“Hanno permesso all’Ilva di avvelenare la nostra città”
08/08/2012 - Decenni di connivenza e di irregolarità. Diossina a pacchi e allarme tumori. Così era la vita a Taranto, fino al decreto di sequestro degli impianti. Cosa accadrà ora? Ne parliamo con gli attivisti di Legambiente.
Da lontano, vedi i comignoli. Una contraddizione, un contrasto molto forte se paragonato alla storia millenaria della perla della Magna Grecia, Taranto, colonia fondata da esuli spartani in cerca di nuova fortuna. Quasi 200mila abitanti e un sacco di problemi, immersi nella bellezza di due mari che comunicano con il grande golfo ionico. Il più importante porto militare italiano, e centro industriale di primaria importanza.
FRA MARE E DIOSSINA - Il motivo è sempre quello: l’Ilva. La più grande azienda siderurgica italiana, proverbialmente una fabbrica di acciaio e, purtroppo, sembra anche di morte.
Sono le perizie del Tribunale di Taranto ad averlo stabilito, e sulla base di esse il tribunale del Riesame ha confermato il sequestro cautelare degli impianti senza possibilità di utilizzo. Non finché non saranno trasformati in strutture non minacciose per l’ambiente. Fra veleni incrociati, ipotesi di reato durissime, intercettazioni e l’approvazione del decreto di sostegno alle operazioni di recupero, è la città che rimane in attesa, divisa fra l’incubo della chiusura di un impianto che dà lavoro a moltissimi e la speranza di un futuro con meno diossina nelle narici. Abbiamo raggiunto al telefono Lunetta Franco, presidentessa del circolo Legambiente di Taranto, che da anni segue la questione dell’Ilva e che è in prim alinea per gli interessi ambientali della città.
Come riassumerebbe la storia e il ruolo del’Ilva a Taranto?
L’Ilva opera da 50 anni in questa città, prima come azienda pubblica e dal 1995 come azienda privata. E ha sempre operato con regole vaghe, è stata lasciata fare perché, sapete, è un’azienda che dà molto lavoro e quindi si riteneva di poter andare oltre le regole che vengono applicate in qualsiasi paese occidentale ed europea. La situazione attuale parte dall’inchiesta che ha coinvolto i capi di bestiame: oltre 2000 abbattimenti hanno portato la denuncia degli allevatori contro ignoti, ovviamente. Sono state commissionate dunque delle stringenti perizie d’ufficio, l’ultima delle quali depositate a marzo che hanno restituito un quadro della situazione che non esito a definire clamoroso. Sono cose che noi di Legambiente diciamo da anni ma con queste perizie c’è una valutazione scientifica incontrovertibile.
E’ contenta della piega che hanno preso gli eventi?
C’è da dire che l’Ilva è già stata condannata per danno ambientale in Cassazione, due volte, nel 2005 e nel 2010, e Legambiente è sempre stata parte civile. L’azienda si è impegnata con atti di intesa firmata con le autorità locali a migliorare la situazione ma sono state fatte poche cose e in ritardo. Non servono accordi con l’Ilva, bisogna costringerla a muoversi nella direzione dell’attenzione e del rispetto delle regole, perchè si è dimostrata più volte capace di reiterare irregolarità e potenziali reati. E siamo arrivati a questo punto dove ci sono delle incriminazioni clamorose per disastro ambientale doloso e colposo, in più c’è questa perizia molto chiara ed incontrovertibile, visto che è stata presentata in incidente probatorio . L’Ilva non ha presentato nessuna controperizia, e certo a questo punto ci sarà un processo e un dibattimento ma la perizia costituisce uno spartiacque, un punto di non ritorno che sono sicura finirà per diventare centrale in altri processi e in altri casi. Farà scuola.




















..i soliti terroni sottosviluppati, morti di fame, nn cambieranno mai!
il problema del sud, ma perfavore! Nn lo dice nessuno, ma è genetica, orde di assassini stupratori arabi che hano battutto le coste nell’antichità per secoli hanno lasciato il loro seme ed ecco il risultato. Sicilia campania, puglia, calabria. Me lo ha spiegato un siciliano.