Medaglie o non medaglie

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Medaglie o non medaglie
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Si è appena vista la conferenza stampa dello Schwazer Alex, il maratoneta dopato. Difficile capire se fa più rabbia o più pena. Da una parte questi atleti arroganti quando vincono e prostrati quando perdono sono irritanti, dall’altra sono ragazzi che hanno dedicato infanzia e giovinezza agli allenamenti e non alla riflessione e alla maturazione intellettuale e umana. A loro non viene richiesto altro che essere prestazionali, nessuno si interessa dei loro sentimenti.

Peccato che tutti loro hanno lo psicologo e la conferenza stampa lacrimosa in cui fare sfoggio di pentimento e autocoscienza mentre gli altri giovani che non sono atleti e tirano a campare invece no. Loro ci danno le medaglie. E quindi? Loro si sacrificano per la gloria dell’Italia. Davvero?

In ogni caso questo ragazzo italiano che parla l’italiano con difficoltà merita l’onore delle armi, perché in tempi come questi chi cade non va lasciato per terra. Non per lui, che prima era tutto fuorché simpatico, bensì per noi. Perché tutti rischiamo di cadere, in tempi come questi, e ci conviene, per igiene mentale, praticare la clemenza, che è la virtù dei re ma anche dei poveracci. Non è una virtù borghese, insomma, e forse questo è un vantaggio.

Oltre allo Schwazer Alex negli scorsi giorni si sono visti un paio di atleti italiani questionare sul fatto che sono arrivati quarti ma avrebbero meritato di arrivare terzi. Si lagnavano delle giurie – che sicuramente sono fallaci essendo composte da esseri umani – ma certo in queste polemiche non si ravvisa alcuno spirito olimpico. Arrivare quarti corrisponde a prendere la metaforica medaglia di legno. Quarti nel mondo nella propria disciplina non è un cattivo risultato, no? A quanto pare no, vedendo le reazioni (esclusa la Cagnotto, che nell’accettare il quarto posto con stile si è dimostrata una signora). Le Olimpiadi quindi ci insegnano che se uno mette la passione in una cosa deve per forza vincere. Ma che insegnamento è mai questo? Ci credo che lo Schwazer ha perso la testa appena ha smesso di andare bene.

Meno male che c’è stato quello che, dopo aver vinto la gara, ha stretto la mano a Pistorius che era arrivato ultimo (ma è un arrivare ultimo che è un arrivare primo) e gli chiesto la pettorina. Un nero e un disabile che, senza tante storie, si tolgono le etichette in senso proprio e figurato e diventano semplicemente gli uomini che tutti gli atleti, medaglie o non medaglie, dovrebbero essere. Che tutti noi dovremmo essere.

Fotocredits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images

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