridica (contingente), non viceversa. A me pare, perciò, che la sua proposta abbia (solo) un duplice obiettivo. È di quelle che la Politica «non può accettare», senza dichiararsi esplicitamente legibus soluta. Mira ad assolvere, contemporaneamente, la magistratura delle derive giustizialiste dell’obbligatorietà dell’azione penale, nelle pieghe delle quali —con l’inchiesta sulla (supposta) trattativa Stato-mafia —è finito addirittura il presidente della Repubblica, indotto ad appellarsi (giustamente) alla Corte costituzionale. Fuor di metafora, ciò cui il signor Ingroia tende— sulla base di una interpretazione parziale e bigotta della «realtà effettuale» — è, sotto il profilo istituzionale e funzionale, la «giuridicizzazione» della Politica, cioè la sua subordinazione all’idea che egli ha del Diritto e la fine dell’autonomia della Politica rispetto al potere giudiziario. Nello Stato pre-moderno, il potere politico era legibus solutus, non rispondeva che a se stesso. Si era nell’arbitrio assoluto: la Società civile ubbidiva a precetti religiosi cui si ispiravano anche le leggi dello Stato; l’Etica era quella della Chiesa alla quale sottostavano l’imperatore e i sovrani regnanti. Con la nascita dello Stato moderno, l’ingresso della Società civile nella Modernità e la secolarizzazione della cultura politica e dell’Etica, la «teoria dei distinti» è la fonte sulla quale si fonda il Costituzionalismo e la condizione storica nella quale si è realizzata la democrazia liberale. Ma non per questo è scomparsa la Ragion di Stato, come il signor Ingroia vorrebbe far credere. In definitiva, non si può dire che la sua, signor Ingroia, sia «carenza scolastica». No. Sulla base della sua (autodidatta) cultura politica —che è, poi, quella della parte della magistratura che, con le sentenze, vorrebbe riscrivere la Storia, e non solo—lei pretende davvero, e consapevolmente, di incarnare i poteri del Sovrano dell’Antico regime, al riparo dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il che non è lodevole, mi creda.

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14 Commenti

  1. rosafrancesca scrive:

    Caro Ostellino,conosci il significato di “stato di diritto”? Io credo proprio di NO! Hai scritto tutte fesserie per difendere una massa di ladri,corrotti e mafiosi che siedono nel nostro parlamento insieme a quel gran “signore” di Napolitano! Vergognati e taci!!!!

  2. Sameth scrive:

    Io rileggerei più volte a voce alta la lettera di Ingroia, è una evidente testimonianza di serenità e lucidità, testimoniate dai kuei deliziosi puntini di sospensione finali.

  3. aldorivalta scrive:

    mitico Ostellino, lezione ad Ingroia, il politicante

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